Il sentiero della Pace (Kung fu il telefilm)

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Kwai Chang Caine: “Maestro come posso seguire un sentiero di pace se il mondo non è mai in pace.”
Maestro Po: “La pace non è nel mondo, ragazzo, ma nell’uomo che cammina lungo il sentiero.”
Kwai Chang Caine: “Ma sul mio sentiero posso trovare uomini che non amano la pace”
Maestro Po: “Allora scegli un sentiero diverso”
Kwai Chang Caine: “E se ad ogni svolta dovessero comparire i violenti che non amano la pace? ”
Maestro Po: “Per raggiungere la perfezione un uomo deve raggiungere in pari tempo la pietà e la saggezza.”
Kwai Chang Caine: “Maestro ma come faccio a lottare con un uomo che vuole lottare con me.”
Maestro Po: “In un cuore che è unito alla natura, anche se il corpo combatte non c’è mai violenza Invece nel cuore che non è unito alla natura anche se il corpo è in riposo la violenza è sempre in agguato. Quindi ragazzo sii come la prua di un battello che taglia l’acqua ma che lascia dietro di sé l’acqua del tutto intatta.”
Kung Fu (Telefilm)

Sono una donna (Joumana Haddad)

libera-catene-tramontoNessuno può immaginare
quel che dico quando me ne sto in silenzio
chi vedo quando chiudo gli occhi
come vengo sospinta quando vengo sospinta
cosa cerco quando lascio libere le mani.
Nessuno, nessuno sa
quando ho fame quando parto
quando cammino e quando mi perdo,
e nessuno sa
che per me andare è ritornare
e ritornare è indietreggiare,
che la mia debolezza è una maschera
e la mia forza è una maschera,
e quel che seguirà è una tempesta.
Credono di sapere
e io glielo lascio credere
e io avvengo.
Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà
fosse una loro concessione
e ringraziassi e obbedissi.
Ma io sono libera prima e dopo di loro,
con loro e senza loro
sono libera nella vittoria e nella sconfitta.
La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della mia prigione è la loro lingua
ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio
desiderio
e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.
Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro proprietà
e io glielo lascio credere
e avvengo.

