Il viaggio del petalo (poesia)

By the Russian photographer Tatiana Mikhina

By the Russian photographer Tatiana Mikhina


Io sono il vento,
porto con me petali di rosa,
profumo di primavera,
estasi dell’amore.

Il petalo si lascia cullare
da una lieve brezza
ricordandosi bocciolo,
sentendosi vivo.

Sull’acqua si adagia
e lo stagno crea una culla,
come a voler portare in gloria
quell’ultimo pezzo di gioia.

 


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—-> La persistenza della memoria

Disponibile in Ebook o cartaceo.

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Questo testo è di Proprietà intellettuale di Alessandro Bon può essere usato solo citando l’autore Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 2.5 Italia License.

Le mani di un vecchio (Alessandro Bon)

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Hai mai guardato il mondo dall’alto dei monti,
hai mai remato in canali che sembrano fermi,
ma che d’improvviso s’infuriano?

Hai mai cercato di capire
perché la pelle dei vecchi
diventa rugosa?

Il mondo è fatto di placche che si scontrano,
dando luogo a monti altissimi,
e fiumi che scavano letti profondi e meravigliosi.

Cerca di essere dolce coi vecchi.
Perché le loro mani sono rovinate,
dagli scontri dell’anima con il tempo.


Dal libro “In una sera di novembre” di Alessandro Bon


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Il cammino di Alessandro VIII: l’identità

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Quando nel 2008 decisi di entrare nella clinica “Parco dei Tigli” di Teolo non avrei mai pensato a cosa avrebbe potuto significare questa mia scelta per la mia vita. Senz’altro senza quel ricovero non avrei mai posto le basi per iniziare quel nuovo percorso di vita che mi ha portato nel 2016 a stare, abbastanza, bene con me stesso. Quando parlo di questo percorso uso sempre una parola “identità”: l’uomo è alla continua ricerca di una identità sin da bambino e non smette mai di cercare di comprendere chi egli sia. Certo ci sono uomini che si accontentano di sapere che loro sono il loro lavoro, o il ruolo che la vita o altri gli han imposto, ma alcuni restano alla ricerca di una evoluzione. Alcuni si sentono sempre mancare qualcosa per arrivare a un punto nella vita in cui dire: Sono Alessandro.
Io ora posso dire con forza che sono Alessandro. Ma questo non vuol dire che il mio percorso di vita è arrivato alla totale comprensione di me stesso. L’uomo è dentro sé un labirinto stupendo da esplorare ma anche una caverna buia in cui nasconde parti di sé a sé stesso e agli altri. La ricerca di un’identità deve passare attraverso l’accettazione e il superamento di questo lato oscuro. Non dobbiamo nasconderlo e neppure vergognarcene, ma dobbiamo accettare ciò che di noi non ci piace o fa paura per poi riuscire a renderlo più docile nella nostra mente e nella vita per renderci finalmente liberi. Usando l’immaginazione dovremmo essere capaci di trasformare la parte che meno amiamo di noi in un bambino e dovremmo essere capaci di essere noi adulti ad abbracciarlo e a renderlo finalmente in pace con sé.
La ricerca dell’identità è un percorso lungo e tortuoso e necessita di moltissimi errori da compiere per trovare la giusta via da intraprendere. E’ logico che questa strada sarà riconducibile a ciò che noi cerchiamo. Sarà difficile lasciare una parte di noi che a noi fa comodo per ottenere lo scopo finale, ma se il nostro scopo è quello di essere davvero “Io”dobbiamo imparare a lasciare andare ciò che noi non siamo ma che altri ci hanno imposto come identità. Io ho dovuto accettare la mia sessualità, rompere i cordoni ombelicali, ho dovuto accettare i miei limiti e continuo ancora con un’autoanalisi sempre precisa e coerente.
L’autoanalisi coerente e precisa può aiutarci a renderci migliori. Ma l’autoanalisi non deve essere una sorta di Io giudice che ci addossa colpe e condanne per ogni sbaglio rendendoci la vita impossibile o la nostra crescita personale non sarà certo realizzabile, né certo dev’essere una madre amorevole capace di perdonarci ogni sbaglio, ma un punto di vista esterno capace di analizzare i nostri comportanti ed in grado di aiutarci a intraprendere quel percorso di “accettazione – superamento” di cui ho parlato.
L’Alessandro d’oggi non va più dalla psicologo ma fa yoga. Non trova più rimorso per i suoi errori, ma cerca di evitarli. Non si nasconde più dietro la depressione per scusare i suoi comportanti non coerenti, ma riconosce questi fanno parte di lui e li accetta e cerca di non ripeterli. Per essere Alessandro ho dovuto smettere di essere depresso o bipolare, ma accettarmi e ricercare dentro me ciò che di buono ho da offrirmi.

