La non violenza in Auschwitz (Etty Hillesum – Diario)

Ieri, per un momento, ho pensato che non avrei potuto continuare a vivere, che avevo bisogno di aiuto. La vita e il dolore avevano perso il loro significato, avevo la sensazione di “sfasciarmi” sotto un peso enorme, ma anche questa volta ho combattuto una battaglia che poi all’improvviso mi ha permesso di andare avanti con maggiore forza. Ho provato a guardare in faccia il “dolore dell’umanità”.

Ho affrontato questo dolore, molti interrogativi hanno trovato risposta, l’assurdità ha ceduto il posto ad un po’ più di ordine e di coerenza: ora posso andare avanti di nuovo. E’ stata un’altra breve ma violenta battaglia, ne sono uscita con un pezzetto di maturità in più. Mi sento come un piccolo campo di battaglia su cui si combattono i problemi o alcuni problemi del nostro tempo. L’unica cosa che si può fare è offrirsi umilmente come campo di battaglia. Quei problemi devono pur trovare ospitalità in qualche parte, in cui possono combattere e placarsi e noi dobbiamo aprire loro il nostro spazio interiore senza sfuggire.

Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi, continuavo a predicare; non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappare via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. E’ l’unica soluzione di questa guerra (seconda guerra mondiale): dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove.

Le minacce e il terrore crescono di giorno in giorno. M’innalzo intorno la preghiera come un muro oscuro che offre riparo, mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento, ne esco fuori più “raccolta”, concentrata e forte. Questo ritirarmi nella chiusa cella della preghiera, diventa per me una realtà sempre più grande. Dappertutto c’erano cartelli che ci vietavano le strada per la campagna: Ma sopra quell’unico pezzo di strada che ci rimane c’è pur sempre il cielo, tutto quanto. Non possono farci nulla, non possono veramente farci niente.

Possono renderci la vita un po’ spiacevole, possono provarci di qualche bene materiale e di un po’ di libertà di movimento, ma siamo noi stessi a provarci delle nostre forze migliori col nostro atteggiamento sbagliato: col nostro sentirci perseguitati, umiliati ed oppressi, col nostro odio e con la millanteria che maschera la paura. Certo che ogni tanto si può essere tristi e abbattuti per quello che ci fanno, è umano e comprensibile che sia così. E tuttavia: siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli.

Il cammino di Alessandro VIII: l’identità

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Quando nel 2008 decisi di entrare nella clinica “Parco dei Tigli” di Teolo non avrei mai pensato a cosa avrebbe potuto significare questa mia scelta per la mia vita. Senz’altro senza quel ricovero non avrei mai posto le basi per iniziare quel nuovo percorso di vita che mi ha portato nel 2016 a stare, abbastanza, bene con me stesso. Quando parlo di questo percorso uso sempre una parola “identità”: l’uomo è alla continua ricerca di una identità sin da bambino e non smette mai di cercare di comprendere chi egli sia. Certo ci sono uomini che si accontentano di sapere che loro sono il loro lavoro, o il ruolo che la vita o altri gli han imposto, ma alcuni restano alla ricerca di una evoluzione. Alcuni si sentono sempre mancare qualcosa per arrivare a un punto nella vita in cui dire: Sono Alessandro.
Io ora posso dire con forza che sono Alessandro. Ma questo non vuol dire che il mio percorso di vita è arrivato alla totale comprensione di me stesso. L’uomo è dentro sé un labirinto stupendo da esplorare ma anche una caverna buia in cui nasconde parti di sé a sé stesso e agli altri. La ricerca di un’identità deve passare attraverso l’accettazione e il superamento di questo lato oscuro. Non dobbiamo nasconderlo e neppure vergognarcene, ma dobbiamo accettare ciò che di noi non ci piace o fa paura per poi riuscire a renderlo più docile nella nostra mente e nella vita per renderci finalmente liberi. Usando l’immaginazione dovremmo essere capaci di trasformare la parte che meno amiamo di noi in un bambino e dovremmo essere capaci di essere noi adulti ad abbracciarlo e a renderlo finalmente in pace con sé.
La ricerca dell’identità è un percorso lungo e tortuoso e necessita di moltissimi errori da compiere per trovare la giusta via da intraprendere. E’ logico che questa strada sarà riconducibile a ciò che noi cerchiamo. Sarà difficile lasciare una parte di noi che a noi fa comodo per ottenere lo scopo finale, ma se il nostro scopo è quello di essere davvero “Io”dobbiamo imparare a lasciare andare ciò che noi non siamo ma che altri ci hanno imposto come identità. Io ho dovuto accettare la mia sessualità, rompere i cordoni ombelicali, ho dovuto accettare i miei limiti e continuo ancora con un’autoanalisi sempre precisa e coerente.
L’autoanalisi coerente e precisa può aiutarci a renderci migliori. Ma l’autoanalisi non deve essere una sorta di Io giudice che ci addossa colpe e condanne per ogni sbaglio rendendoci la vita impossibile o la nostra crescita personale non sarà certo realizzabile, né certo dev’essere una madre amorevole capace di perdonarci ogni sbaglio, ma un punto di vista esterno capace di analizzare i nostri comportanti ed in grado di aiutarci a intraprendere quel percorso di “accettazione – superamento” di cui ho parlato.
L’Alessandro d’oggi non va più dalla psicologo ma fa yoga. Non trova più rimorso per i suoi errori, ma cerca di evitarli. Non si nasconde più dietro la depressione per scusare i suoi comportanti non coerenti, ma riconosce questi fanno parte di lui e li accetta e cerca di non ripeterli. Per essere Alessandro ho dovuto smettere di essere depresso o bipolare, ma accettarmi e ricercare dentro me ciò che di buono ho da offrirmi.

