La donna di sabbia

la-donna-di-sabbia-1964-hiroshi-teshigahara-10“La donna occupa un posto misterioso e centrale, attorno cui ruotano l’immobile fissità di giorni sempre uguali, i desideri di fuga, i radi contatti con il resto della comunità, i pensieri ossessivi del protagonista. L’amore non ha posto, qui, neppure nell’epilogo che lo farebbe quasi supporre.
L’uomo, usato dalla donna per dividere la fatica del quotidiano riempimento di ceste di sabbia si serve a sua volta della donna come una metaforica “presa di terra” delle proprie frustrazioni sessuali, psicologiche e culturali.
Eppure sarà il pragmatismo dai piedi per terra (il suo elemento maschile) a soccombere al mondo capovolto della donna di sabbia (la parte femminile dell’universo) quando, pur avendone la possibilità, rinuncerà alla fuga, per restare con lei.
Il ricordo della vita precedente svanisce nella realizzazione di una vita incredibilmente possibile.
La donna e la sabbia sono ora l’unica prospettiva di senso compiuto, così come l’acqua che sgorga dal terreno e la vita che prende forma nel corpo della compagna danno all’uomo l’esatta misura della sua nuova libertà. O della sua nuova prigionia”, commento di Ilde Laura.
“Non c’era più bisogno di scappare in fretta. Ora non soltanto possedeva un biglietto di andata e ritorno, ma c’era uno spazio bianco su cui egli poteva scrivere con tutta libertà sia la méta sia il luogo del ritorno…In quanto al modo di fuggire, avrebbe fatto in tempo a pensarci anche il giorno dopo”,

La donna di sabbia, 1962, di Kobo Abe

A mio padre (Alessandro Bon)

577396_356146377776179_1697044680_nLunghi silenzi,
giorni senza parlarci,
ore senza vederci.

Tu grande montagna,
tu infaticabile lavoratore,
tu uomo grande e Grande uomo.

Esempio di vita.
Vita passata a lavorare,
vita trascorsa ad amare.

Amare una donna,
amare due figli.

Calli grandi sulle mani,
fronte ampia e saggia.

Questo sei tu:
Padre mio.

La poesia è del 2001 da allora capro papà quanto sei cambiato. E ora siamo più uniti

Confronto d’amore (Nizar Qabbani)

Non rassomiglio agli altri tuoi amanti, mia signora
Se un altro ti donasse una nuvola
Io ti darei la pioggia
Se ti desse un lume
Io ti donerei la luna
Se ti donasse un ramo germogliato
Io tutti gli alberi
E se un altro di donasse una nave
Io ti darei l’intero viaggio.

Nizar Qabbani

da “Io canto me stesso” di Walt Whitman

From song of myself.

 

Da Il canto di me stesso .

XXI

Io sono il poeta del Corpo, io sono il poeta dell’Anima, i piaceri
del cielo sono con me e le sofferenze dell’inferno sono con me,
i primi li innesto e li faccio crescere su me stesso, questi ultimi
li traduco in una nuova lingua. Sono il poeta della donna come dell’uomo,
e dico che è grande essere donna come essere uomo, e dico che non
c e niente di più grande che la madre degli uomini. Io canto la
canzone dell’espansione e dell’orgoglio, abbiamo avuto abbastanza
inchini e deprecazioni, io mostro che la grandezza è soltanto sviluppo.
Hai superato tutti gli altri? sei il Presidente? È una sciocchezza,
si arriverà anche più in là, si andrà oltre. Io sono colui che cammina
con la tenera notte che cresce, io chiamo la terra ed il mare per
metà occupati dalla notte. Fatti più vicina, o notte dai seni denudati,
fatti più vicina magnetica nette che nutri! Notte dei venti del
sud – notte di poche larghe stelle! calma notte chinata – folle
e nuda notte d’estate. Sorridi voluttuosa terra dal fresco respiro!
Terra di dormienti, liquidi alberi! Terra del tramonto andato –
terra delle montagne dalle vette di nebbia! Terra del vitreo scorrere
della luna piena tinta di blu! Terra dello splendore e dell’oscurità
che screziano l’acqua del fiume! Terra del limpido grigio di nuvole
più vivide e più chiare per amor mio! Terra che si stende lontano
a gomito – terra ricca di meli in fiore! Sorridi, il tuo amante
arriva, Prodiga, tu mi hai dato amore – perciò io a te do amore!
Oh indicibile, appassionato amore.

 

Siamo tutti la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto (Alessandro Bon)

Vi era un vecchio sporco e con una barba lunga e incolta, i suoi abiti erano luridi, la sua pelle ricordava i fondali di quei laghi su cui da tempo non cade acqua, le sue unghie, lunghe e sporche, raccontavano l’incuria in cui era caduto da troppo tempo, i suoi occhi, semichiusi e tristi, erano scomparsi dietro il nero del grasso d’auto e lo sporco che gli segnava il viso, aveva denti gialli, e non tutti erano ancora presenti in quella bocca tanto maleodorante.

“Fai schifo!” – Si sentiva dire tutti i giorni, e vedeva nuvole di saliva cadergli vicino, sputi lanciati da ragazzotto ben vestiti e con bei telefonini, che uscivano da scuola con un bel sorriso di chi sente il futuro risplendere sul proprio orizzonte

Era solo, nessuno si fermava a parlargli, era triste, non conversava con un amico da mesi, e non sentiva il calore di una donna da anni ormai. Lo sgurdo disgustato, gli occhi che si abbassavano pian piano di fronte a quel viso troppo segnato dal dolore e dal tempo lo facevano sentire un mostro.

Una giovane ragazza, straniera ma di origini italiane gli portava da qualche tempo dei vestiti che lei stessa cuciva la sera prima di addormentarsi. Non erano vestiti belli, ma erano cuciti a mano, puliti, e stirati, contenevano amore: qualcuno dedicava dei minuti della propria giornata a lui. Bastava poco per rendergli più bella la giornata, un sorriso, 5 minuti di chiacchiere, e il profumo di pulito sulla pelle.

Una sera questa ragazza gli chiese: “Cosa sognavi da bambino?”

Il suo sguardo si illuminò, e parve che la pelle tornasse giovane… di colpo di ricordò le corse fra i campi di grano, le urla di sua madre, le sere trascorse a guardare il cielo e a chiedersi quante stelle poteva contenere, e se da qualche parte, lì nell’universo, vi fosse un altro ragazzo come lui  che si poneva le stesse domande. Si ricordava della scuola, dell’università, della sua laurea, di quando gli studenti lo chiamavano professore. Il primo bacio, la prima volta che era entrato dentro lei, il si, il primo pianto del suo bimbo…

Un ragazzo, appena uscito da scuola lo ascoltò, e commosso gli regalò un libro: “Il gabbiano Jonathan Livingston”; poi se n’andò nei suoi vestiti puliti, e con il suo nuovo cellulare… cosciente di aver imparato che nessun uomo era da disprezzare, e che anche l’ultimo degli ultimi poteva essere un maestro per noi, perché tutti siamo la prima lettera e l’ultima dell’alfabeto.