Il cammino di Alessandro VIII: l’identità

canalizzatori-gic3b9-la-maschera-featQuando nel 2008 decisi di entrare nella clinica “Parco dei Tigli” di Teolo non avrei mai pensato a cosa avrebbe potuto significare questa mia scelta per la mia vita. Senz’altro senza quel ricovero non avrei mai posto le basi per iniziare quel nuovo percorso di vita che mi ha portato nel 2016 a stare, abbastanza, bene con me stesso. Quando parlo di questo percorso uso sempre una parola “identità”: l’uomo è alla continua ricerca di una identità sin da bambino e non smette mai di cercare di comprendere chi egli sia. Certo ci sono uomini che si accontentano di sapere che loro sono il loro lavoro, o il ruolo che la vita o altri gli han imposto, ma alcuni restano alla ricerca di una evoluzione. Alcuni si sentono sempre mancare qualcosa per arrivare a un punto nella vita in cui dire: Sono Alessandro.
Io ora posso dire con forza che sono Alessandro. Ma questo non vuol dire che il mio percorso di vita è arrivato alla totale comprensione di me stesso. L’uomo è dentro sé un labirinto stupendo da esplorare ma anche una caverna buia in cui nasconde parti di sé a sé stesso e agli altri. La ricerca di un’identità deve passare attraverso l’accettazione e il superamento di questo lato oscuro. Non dobbiamo nasconderlo e neppure vergognarcene, ma dobbiamo accettare ciò che di noi non ci piace o fa paura per poi riuscire a renderlo più docile nella nostra mente e nella vita per renderci finalmente liberi. Usando l’immaginazione dovremmo essere capaci di trasformare la parte che meno amiamo di noi in un bambino e dovremmo essere capaci di essere noi adulti ad abbracciarlo e a renderlo finalmente in pace con sé.
La ricerca dell’identità è un percorso lungo e tortuoso e necessita di moltissimi errori da compiere per trovare la giusta via da intraprendere. E’ logico che questa strada sarà riconducibile a ciò che noi cerchiamo. Sarà difficile lasciare una parte di noi che a noi fa comodo per ottenere lo scopo finale, ma se il nostro scopo è quello di essere davvero “Io”dobbiamo imparare a lasciare andare ciò che noi non siamo ma che altri ci hanno imposto come identità. Io ho dovuto accettare la mia sessualità, rompere i cordoni ombelicali, ho dovuto accettare i miei limiti e continuo ancora con un’autoanalisi sempre precisa e coerente.
L’autoanalisi coerente e precisa può aiutarci a renderci migliori. Ma l’autoanalisi non deve essere una sorta di Io giudice che ci addossa colpe e condanne per ogni sbaglio rendendoci la vita impossibile o la nostra crescita personale non sarà certo realizzabile, né certo dev’essere una madre amorevole capace di perdonarci ogni sbaglio, ma un punto di vista esterno capace di analizzare i nostri comportanti ed in grado di aiutarci a intraprendere quel percorso di “accettazione – superamento” di cui ho parlato.
L’Alessandro d’oggi non va più dalla psicologo ma fa yoga. Non trova più rimorso per i suoi errori, ma cerca di evitarli. Non si nasconde più dietro la depressione per scusare i suoi comportanti non coerenti, ma riconosce questi fanno parte di lui e li accetta e cerca di non ripeterli. Per essere Alessandro ho dovuto smettere di essere depresso o bipolare, ma accettarmi e ricercare dentro me ciò che di buono ho da offrirmi.

———>   E’ uscito il mio quarto libro: La persistenza della memoria:

Lo puoi ordinare su questo sito per riceverlo con una dedica

Il libro è in vendita in oltre 4500 librerie e on line:

Licenza

Licenza Creative Commons
Questo testo è di Proprietà intellettuale di Alessandro Bon può essere usato solo citando l’autore Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 2.5 Italia License.

Primavera

tulipani-natura--amore--fiore--tulipano--estate--primavera_121-69760Apri gli occhi
e te ne vai.
Via le lenzuola:
s’è fatto giorno.

Fiori che crescono
in prati verdeggianti,
alberi che germogliano
e promettono frutti.

Il bosco ch’era muto,
echeggia di suoni:
trilli di cicale,
ugole d’uccelli.

La vita è bella,
di verde vestita,
di luce dorata,
di speranza rinata.

———>   E’ uscito il mio quarto libro: La persistenza della memoria:

Lo puoi ordinare su questo sito per riceverlo con una dedica

Il libro è in vendita in oltre 4500 librerie e on line:

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Lettera di un figlio ad un padre: “Papà grazie dei tuoi sacrifici, non farne altri per lo stato””

lettere_amore-800x533Caro papà mi ricordo di quando ci raccontavi della tua infanzia? A sette anni aiutavi tua zia a trasportare bibite per Burano perché non c’erano soldi: era l’Italia povera del dopo guerra, quella dei calzoni corti e dei buchi sotto le suole delle scarpe, con i geloni che spaccavano la pelle dei piedi. Io a 7 anni lavoravo di fantasia con mio fratello, che di anni ne aveva sei, immersi in un mondo fatato in cui non sapevamo neppure rifarci il letto.