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La persistenza della memoria Disponibile in Ebook o cartaceo.

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“Il cammino di Alessandro” VII: scoprire l’altro sé

« O uomo! Viaggia da te stesso in te stesso. »

Danzatore Sufi

Danzatore Sufi

Un viaggio dentro me stesso iniziato oltre vent’anni fa, sembra giunto sulla strada giusta. Ancora poche catene e sarò libero? Non lo so. Soraverso delle semplici parole, ma mai messo su carta. Un viaggio attraverso il buio della depressione, dell’isolamento, della tristezza, di una sessualità non vissuta bene. Poi all’orizzonte un po’ di luce e comprensione. Nuovi amici scovati grazie ai social network, e nella realtà. Persone che per la prima volta gratuitamente mi han ascoltato e mi han amato per ciò che ero, e sono. Comprensione, con prendere, prendere una persona con sé e accettarla. Gianfranco, Grazia, Martina, Lorella, Rachida, Noemi, Tarcisia… Sono mattonelle d’oro lungo il mo cammino. Pochi passi mi han portato verso questa strada intrapresa sempre con più convinzione.
Serve saper scegliere i Maestri, e per far ciò serve umiltà, e comprendere le priorità. Accantonare il denaro, il denaro è fine a sé stesso, serve per comprare cibo, per avere un tetto, un’istruzione, e in questo periodo storico internet.
Devi saper scegliere i Maestri, ma per far ciò serve umiltà, ammettere a se stessi che non si è già arrivati e mettersi in dubbio. Come affermava Socrate: “Io so di non sapere” e ammettere che ciò che non conosciamo né comprendiamo non ci è estraneo, ma ci è lontano. “Riguardo alle cose umane non ridere, non piangere, non indignarsi, ma capire” come affermava Baruch Spinoza
Un pensiero iniziato sette anni fa, il mio sentiero che spesso si riempie di fango, ma il fango non sporca, perché, il fango è terra madre del cibo che ci nutre.
Gli altri. Una parola fondamentale nella nostra società. Perché è l’altro che ci troviamo di fronte, e la definizione di questo genera il nostro rapporto con lui. L’”altro” come colui che non ci appartiene, era una definizione che cercai di dargli quando nel 2008 ero ricoverato al Parco dei Tigli. Colui che non ti appartiene, non può toccarti, così come non deve influenzarti, né renderti partecipe della sua vita. Ma questa definizione è data dalla paura di se, prima che della paura dell’altro. Temiamo l’altro per cui lo allontaniamo, ma temiamo l’altro perché temiamo noi stessi, e i nostri limiti. All’ora l’altro siamo noi, perché nell’altro spesso ci rivediamo, e perché altro rispetto a chi ci è di fronte siamo noi. E se ognuno di noi interpretasse l’altro come un nemico, un diverso da allontanare, noi saremmo soli. Perché tutto il resto dell’umanità è l’altro. Così l’uomo che si specchia vedendo la propria immagine come un’entità diversa, perché se egli alza il braccio destro essa alza il sinistro. Ma non è diversa da noi, è semplicemente un Io diverso, vediamo noi stessi sotto un’altra prospettiva. E se Io non riesco a accettare l’immagine che ho di me, o che altri hanno di me, come posso accettare l’altro? Così il dubbio si fece ricerca. E scoprii che ciò che mi terrorizzava era ciò a cui ambivo: conoscere. Conoscere significa abbassare le barriere, e permettere all’altro di entrare e renderci parte di sé e essere parte di lui. O lei. Perché come insegna Lao Tze nel “Tao Te ching” c’è sempre una radice del nostro opposto in noi. Nel giorno vi il buio, nella donna vi è l’uomo, nella gioventù vi è la vecchiaia. E viceversa. Così l’altro diventa ricerca di se, e se diventa l’altro. La conoscenza come medicina contro la chiusura. La scoperta della donna diventa scoperta della sua sessualità, e quindi della propria, esplorare lei, per esplorare se. La ricerca di un proprio equilibri vuol dire scendere dalla corda su cui si cammina per evitare di toccare terra, e camminare assieme a chi ci è sempre stato vicino. Prendere per mano chi ci ha sempre amato, e conoscere chi non abbiamo mai voluto incontrare.
La comprensione di chi prima era altro, passa attraverso la nostra armonia interiore. E porsi domande, e non evaderle significa crescere e procedere verso una nuova consapevolezza.
Così si guardano con occhi diversi i propri genitori, e si scopre che non sono entità astratte e distanti, ma umane e con i loro limiti e le loro forze, che hanno saputo vivere e affrontare difficoltà che tu non conoscevi, ma che in mezzo all’oceano privo di pietà che spesso è la vita, han scelto te figlio come porto in cui riposare.
Se conosci i tuoi limiti e cerchi di capire te stesso tutto ciò che incontrerai lungo la tua strada assumerà nuovi profumi, e nuove sensazioni ti saranno concesse da madre natura.
Come spezzare ora le ultime catene me lo dirà il tempo. O forse l’esplorazione di nuove parole.

