Il delinquente e il disabile

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Un criminale aveva violentato una donna, e non era la prima. Di fronte il magistrato aveva raccontato di essere pentito, che non l’avrebbe mai più fatto.
Il magistrato tenendo conto delle attenuanti, del fatto che veniva da un ambiente dove il crimine era di casa, gli ridusse la pena. Invece di cinque anni, lo condannò a sei mesi, che in virtù della legge divennero una multa e dei lavori socialmente utili.
Alla fine della pena, il Comune lo aiutò a trovare un lavoro e a reinserirlo nella comunità. Divenne bravo e corretto. Sposò una graziosa ragazza, ebbe dei figli.
Di fronte a Dio disse: “Se non avessi stuprato quella donna, la mia vita sarebbe stata peggiore. Ringrazierò per sempre il buon Dio che mi ha dato questa possibilità. Essere un criminale paga nel suo mondo.”
Sul letto di morte c’era anche un disabile. Lui non aveva stuprato nessuna donna, in realtà non aveva mai amato, né era stato amato. Non era stato aiutato dal Comune a inserirsi nella comunità, non aveva avuto una bella moglie e dei bei figli, né un lavoro, pochi euro al mese di pensione, che grazie ai risparmi dei genitori gli avevano permesso di vivere, certamente non sereno.
Di fronte a Dio si inchinò, e lo pregò: “Dammi una nuova vita. Fammi essere sano, e io ucciderò per essere felice… perché so che nel mondo da te creato, è meglio avere un animo mostruoso, che problemi di salute.”

———>   E’ uscito il mio quarto libro: La persistenza della memoria:

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Il libro è in vendita in oltre 4500 librerie e on line:

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Questo testo è di Proprietà intellettuale di Alessandro Bon può essere usato solo citando l’autore Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 2.5 Italia License.

Il bambino che scriveva sulla sabbia

sabbiaUn bambino tutti i giorni si recava in spiaggia e scriveva sulla spiaggia: “Mamma ti amo!”; poi guardava il mare cancellare la scritta e correva via sorridendo.
Un vecchio triste passeggiava tutti i giorni su quel litorale, e lo vedeva giorno dopo giorno scrivere la stessa frase, e guardare felice il mare portargliela via. Fra sé e sé pensava: “Questi bambini, sono così stupidi ed effimeri.”
Un giorno si decise ad avvicinare il bambino, non avrà avuto più di dieci anni, e gli chiese: “Ma che senso ha scrivere “Mamma ti amo!” sulla sabbia se poi il mare te la porta via. Diglielo tu che le vuoi bene.”
Il bambino si alzò, e guardando l’ennesima scritta cancellata dall’acqua salata disse al vecchio: “Io non ce l’ho la mamma! Me l’ha portata via Dio, come fa il mare con le mie scritte. Eppure torno qui ogni giorni a ricordare alla mamma e a Dio che non si può cancellare l’amore di un figlio per la propria madre.”
Il vecchio si inginocchiò, e con le lacrime agli occhi scrisse: “Nora. Ti amo!”; era il nome della moglie appena morta. Poi prese il bimbo per mano e assieme guardarono la scritta sparire.

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Il papà con gli occhi che sapevan amare

Vi era un uomo seduto in riva al mare che cantava canzoni che sembravano provenire da un altro mondo, un tempo antico, un altro paese…. Un paese che Antonio non aveva mai udito nominare: era un Afghano. La sua felicità per Antonio era incomprensibile: non aveva una gamba! Eppure cantava felice.

“Ma come fa un uomo senza  una gamba ad essere felice?” Si chiedeva Antonio. E giorno dopo giorno gli passava accanto, con quell’ingenuità che solo un ragazzino di 13 – 14 anni sa ancora avere. Finché una mattina l’uomo si girò verso di lui e gli disse: “Tutti i giorni ti fermi ad ascoltarmi cantare e poi te ne vai a capo chino dopo aver guardato la mia gamba, perché?”

