16 02 2000 o la Solitudine (poesia)

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Come un pesce
che risale la corrente.

Come un gatto
che prova a volare.

Come un uomo
che prova a capire Dio,
son Io.

Cosa manca alla mia vita?
Cosa mi fa sentire così male?

Non sono certo le ali,
il cuore vola alto
Non è certo la Fede,
a mio modo credo anch’io

Cos’è allora che mi tiene giù,
cos’è allora che mi fa imprecare.

O vita maledetta,
fonte di ogni mia pena,
potrò mai lasciarti?

Amo troppo la mia famiglia,
credo troppo nel mio futuro,
perché possa abdicare.

Ma mentre penso a ciò
tutto scorre intorno a me,
nulla è come prima
e, Io, sono sempre più solo.

Potrò mai essere quel guerriero,
ferito a morte,
che si rialza e uccide il nemico?

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Questo testo è di Proprietà intellettuale di Alessandro Bon può essere usato solo citando l’autore Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 2.5 Italia License.

“Il Cammino di Alessandro.” V “Sosta forzata”

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Uscire dalla clinica non fu facile, non fu come varcare una qualsivoglia porta e rientrare nella realtà, ma significò riprendere a vivere nella realtà, senza più essere circondato da “simili” e da un recinto ben definito. Ma: “Per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo. (Ecclesiaste 3.1)”, ed era arrivato anche il tempo di tornare a vivere e riaffrontare il mondo reale.
Il 10 ottobre 2008 si concluse un ciclo, i quarantaquattro giorni più intensi della mia vita, forse fra i giorni che segnarono di più la mia coscienza e il mio modo di percepire il mondo. Avevo fatto le valigie, ed ero pronto ad andarmene dalla mia stanza, l’ultimo saluto prima di lasciarla per sempre. Varcai la soglia e venni circondato dalle mie amiche, dalle mie compagne di viaggio: Federica, Enrica, Maria, Teresa, ed altri mi circondarono e mi sommersero d’amore. Enrica mi abbraccio così forte che mi fece quasi male, e mi disse che ero la persona migliore che avesse mai conosciuto, piangendo e dicendomi grazie. Grazie anche a Maria, e a me, aveva superato il black out della sua psiche. Mi sentivo disorientato da quell’affetto, da quell’amore espresso da così tante persone. E i miei genitori guardavano a questa scena commossi. Salutai tutti e poi andai dal mio compagno di stanza, gli regalai un libro, “Agrodolce” di Mauro Corona, e “minacciai” di “picchiarlo” se non fosse uscito di casa più spesso una volta tornato tra le sue montagne. Salutai le infermiere, le Oss, i Dottori, la barista del piano terra, che mi offrì l’ultimo caffè, e varcai la soglia che mi riportava nella realtà.
Ero talmente intontito dai farmaci che non riuscivo a far nulla, dormivo sempre, mi svegliavo tardi e poi andavo a fare volontariato, e così passai il mio 2009 condizionato dal “Seroquel”, uno psicofarmaco che preso la sera mi rimbambiva per tutto il giorno. Non avevo aspettative, non avevo lavoro e non riuscivo a trovare la forza di cercarlo. Come avrei potuto lavorare se dormivo in piedi? Come avrei potuto concentrarmi se non avevo più forze da spendere. Ero caduto di nuovo, e iniziavo ad avere paura. Ma più di me avevano paura i miei genitori che continuavano a misurarmi con i loro mezzi culturali.
C’era un aspetto positivo nella mia vita in quel periodo, ero in cassa integrazione e questo mi permetteva di avere molto tempo per me, voleva dire più tempo da dedicare alla mia salute mentale e psichica, voleva dire avere un reddito pur non lavorando. Senza questa crisi io sarei senz’altro morto.
Non potevo più guidare, soprattutto la sera avevo paura della strada, la vista mi si offuscava e venivo preso dal panico, fu così che persi i contatti con gli amici, e che cominciai a capire di non averne di veri. Ero sempre a casa da solo, e se non ero io a muovermi nessuno veniva a trovarmi. Venti, trenta chilometri erano diventati incredibilmente lunghi da percorrere per venire da me. Magari per andare a mangiare fuori no, ma per dedicarli ad un amico in difficoltà erano immensi.
Finì, il 2009, finì il 2010. Miglioravo, ma ero fermo, anche se dentro me stava cambiando tutto io non me ne accorgevo.

 

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La persistenza della memoria Disponibile in Ebook o cartaceo.

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“Il Cammino di Alessandro.” IV “Tante storie, tante verità”