 

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“Il Cammino di Alessandro.” VI “Rendere fertile la terra”

cura+del+suolo+orto

Un mio amico aveva comprato un terreno per estendere l’area del suo vigneto ed essendo un enologo decise di farlo analizzare per valutare se quest’area era già adatta alla viticoltura. Scoprì che doveva fertilizzare il terreno per mutarne le qualità organolettiche di ciò che avevano prodotto. Per ottenere in modo naturale questo risultato decise di seminare per alcuni anni prodotti che avrebbero tolto minerali “non buoni” e aggiunto minerali “buoni”. Ora quella terra produce un ottimo vino, ma per anni ci ha rimesso di tasca propria. Questo è il segreto per cambiare la propria vita: investire su sé stessi per migliorare la propria essenza.
Nel periodo del mio ricovero capii che il segreto per rinascere fosse seminare bene per un futuro che doveva ancora venire, e che questo mio seminare avrebbe prodotto inizialmente pochissime soddisfazioni e molte perdite, ma a lungo dopo qualche raccolto deludente avrei avuto un grande prodotto da vendere. E il mio prodotto non mi sarebbe servito per arricchirmi in danaro, ma in qualità della vita e in serenità.
Uscito dalla Clinica iniziai un percorso di ricerca interiore, fatta di lettura, di isolamento, ma anche di iniziative che mi portavano fuori strada, del tutto fuori strada, per poi riprendere il mio viaggio ancora più sicuro. Era difficile vedere apparire i primi risultati e chi mi circondava non capiva quanto la mia terra fosse arida e quanto andava ancora coltivata con prodotti specifici per poterla rendere di nuovo fertile. Dio sa quanti frutti sono marciti appesi alle piante, quanto seme è stato versato inutilmente in terre che non generavano prole, quanto amore non ho ricevuto durante questo percorso eppure la mia strada era quella, e non potevo dire a nessuno che la stavo percorrendo perché sentivo diffidenza verso di me, perché sapevo che in un mondo frenetico nessuno avrebbe capito la mia necessità di fermarmi e guardare l’acqua del fiume scorrere.
Nessuno sa che grande significato abbia l’acqua che scorre, quell’acqua che sembra sempre uguale ma che sa mutare così inesorabilmente il paesaggio, e mentre l’uomo poco accorto non si rende conto che tutto cambia intorno a lui, l’acqua lavora ancora per creare un mondo nuovo. L’acqua non sceglie il letto su cui scorrere, ma l’uomo può scegliere il luogo e il tempo in cui vivere, e, anche se solo in parte cercare di mutare la propria realtà.
Il mio segreto stava in fondo al mio cuore e mi sentivo sempre più solo, non riuscivo a far capire l’importanza del mio cammino perché non ne parlavo a nessuno, ma non potevo lasciarlo, era “Il Cammino di Alessandro”, e lasciarlo voleva dire far morire il vero Alessandro. L’avevo nascosto a tutti, non avevo permesso a nessuno di conoscerlo e l’avevo rinchiuso in una cella buia con una maschera triste che gli appesantiva l’anima. Ma Alessandro era vivo, e aspettava solo che la “terra tornasse fertile” per poter di nuovo sbocciare e tornare come quel bambino di cui mi raccontava mia madre, che appena sveglio calciava via le lenzuola e scoppiava a ridere.
E mentre il contadino si chiedeva perché gettassi al vento il raccolto, io mi nutrivo di nuova vita. E mentre in me morivano i frutti di un anno di lavoro, migliorava il terreno su cui coltivare il mio futuro.
E’ l’alchimia della vita, una sorta di regola non scritta, e come nella chimica si afferma: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” (Antoine-Laurent de Lavoisier), così anche nella nostra esistenza c’è uno scambio equivalente fra due vite, fra due essenze. Per generare una vita felice si devono versare infinite lacrime.
E il mio terreno deve ancora piangere raccolti gettati… E io devo ancora seminare terre aride e disperdere seme.

 

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