Il ragazzo, diventato rosso in volto dalla vergogna, gli disse: “Come fa un uomo senza una gamba a sorridere?”
“Sai piccolo uomo, ho perso la gamba quando avevo cinque anni, stavo rincorrendo una palla e all’improvviso vidi sangue attorno a me… e poi il buio. Mi svegliai su un letto d’ospedale dove stavano medicando quel che rimaneva della mia gamba. Sai ragazzo. Vi era una donna che si prendeva cura di me, era bionda! Per te non è strano vedere una donna con i capelli biondi, ma da dove vengo io nessuno è biondo, e io me ne innamorai. Doveva essere un angelo, e anche se non capivo la sua lingua imparai una canzone che canticchiava spesso, a bassa voce, mentre si prendeva cura di me.

Il dottore aveva una barba bianca, e due occhi pieni di dolore e di tristezza, ma sapevano trasmettere una forza tale che nessuna bestia feroce avrebbe potuto sopportare quello sguardo per più di due secondi. E io lo chiami padre. Me lo chiese lui, sai? Non avevo mai avuto un papà, né una mamma. Ed ora avevo un papà bianco con gli occhi degli angeli, e un angelo biondo che cantava per me.”

Il ragazzo lo guardava affascinato.

“Sai quel papà con gli occhi così celesti e così duri piangeva spesso la sera quando pensava alle persone che non era riuscito a salvare, e io un giorno gli chiesi come potesse essere triste un uomo che salvava delle vite  in una terra di uomini intenti a distruggersi l’un l’altro. E gli dissi: “Anche se salverai solo un uomo, tu avrai fatto il più grande gesto che Dio può far compiere a un proprio figlio.” Lui mi guardò e mi rispose: “Chi salva un uomo ne diventa padre e madre. Chi fa del bene disegna un arcobaleno in un cielo grigio coperto di troppe nubi.”
Mi portò in Italia il papà dagli occhi piangenti e mi crebbe assieme ai suoi figli, ne aveva uno diverso dall’altro, tutti eravamo stati salvati da lui in un paese in cui lui aveva operato. Diceva sempre che eravamo i frutti del suo amore, che lui non poteva portare in grembo un bambino, come aveva fatto sua moglie, per cui lui dava la vita con la medicina e se poteva si prendeva cura dei suoi figli per sempre.
Sai, mi fece studiare quel papà dagli occhi severi. Ogni sera ci riuniva attorno alla tavola e ci chiedeva di impegnarci per diventare bravi perché noi eravamo figli di un unico Dio e anche se avevamo facce diverse, queste sembravano tutte uguali quando erano sporche di fango dopo aver giocato in giardino. Eravamo figli di un Dio buono che ci aveva amato attraverso lui.
Sai, ora io sono uno scrittore, un mio fratello e una sorella sono medici e lavorano in Africa, un altro mio fratello è avvocato e difende i poveri, e un’altra mia sorella fa l’insegnante per educare i bambini nei paesi del terzo mondo.
Avrebbe gli occhi pieni di gioia quel vecchio uomo con la barba  bianca nel vederci ora. Ma purtroppo è morto anni fa… e prima di morire ci ha chiesto di amarci per sempre e di non separarci per nessuna ragione al mondo”

“E’ una storia meravigliosa!” disse il ragazzino “Ma cosa c’entra con il fatto che tu non hai più una gamba?”

“Non avrei mai potuto raccontare questa storia se non avessi perso una gamba. Non avrei conosciuto il papà dagli occhi umani, né la sua bella infermiera bionda, né avrei potuto avere quattro fratelli con facce diverse, non sarei diventato uno scrittore, non avrei incontrato mia moglie, né avrei avuto i miei bellissimi figli. Non vale tutto questo una gamba?”

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Il popolo dell’arcobaleno.