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La persistenza della memoria Disponibile in Ebook o cartaceo.

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“Il cammino di Alessandro” VII: scoprire l’altro sé

« O uomo! Viaggia da te stesso in te stesso. »

Danzatore Sufi

Danzatore Sufi

Un viaggio dentro me stesso iniziato oltre vent’anni fa, sembra giunto sulla strada giusta. Ancora poche catene e sarò libero? Non lo so. Soraverso delle semplici parole, ma mai messo su carta. Un viaggio attraverso il buio della depressione, dell’isolamento, della tristezza, di una sessualità non vissuta bene. Poi all’orizzonte un po’ di luce e comprensione. Nuovi amici scovati grazie ai social network, e nella realtà. Persone che per la prima volta gratuitamente mi han ascoltato e mi han amato per ciò che ero, e sono. Comprensione, con prendere, prendere una persona con sé e accettarla. Gianfranco, Grazia, Martina, Lorella, Rachida, Noemi, Tarcisia… Sono mattonelle d’oro lungo il mo cammino. Pochi passi mi han portato verso questa strada intrapresa sempre con più convinzione.
Serve saper scegliere i Maestri, e per far ciò serve umiltà, e comprendere le priorità. Accantonare il denaro, il denaro è fine a sé stesso, serve per comprare cibo, per avere un tetto, un’istruzione, e in questo periodo storico internet.
Devi saper scegliere i Maestri, ma per far ciò serve umiltà, ammettere a se stessi che non si è già arrivati e mettersi in dubbio. Come affermava Socrate: “Io so di non sapere” e ammettere che ciò che non conosciamo né comprendiamo non ci è estraneo, ma ci è lontano. “Riguardo alle cose umane non ridere, non piangere, non indignarsi, ma capire” come affermava Baruch Spinoza
Un pensiero iniziato sette anni fa, il mio sentiero che spesso si riempie di fango, ma il fango non sporca, perché, il fango è terra madre del cibo che ci nutre.
Gli altri. Una parola fondamentale nella nostra società. Perché è l’altro che ci troviamo di fronte, e la definizione di questo genera il nostro rapporto con lui. L’”altro” come colui che non ci appartiene, era una definizione che cercai di dargli quando nel 2008 ero ricoverato al Parco dei Tigli. Colui che non ti appartiene, non può toccarti, così come non deve influenzarti, né renderti partecipe della sua vita. Ma questa definizione è data dalla paura di se, prima che della paura dell’altro. Temiamo l’altro per cui lo allontaniamo, ma temiamo l’altro perché temiamo noi stessi, e i nostri limiti. All’ora l’altro siamo noi, perché nell’altro spesso ci rivediamo, e perché altro rispetto a chi ci è di fronte siamo noi. E se ognuno di noi interpretasse l’altro come un nemico, un diverso da allontanare, noi saremmo soli. Perché tutto il resto dell’umanità è l’altro. Così l’uomo che si specchia vedendo la propria immagine come un’entità diversa, perché se egli alza il braccio destro essa alza il sinistro. Ma non è diversa da noi, è semplicemente un Io diverso, vediamo noi stessi sotto un’altra prospettiva. E se Io non riesco a accettare l’immagine che ho di me, o che altri hanno di me, come posso accettare l’altro? Così il dubbio si fece ricerca. E scoprii che ciò che mi terrorizzava era ciò a cui ambivo: conoscere. Conoscere significa abbassare le barriere, e permettere all’altro di entrare e renderci parte di sé e essere parte di lui. O lei. Perché come insegna Lao Tze nel “Tao Te ching” c’è sempre una radice del nostro opposto in noi. Nel giorno vi il buio, nella donna vi è l’uomo, nella gioventù vi è la vecchiaia. E viceversa. Così l’altro diventa ricerca di se, e se diventa l’altro. La conoscenza come medicina contro la chiusura. La scoperta della donna diventa scoperta della sua sessualità, e quindi della propria, esplorare lei, per esplorare se. La ricerca di un proprio equilibri vuol dire scendere dalla corda su cui si cammina per evitare di toccare terra, e camminare assieme a chi ci è sempre stato vicino. Prendere per mano chi ci ha sempre amato, e conoscere chi non abbiamo mai voluto incontrare.
La comprensione di chi prima era altro, passa attraverso la nostra armonia interiore. E porsi domande, e non evaderle significa crescere e procedere verso una nuova consapevolezza.
Così si guardano con occhi diversi i propri genitori, e si scopre che non sono entità astratte e distanti, ma umane e con i loro limiti e le loro forze, che hanno saputo vivere e affrontare difficoltà che tu non conoscevi, ma che in mezzo all’oceano privo di pietà che spesso è la vita, han scelto te figlio come porto in cui riposare.
Se conosci i tuoi limiti e cerchi di capire te stesso tutto ciò che incontrerai lungo la tua strada assumerà nuovi profumi, e nuove sensazioni ti saranno concesse da madre natura.
Come spezzare ora le ultime catene me lo dirà il tempo. O forse l’esplorazione di nuove parole.

