“La donna occupa un posto misterioso e centrale, attorno cui ruotano l’immobile fissità di giorni sempre uguali, i desideri di fuga, i radi contatti con il resto della comunità, i pensieri ossessivi del protagonista. L’amore non ha posto, qui, neppure nell’epilogo che lo farebbe quasi supporre.
L’uomo, usato dalla donna per dividere la fatica del quotidiano riempimento di ceste di sabbia si serve a sua volta della donna come una metaforica “presa di terra” delle proprie frustrazioni sessuali, psicologiche e culturali.
Eppure sarà il pragmatismo dai piedi per terra (il suo elemento maschile) a soccombere al mondo capovolto della donna di sabbia (la parte femminile dell’universo) quando, pur avendone la possibilità, rinuncerà alla fuga, per restare con lei.
Il ricordo della vita precedente svanisce nella realizzazione di una vita incredibilmente possibile.
La donna e la sabbia sono ora l’unica prospettiva di senso compiuto, così come l’acqua che sgorga dal terreno e la vita che prende forma nel corpo della compagna danno all’uomo l’esatta misura della sua nuova libertà. O della sua nuova prigionia”, commento di Ilde Laura.
“Non c’era più bisogno di scappare in fretta. Ora non soltanto possedeva un biglietto di andata e ritorno, ma c’era uno spazio bianco su cui egli poteva scrivere con tutta libertà sia la méta sia il luogo del ritorno…In quanto al modo di fuggire, avrebbe fatto in tempo a pensarci anche il giorno dopo”,
La donna di sabbia, 1962, di Kobo Abe

Vi era un vecchio sporco e con una barba lunga e incolta, i suoi abiti erano luridi, la sua pelle ricordava i fondali di quei laghi su cui da tempo non cade acqua, le sue unghie, lunghe e sporche, raccontavano l’incuria in cui era caduto da troppo tempo, i suoi occhi, semichiusi e tristi, erano scomparsi dietro il nero del grasso d’auto e lo sporco che gli segnava il viso, aveva denti gialli, e non tutti erano ancora presenti in quella bocca tanto maleodorante.
sua madre, le sere trascorse a guardare il cielo e a chiedersi quante stelle poteva contenere, e se da qualche parte, lì nell’universo, vi fosse un altro ragazzo come lui che si poneva le stesse domande. Si ricordava della scuola, dell’università, della sua laurea, di quando gli studenti lo chiamavano professore. Il primo bacio, la prima volta che era entrato dentro lei, il si, il primo pianto del suo bimbo…