Ti ricordi a 11 anni come passavi le tue giornate? Andavi a lavorare alle 7:00 con il battello, e poi fino alle 18:00 correvi davanti ai forni che lavoravano il vetro ad una temperatura di1200°C. Il vetro di Murano ti riempiva la pelle di schegge quando esplodeva, e le canne per soffiare ti bruciavano la pelle. In quegli anni appena tornato a casa ti buttavi in mutande in laguna, cercando ristoro in quell’acqua salmastra, a quei tempi ancora pulita e non inquinata da Marghera. Piangevi la sera perché non volevi andare a lavorare il giorno dopo. E tua mamma, inflessibile, ti spiegava che in quel dopo guerra servivano i bessi, o schei cioè soldi in veneziano, e che una famiglia composta da 6 figli e due adulti non poteva mantenere nessuno che non lavorasse. Io a 11 anni giocavo con i Transformer e sbuffavo se mi chiedevi di preparare e spreparare la tavola durante la cena. Non avevo idea di cosa fosse il lavoro, e quando tu mi accarezzavi il viso con quelle mani completamente piene di calli, senza un centimetro quadrato libero, non sentivo calore, ma graffi sulla pelle che a me infastidivano. Non capivo i tuoi sacrifici.

Ti ricordi papà quando d’estate c’erano oltre 30 °C all’ombra e in fornace l’aria toccava i 45° C? E i tuoi colleghi più giovani che ogni tanto si fermavano dicendoti che non ce la facevano a sopportare quel peso di oltre 30 kg di vetro a una temperatura di oltre 800 °C dall’altra parte della canna. Te lo ricordi papà? Che tornavi a casa ed eri ancora madido di sudore, nervoso, e non trovavi pace di notte, girandoti sul materasso senza riuscire a dormire e passavi tutta l’estate in piedi sulla finestra. Io avevo 15 anni e non avevo mai lavorato, bagnavo il giardino, tagliavo l’erba, studiavo e facevo atletica, ma non capivo la tua fatica… e il ventilatore mi toglieva un po’ di caldo.

Ti ricordi papà che a 55 anni hai avuto l’infarto? E sei dovuto stare a casa malato 3 mesi? Era più il dispiacere di non lavorare, che quello di non avere una vita serena. Non volevi andare in pensione, e non avevi mai fatto malattia. In 45 anni sei quasi sempre andato a lavorare. Anche con la schiena a pezzi, con il cuore che doleva. Tu l’hai sempre fatto per noi: la mamma, io e mio fratello. Non ti è mai pesato.

Mio fratello si è laureato pagandosi tutta l’Università, vivendo e mangiando a casa nostra, ma senza chiedere un euro, e ha lavorato per mantenersi. Sempre in regola con le tasse.

Io mi son pagato da solo i dottori da quando mi son serviti vagoni di soldi per curarmi. E tu non hai voluto soldi in casa, malgrado lavorassi sin da quando avevo 20 anni.

La mamma ha avuto un brutto male, e poi è stata investita. E tu l’hai aiutata, lavorando in casa, dandoci conforto, e cercando di sorridere sempre.

Ora i politici chiedono alla vostra generazione di fare sacrifici, di lavorare ancora, ed ancora, per dare un futuro migliore a noi. Ma, in realtà non è per noi questo futuro ma per loro. Loro non vogliono rinunciare a nulla. Non vogliono essere privati dei privilegi. E Chiesa, Finanza, Politica, (e Mafia) chiedono a voi di lavorare di più promettendo a noi un futuro migliore.

Caro papà… Tu per me hai già fatto tanto, troppo. Miliardi di volte più di quello che ha fatto tuo padre per te. Tu sei la mia roccia, il sostegno su cui è stata alzata la Casa che è la nostra famiglia. Quella famiglia che ha per muro portante: la mamma. Ed io a 36 anni non ti posso che dire grazie. Non far più sacrifici per me. Ma soprattutto non farli per Loro. Non credere che io e te siamo in competizione, che io e te siamo nemici. Io sono TUO FIGLIO e tu sei MIO PADRE: Il più grande legame che ci sia. I miei nemici sono coloro che vogliono sfruttarti e sfruttarmi. I tuoi nemici sono loro.

Caro papà grazie per quello che mi hai dato…