India-Festival-Colori-11Gli Dei inventarono i colori, ma decisero di generarne solo tre: il rosso, il verde e il blu. Fu così che gli uomini iniziarono a adorare i colori quale dono a loro destinato.
Un giorno un sacerdote disse: “Il blu è il vero colore divino: è come il cielo che ci governa da lassù” Così decise che dalla sua religione venissero banditi gli altri due colori.
Un secondo sacerdote si oppose e annunciò: “Nel rosso c’è la vita: come il sangue scorre nelle nostre vene, nel rosso scorre la parola degli dei.”
Il verde rimase orfano di adoratori, e un uomo comprendendo il potere dell’idolatria iniziò a professare la religione del verde: “Perché in esso esiste l’armonia come nelle piante e nell’erba”
Da allora le tre religioni divisero l’umanità e fra di loro iniziarono grandi guerre affinché una religione si potesse imporre sulle altre.
Durante una guerra un artista si arrampicò su una montagna e osservò che durante gli scontri fra gli eserciti le loro armature sembravano mescolarsi e generare nuovi colori. Fu così che si procurò tutti i tre colori e unendoli ottenne centinaia di colori e tonalità diverse. Entusiasta decise di rendere pubblica la sua scoperta: i tre colori assieme ne generavano altri, e questo era il segno che gli dei non avevano inventato i colori perché restassero separati, così come non avevano inventato gli uomini perché restassero divisi fra loro, e unire persone diverse, così come i colori, dava un arcobaleno di emozioni e conoscenza.
I popoli furono colpiti da questa invenzione e altri cercarono di ripetere l’esperimento dell’artista, e comprendendo il suo messaggio: l’unione migliora i colori, e quindi anche gli uomini.
Preoccupati i sacerdoti decisero di intervenire: non si poteva permettere che l’umanità scoprisse il vero desiderio degli dei: l’unione e l’amore fra i popoli e le persone. Essi avevano creato tre colori non per dividere, ma per permettere ai loro figli di scoprire la molteplicità delle esperienze e sfaccettature della vita che potevano esistere.
Intervenne l’esercito e iniziò ad arrestare chiunque stesse diffondendone la scoperta. Sottrassero loro i colori, e imprigionarono l’artista stesso. Il quale fu condannato a morte per blasfemia. Un altro artista venne chiamato a dimostrare che tutto ciò che era stato creato era frutto di un trucco e non si potevano mescolare i colori: o si sarebbero creati gas mortali. E per dimostrarlo fecero morire decine di persone intossicate.
Il popolo, impaurito decise a maggioranza di credere ai sacerdoti, e di non sfidare l’esercito.
L’artista prima di morire chiese al popolo di non arrendersi alla monotonia e di combattere per unire i propri sforzi e per migliorare il mondo: come lui unì i colori si potevano unire gli uomini.
Da allora nacque una nuovo popolo: il popolo dell’arcobaleno. Questo non combatteva per separare i colori o gli uomini ma per creare colori sempre nuovi, e accettare sempre gli uomini che portavano nuova conoscenza nella loro vita.

Se ti è piaciuta questa poesia devi sapere che ho pubblicato il mio nuovo libro:

—-> La persistenza della memoria

Disponibile in Ebook o cartaceo.

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“Il delinquente e il disabile” una favola moderna

immagine dal film "Il cielo sopra Berlino"

immagine dal film “Il cielo sopra Berlino”

Un criminale aveva ucciso un uomo, e non era il primo. Di fronte il magistrato aveva raccontato di essere pentito, che non l’avrebbe mai più fatto.

Il magistrato tenendo conto delle attenuanti, del fatto che veniva da un ambiente dove il crimine era di casa, gli ridusse la pena. Invece di cinque anni, lo condannò a sei mesi, che in virtù della legge divennero una multa e dei lavori socialmente utili.

Alla fine della pena, il comune lo aiutò a trovare un lavoro e a reinserirlo nella comunità. Divenne bravo e corretto. Sposò una graziosa ragazza, ed ebbe dei figli.

Di fronte a Dio disse: se non avessi ucciso quell’uomo, la mia vita sarebbe stata peggiore. Ringrazierò per sempre il buon Dio che mi ha dato questa possibilità. Essere un criminale paga nel suo mondo.

Sul letto di morte c’era anche un disabile. Lui non aveva stuprato nessuna donna, in realtà non aveva mai amato, né era stato amato. Non era stato aiutato dal comune ad inserirsi nella comunità, non aveva avuto una bella moglie e dei bei figli, nè un lavoro, pochi euro al mese di pensione, che grazie ai risparmi dei genitori gli avevan permesso di vivere, certamente non tranquillo.

Di fronte a Dio si inchinò, e lo pregò: dammi una nuova vita. Fammi essere sano, e io ucciderò per essere felice… perché so che nel mondo da te creato, è meglio avere un animo mostruoso, che problemi di salute…

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