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Barack Obama

È un onore per me essere qui oggi, nella città in cui nacque la Naacp (una delle prime associazioni di diritti civili americane, ndt) a festeggiarne il centesimo anniversario. Oggi non celebriamo soltanto le conquiste della Naacp, ma il viaggio che noi abbiamo percorso nell’ultimo secolo.

Questo viaggio ci riporta a ben prima della legge che concedesse a tutti il Diritto di Voto, ben prima della legge che concesse i Diritti Civili. Erano i tempi nei quali la segregazione razziale sancita dalle leggi Jim Crow era uno stile di vita; nei quali i linciaggi erano fin troppo frequenti. Sin dall’inizio, i fondatori di questa associazione capirono in che modo si sarebbe arrivati a cambiare le cose, proprio come Martin Luther King e tutti gli altri illustri attivisti. Grazie a loro e a tutto ciò che essi fecero, noi siamo oggi un Paese migliore. È grazie a loro che io mi trovo qui, nella scia di individui eccezionali.
Nondimeno, sappiamo bene che restano da infrangere ancora molte, troppe barriere. Sappiamo che mentre la crisi economica colpisce severamente gli americani di ogni razza, gli afro-americani hanno un tasso di disoccupazione molto più alto di qualsiasi altro gruppo etnico, e sappiamo che questo divario qui a New York si sta quanto mai allargando. Sappiamo che nel momento in cui i costi alle stelle dell’assistenza sanitaria opprimono famiglie di tutte le razze, gli afro-americani hanno maggiori possibilità di essere colpiti da molteplici malattie, ma molte minori possibilità di avere accesso a un’assicurazione medica di qualsiasi altro gruppo etnico. Sappiamo che anche se mettiamo in prigione più persone di tutte le razze di qualsiasi altra nazione al mondo, un bambino afroamericano ha più o meno il quintuplo delle possibilità in più di un bambino bianco di vedere l’interno di un carcere. Sappiamo che anche se la piaga del virus Hiv/Aids devasta intere nazioni all’estero, specialmente in Africa, questa piaga colpisce in modo ancor più devastante la comunità afro-americana, con una violenza che non ha paragoni.Conosciamo bene tutte queste cose. Cercate di non cadere in errore: il dolore della discriminazione si avverte ancora in America. Lo avvertono le donne afro-americane retribuite meno dei loro colleghi di colore diverso e di sesso diverso per svolgere un medesimo lavoro. Lo avvertono i latino-americani che non si sentono bene accolti nel loro stesso Paese. Lo avvertono gli americani musulmani guardati con sospetto soltanto perché per pregare il loro Dio si inginocchiano a terra. Lo avvertono i nostri fratelli e le nostre sorelle omosessuali, ancor oggi denigrati e aggrediti, che si vedono negare i loro diritti.

Negli Stati Uniti d’America non deve esserci posto per i pregiudizi. Questa è la nostra responsabilità di capi. Ma questi programmi innovativi, queste opportunità allargate di per sé e da sole non faranno la differenza. Ci serve una nuova mentalità. Dovremo dire ai nostri figli: “Sì, se sei afro-americano le possibilità di crescere tra criminali e gang sono sicuramente maggiori. Sì, se vivi in un quartiere povero, dovrai affrontare pericoli e minacce con i quali non dovrà cimentarsi chi vive in quartieri benestanti. Ma queste non sono ragioni valide per avere brutti voti a scuola, o per bigiare la scuola, o per abbandonare la scuola rinunciando a farti un’istruzione. Nessuno ha scritto il tuo destino per te. Il tuo destino è nelle tue mani: non dimenticarlo”. Questo è quanto dobbiamo dire a tutti i nostri figli: “Non ci sono scuse. Non ci sono giustificazioni. Fatti un’istruzione: tutte quelle difficoltà ti renderanno soltanto più forte, e maggiormente in grado di competere”. Yes, we can.

E per quanto riguarda i genitori, non possiamo dire ai nostri giovani di andare bene a scuola e poi non aiutarli quando tornano a casa. Voi genitori non potete esimervi dal fare i genitori. Perché i nostri ragazzi eccellano, dobbiamo assumerci le nostre responsabilità e aiutarli a imparare. Questo significa mettere via l’Xbox, mandarli a letto a un’ora ragionevole. Significa anche spingere i nostri figli ad avere ambizioni più alte, a guardare più lontano. Possono anche pensare di aver fatto un bel salto e un tiro a canestroo composto un brano rap, mai nostri figli non possono aspirare tutti a diventare Le Bron o Lil Wayne.

Io vorrei che ambissero a diventare scienziati e ingegneri, medici e professori, non soltanto giocatori di basket e rapper. Io voglio che aspirino a diventare giudici della Corte Suprema. Voglio che aspirinoa diventare presidenti degli Stati Uniti d’America. Si tratta di un sogno semplice, eppure è un sogno che per troppo tempo è stato negato ed è tuttora negato a molti americani.

Io sono stato cresciuto da mia mamma, una ragazza madre. Non provengo da una famiglia ricca. Ho avuto la mia buona dose di problemi da piccolo e la mia vita in qualsiasi momento avrebbe potuto prendere una piega negativa. Io però ho avuto dei freni e tanti “paletti”. Mia madre mi ha dato amore, mi ha spinto sempre avanti, si è interessata ai miei studi, mi ha insegnato a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Grazie a lei, ho avuto l’opportunità di sfruttare al meglio le mie qualità. Ho avuto l’opportunità di ottenere il massimo dalle mie chance e la chance di ottenere il massimo dalla vita. La stessa cosa vale anche per Michelle. Ma vale anche per molti, moltissimi di voi. Io voglio che tutti gli altri Barack Obama là fuori, tutte le altre Michelle Obama là fuori, abbiano le stesse chance, quelle che mia madre mi ha dato, quelle che la mia istruzione mi ha dato, quelle che gli Stati Uniti d’America mi hanno dato. È così che l’America potrà fare progressi nei prossimi cento anni. Noi faremo progressi. Questo lo so per certo, perché so quanto lontano siamo già arrivati.

Alcuni hanno visto che settimana scorsa in Ghana Michelle e io abbiamo portato Malia e Sasha e mia suocera al Castello di Cape Coast. Forse alcuni di voi ci sono stati: è lì che un tempo i neri catturati erano incarcerati prima di essere venduti all’asta. È da lì che al di là di un oceano ebbe inizio l’esperienza afro-americana di molti di noi. Mi sono tornati vivi alla memoria tutto il dolore, tutte le difficoltà, tutte le ingiustizie e tutte le bassezze che hanno costellato il cammino dalla schiavitù alla libertà. Ma se John Levis poté sfidare le botte e le mazzate per attraversare un ponte, allora io so che i giovani di oggi possono fare la loro parte e migliorare la nostra comunità. Se lo zio di Emmet Till, Mose Wright, poté trovare il coraggio di testimoniare contro gli uomini che gli avevano ammazzato il nipote, io so che noi possiamo essere padri migliori, fratelli migliori, sorelle migliori e madri migliori nelle nostre famiglie.

E tra altri cento anni, in occasione del duecentesimo anniversario della fondazione della Naacp, si dirà che questa generazione fece la sua parte, che anche noi avemmo la meglio nella nostra sfida, e che pieni della fede che il nostro cupo passato ci ha insegnato ad avere, pieni della speranza che il presente ci offre, noi vedemmo sorgere, nelle nostre vite e in tutta la nostra nazione, il Sole di un nuovo giorno appena iniziato.

(Traduzione di Anna Bissanti)

Da La Repubblica del 18 luglio 2009