 

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“Il Cammino di Alessandro.” VI “Rendere fertile la terra”

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Un mio amico aveva comprato un terreno per estendere l’area del suo vigneto ed essendo un enologo decise di farlo analizzare per valutare se quest’area era già adatta alla viticoltura. Scoprì che doveva fertilizzare il terreno per mutarne le qualità organolettiche di ciò che avevano prodotto. Per ottenere in modo naturale questo risultato decise di seminare per alcuni anni prodotti che avrebbero tolto minerali “non buoni” e aggiunto minerali “buoni”. Ora quella terra produce un ottimo vino, ma per anni ci ha rimesso di tasca propria. Questo è il segreto per cambiare la propria vita: investire su sé stessi per migliorare la propria essenza.
Nel periodo del mio ricovero capii che il segreto per rinascere fosse seminare bene per un futuro che doveva ancora venire, e che questo mio seminare avrebbe prodotto inizialmente pochissime soddisfazioni e molte perdite, ma a lungo dopo qualche raccolto deludente avrei avuto un grande prodotto da vendere. E il mio prodotto non mi sarebbe servito per arricchirmi in danaro, ma in qualità della vita e in serenità.
Uscito dalla Clinica iniziai un percorso di ricerca interiore, fatta di lettura, di isolamento, ma anche di iniziative che mi portavano fuori strada, del tutto fuori strada, per poi riprendere il mio viaggio ancora più sicuro. Era difficile vedere apparire i primi risultati e chi mi circondava non capiva quanto la mia terra fosse arida e quanto andava ancora coltivata con prodotti specifici per poterla rendere di nuovo fertile. Dio sa quanti frutti sono marciti appesi alle piante, quanto seme è stato versato inutilmente in terre che non generavano prole, quanto amore non ho ricevuto durante questo percorso eppure la mia strada era quella, e non potevo dire a nessuno che la stavo percorrendo perché sentivo diffidenza verso di me, perché sapevo che in un mondo frenetico nessuno avrebbe capito la mia necessità di fermarmi e guardare l’acqua del fiume scorrere.
Nessuno sa che grande significato abbia l’acqua che scorre, quell’acqua che sembra sempre uguale ma che sa mutare così inesorabilmente il paesaggio, e mentre l’uomo poco accorto non si rende conto che tutto cambia intorno a lui, l’acqua lavora ancora per creare un mondo nuovo. L’acqua non sceglie il letto su cui scorrere, ma l’uomo può scegliere il luogo e il tempo in cui vivere, e, anche se solo in parte cercare di mutare la propria realtà.
Il mio segreto stava in fondo al mio cuore e mi sentivo sempre più solo, non riuscivo a far capire l’importanza del mio cammino perché non ne parlavo a nessuno, ma non potevo lasciarlo, era “Il Cammino di Alessandro”, e lasciarlo voleva dire far morire il vero Alessandro. L’avevo nascosto a tutti, non avevo permesso a nessuno di conoscerlo e l’avevo rinchiuso in una cella buia con una maschera triste che gli appesantiva l’anima. Ma Alessandro era vivo, e aspettava solo che la “terra tornasse fertile” per poter di nuovo sbocciare e tornare come quel bambino di cui mi raccontava mia madre, che appena sveglio calciava via le lenzuola e scoppiava a ridere.
E mentre il contadino si chiedeva perché gettassi al vento il raccolto, io mi nutrivo di nuova vita. E mentre in me morivano i frutti di un anno di lavoro, migliorava il terreno su cui coltivare il mio futuro.
E’ l’alchimia della vita, una sorta di regola non scritta, e come nella chimica si afferma: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” (Antoine-Laurent de Lavoisier), così anche nella nostra esistenza c’è uno scambio equivalente fra due vite, fra due essenze. Per generare una vita felice si devono versare infinite lacrime.
E il mio terreno deve ancora piangere raccolti gettati… E io devo ancora seminare terre aride e disperdere seme.