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Era il decimo giorno di ricovero, quando decisi di fermarmi e rifugiarmi in me stesso. I troppi attriti con gli altri pazienti della Clinica Psichiatrica mi stavano distruggendo, così cominciai a frequentare solo chi mi avrebbe potuto dare beneficio e serenità. Vi era in fondo al mio reparto una stanza gialla con otto tavoli, sempre illuminata dal sole era poco frequentata: decisi che quel luogo sarebbe diventato il mio rifugio. Chiesi ai miei genitori di portarmi il pc, che non era collegato ad internet, per poter mettere giù su “carta” un po’ di pensieri e rivivere scrivendole le mie sensazioni. Nella stanzetta arrivarono anche Maria ed Enrica che si intrattenevano a loro modo.
Maria era ricoverata perché aveva subito mobbing al lavoro, Enrica, invece, aveva una storia terribile alle spalle e dopo l’ennesima delusione era andata in tilt e non riusciva a fare altro che a ripetere tutto il giorno la stessa frase: “Ma lui mi lascerà? Secondo te mi ama?”, e me lo chiedeva almeno quaranta volte al giorno. Non la sopportavo! Poi, un giorno ho capito chi era, una “farfalla bagnata”: mi raccontò la sua storia e io capii il suo dolore. Abbandonata dai genitori, sola al mondo pur avendo due fratelli, si era sposata e suo marito, dopo anni di matrimonio, aveva vinto una cifra considerevole e con questa era fuggito, lasciandola al proprio destino. Fu allora che io e Maria adottammo Enrica e decidemmo di passare più tempo possibile con lei. Le facevamo fare esercizi ginnici, e scrivere un diario che poi leggeva a voce alta e discutevamo. La incoraggiavamo e la coccolavamo. E lei pian piano sembrava rialzarsi. Da Maria imparai a ridere di me stesso, da Enrica a piangere.
Lui era abbastanza alto, un metro ottanta, era grosso e aveva un pugno incredibilmente grande, aveva fatto pugilato per anni, poi d’improvviso si raggomitolando su sé stesso e piangeva come un bambino, o forse era simile al gigante di pietra che ne: “La storia infinita” aveva perso il figlio. In effetti lui aveva perso tutto, la madre era morta, era stato licenziato, la moglie gli aveva portato via la figlia. E lui non riusciva ad alzarsi più, non riusciva a reagire. E piangeva.
Era bellissima Elena, cantava in maniera divina, era meridionale, aveva la pelle olivastra e gli occhi che mi facevano battere il cuore. Era la mia fatina, e io decisi di corteggiarla. Fu così che iniziai a scriverle a mano lettere d’amore, dolcissime, a cui lei rispondeva abbracciandomi e cercando sempre di più la mia compagnia. Aspettavo che fosse sola in camera, e le facevo passare sotto la porta quelle lettere d’amore. Diventammo amici, seriamente amici, e la sera prima che se ne andasse la baciai. Lei in punta di piedi teneva una mano sulla mia spalla e con una mi accarezzava la schiena, lasciandosi trasportare, io fremevo e mi godevo quel momento infinito che dava un senso alla mia intera vita.
Occhi neri, scavati dal sonno, occhiaie che le deturpavano il volto, bionda, ma appassita, forse per sempre, parlava soltanto con un esile uomo rosso di capelli e molto discreto: erano gli alcoolizzati. La prima volta che li guardai sentii odio e indignazione, erano “brutti e sporchi” erano la “feccia” della società, così mi era stato insegnato. E li evitavo. Poi, facendo Arte Terapia, la donna bionda raccontò di essere stata sposata ad un uomo bellissimo, colto e pieno di interessi, che le aveva riempito talmente tanto la vita e il cuore che al momento della sua morte non aveva resistito ed era caduta in depressione. Disegnava magistralmente, e mentre ci mostrava i suoi capolavori gli occhi perdevano le occhiaie e tornavano giovani. Il ragazzo “rosso” disegnò una palma nel deserto, e sotto si fece l’autoritratto mentre pescava nella sabbia. “C’è sempre una speranza, c’è sempre qualcosa di bello da trovare”, lo descrisse così; io non potei che abbracciarlo, e riempirlo di affetto ringraziandolo della sua grande anima. A lui dedicai una poesia, a loro devo l’amore per chi sbaglia.
Carla aveva un ritardo mentale, ma sarebbe stata lì per poco perché bevendo oltre venti caffè al giorno si era ammalata e ora le mani le tremavano forte. Aveva 42 anni, ma essendo androgina e piccolina ne dimostrava 25, andava in bagno e lasciava la porta aperta: “il papà ha paura che mi faccia male se resto da sola!” diceva, e io passando per il corridoio le gridavo: “La porta!” Lei usciva dal bagno correndo, e mi ricordava tanto il conigli di “Alice nel paese delle meraviglie”, scusandosi e diceva: “Hai ragione mi hai detto che le donne chiudono la porta!” Le regalai una scheda telefonica da 5 euro e le feci promettere di non telefonare troppo speso a casa, lo faceva anche 25 – 30 volte al giorno, e il papà, che era in sedia a rotelle non poteva correre sempre a rispondere. Mi abbracciò: le sembrava un patrimonio quel regalo.
Barba bianca da montanaro, come il nonno di Heidi, ma magro e alto, sempre imbronciato e chiuso. Era il mio compagno di stanza, aveva 30 anni più di me e io temevo che mi avrebbe dato noia. Lui fu il mio “eroe”, mi adottò, e io adottai lui. Una sera una ragazza brasiliana gli chiese se volesse tagliarsi i capelli. Lui accettò, ma lei con una sforbiciata gli tagliò via la barba: che affronto per un montanaro! Anni di barba buttati via. Eppure non si arrabbiò. Da lui imparai la modestia, il saper ascoltare, l’essere puro e l’amare in silenzio.
Ci sono tante storie da raccontare, tanti motivi per cadere in un luogo così, ma ci sono soprattutto tante persone che hanno solo bisogno d’amore. E io lì l’ho imparato

 

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