Intraprendere un cammino (De vita beata – Seneca)

Monica Denevan PendulumBurma

Monica Denevan PendulumBurma

Tutti, o fratello Gallione, vogliono vivere felici, ma quando poi si tratta di riconoscere cos’è che rende felice la vita, ecco che ti vanno a tentoni. […]
Perciò dobbiamo prima chiederci che cosa desideriamo; poi considerare per quale strada possiamo pervenirvi nel tempo più breve, e renderci conto, durante il cammino, sempre che sia quello giusto, di quanto ogni giorno ne abbiamo compiuto e di quanto ci stiamo sempre più avvicinando a ciò verso cui il nostro naturale istinto ci spinge. Finché vaghiamo a caso, senza seguire una guida ma solo lo strepito e il clamore discorde di chi ci chiama da tutte le parti, la nostra vita si consumerà in un continuo andirivieni e sarà breve anche se noi ci daremo giorno e notte da fare con le migliori intenzioni.
Si stabilisca dunque dove vogliamo arrivare e per quale strada, non senza una guida cui sia noto il cammino che abbiamo intrapreso, perché qui non si tratta delle solite circostanze cui si va incontro in tutti gli altri viaggi; in quelli, per non sbagliare, basta seguire la strada o chiedere alla gente del luogo, qui, invece, sono proprio le strade più frequentate e più conosciute a trarre maggiormente in inganno. Da nulla, quindi, bisogna guardarsi meglio che dal seguire, come fanno le pecore, il gregge che ci cammina davanti, dirigendoci non dove si deve andare, ma dove tutti vanno. E niente ci tira addosso i mali peggiori come l’andar dietro alle chiacchiere della gente, convinti che le cose accettate per generale consenso siano le migliori e che, dal momento che gli esempi che abbiamo sono molti, sia meglio vivere non secondo ragione, ma per imitazione.

(De vita beata – Lucio Anneo Seneca)

Sull’Eutanasia

Le Tre Parche, particolare dal Trionfo della Morte, arazzo fiammingo, 1520 ca.

Le Tre Parche, particolare dal Trionfo della Morte, arazzo fiammingo, 1520 ca.

Le Tre Parche, particolare dal Trionfo della Morte, arazzo fiammingo, 1520 ca.

La violenza può essere esercitata sotto varie forme. Non servono armi, né percosse per essere violenti. Basta una minaccia, delle urla, una pena sproporzionata, la coercizione. Basta obbligare una persona a vivere secondo le regole della maggioranza. “La maggioranza vince” è una frase fascista. Si è bello dire che in democrazia la maggioranza vince le elezioni. Ma le elezioni servono a governare un paese ed è necessario che vi siano regole. Ma pensare che la maggioranza debba anche governare la vita altrui è terribile. Fascista, o cristiano, o islamico, o comunista. Ma resta orribile.
Se poi a decidere delle sorti di migliaia di donne sono una minoranza di uomini quale maggioranza vince? Chi deve poi decidere quanto io debba vivere? Chi è padrone della mia vita, del mio tempo qui su questa Terra, se non io o il Fato?
Ho paura quando provo a pensare alla violenza di chi vuole imporre a un uomo ferito, inerme indifeso di vivere secondo le sue regole. Perché è così che esercitano la loro forza questi vigliacchi. Possono imporre la vita solo a chi non ha la capacità di togliersela. Allora il suicida sano è avvantaggiato su chi vuole l’eutanasia. Perché non puoi imporre a chi può correre, pensare, muoversi liberamente di morire. Ma puoi imporlo a chi è indifeso. Così ché egli si trovi indifeso di fronte la malattia e di fronte lo Stato che è in mano a una presunta maggioranza di violenti, fascisti che vogliono sostituirsi alle Moire togliendo loro la forbice con cui possono recidere il filo a cui è appesa la vita di ognuno di noi.

 

Ali di plastica (Alessandro Bon)

2mxekokAvevo poggiato un paio d’ali su una finestra,
certo non avevan piume,
ma erano di plastica.

Quelle ali che alcuni mettono a carnevale,
soprattutto le bimbe per sembrar fate.
Non ricordo perché le avevo comprate,
non certo per me.

Avevo chiuso l’uscio della stanza,
e lasciato socchiuse le finestre,
poi, intorpidito dal sonno,
mi coricai a letto, solo come sempre.

Mi sveglia in cielo con immense ali d’aquila,
sorvolavo la pianura padana,
mi sentivo finalmente vivo,
leggero come un aliante.

Gli occhi vedevano il mondo di sotto,
il cuore batteva forte,
e finalmente capivo le proporzioni delle cose,
ma anche delle persone.

Ero a letto quando mi svegliai,
e non avevo più ali,
né d’aquila sulle spalle,
né da fata sulla finestra.

Giù, nel cortile, una bimba cantava,
le ali da fata la facevano sognare,
e io mi ricordai perché le avevo sulla finestra,
erano cadute dal piano di sopra sul terrazzo…

Eppure, ero stato aquila anch’io…
Pur sempre con ali da fata,
pur sempre con ali di plastica.

© Alessandro Bon

Non conosciamo mai la nostra altezza (Emily Dickinson)

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Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura.

L’eroismo che allora recitiamo
sarebbe quotidiano, se noi stessi
non c’incurvassimo di cubiti
per la paura di essere dei re.

1210265587371_3Diciamo quindi che per “istante” (waqt) si intende l’attribuzione ipotetica a un’entità di qualcosa che non possiede la realtà oggettiva che le viene attribuita. Si tratta di una supposizione, come quando per esempio supponiamo in una figura sferica un inizio, una metà e una fine, mentre in realtà essa, in sé e per sé, non ha in atto né un inizio, né una metà, né una fine, ma è solo in via di supposizione e di ipotesi che concepiamo tali distinzioni. Ebbene, l’istante è una supposizione che facciamo nel tempo, perché quest’ultimo è circolare, così come Dio ha creato il principio, ed è simile a una sfera. L’inviato di Dio ha detto: «In verità, il tempo ha compiuto una rotazione completa, tornando alla configurazione che aveva il giorno in cui Dio ha creato», ricordando in tal modo che Dio lo ha creato roteante e dunque gli istanti (che in esso immaginiamo) sono delle vere supposizioni

(Le rivelazioni meccane – Ibn Arabi)