 

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“Il Cammino di Alessandro.” V “Sosta forzata”

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Uscire dalla clinica non fu facile, non fu come varcare una qualsivoglia porta e rientrare nella realtà, ma significò riprendere a vivere nella realtà, senza più essere circondato da “simili” e da un recinto ben definito. Ma: “Per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo. (Ecclesiaste 3.1)”, ed era arrivato anche il tempo di tornare a vivere e riaffrontare il mondo reale.
Il 10 ottobre 2008 si concluse un ciclo, i quarantaquattro giorni più intensi della mia vita, forse fra i giorni che segnarono di più la mia coscienza e il mio modo di percepire il mondo. Avevo fatto le valigie, ed ero pronto ad andarmene dalla mia stanza, l’ultimo saluto prima di lasciarla per sempre. Varcai la soglia e venni circondato dalle mie amiche, dalle mie compagne di viaggio: Federica, Enrica, Maria, Teresa, ed altri mi circondarono e mi sommersero d’amore. Enrica mi abbraccio così forte che mi fece quasi male, e mi disse che ero la persona migliore che avesse mai conosciuto, piangendo e dicendomi grazie. Grazie anche a Maria, e a me, aveva superato il black out della sua psiche. Mi sentivo disorientato da quell’affetto, da quell’amore espresso da così tante persone. E i miei genitori guardavano a questa scena commossi. Salutai tutti e poi andai dal mio compagno di stanza, gli regalai un libro, “Agrodolce” di Mauro Corona, e “minacciai” di “picchiarlo” se non fosse uscito di casa più spesso una volta tornato tra le sue montagne. Salutai le infermiere, le Oss, i Dottori, la barista del piano terra, che mi offrì l’ultimo caffè, e varcai la soglia che mi riportava nella realtà.
Ero talmente intontito dai farmaci che non riuscivo a far nulla, dormivo sempre, mi svegliavo tardi e poi andavo a fare volontariato, e così passai il mio 2009 condizionato dal “Seroquel”, uno psicofarmaco che preso la sera mi rimbambiva per tutto il giorno. Non avevo aspettative, non avevo lavoro e non riuscivo a trovare la forza di cercarlo. Come avrei potuto lavorare se dormivo in piedi? Come avrei potuto concentrarmi se non avevo più forze da spendere. Ero caduto di nuovo, e iniziavo ad avere paura. Ma più di me avevano paura i miei genitori che continuavano a misurarmi con i loro mezzi culturali.
C’era un aspetto positivo nella mia vita in quel periodo, ero in cassa integrazione e questo mi permetteva di avere molto tempo per me, voleva dire più tempo da dedicare alla mia salute mentale e psichica, voleva dire avere un reddito pur non lavorando. Senza questa crisi io sarei senz’altro morto.
Non potevo più guidare, soprattutto la sera avevo paura della strada, la vista mi si offuscava e venivo preso dal panico, fu così che persi i contatti con gli amici, e che cominciai a capire di non averne di veri. Ero sempre a casa da solo, e se non ero io a muovermi nessuno veniva a trovarmi. Venti, trenta chilometri erano diventati incredibilmente lunghi da percorrere per venire da me. Magari per andare a mangiare fuori no, ma per dedicarli ad un amico in difficoltà erano immensi.
Finì, il 2009, finì il 2010. Miglioravo, ma ero fermo, anche se dentro me stava cambiando tutto io non me ne accorgevo.

 

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