Farò della mia anima uno scrigno per la tua anima, del mio cuore una dimora per la tua bellezza, del mio petto un sepolcro per le tue pene. Ti amerò come le praterie amano la primavera, e vivrò in te la vita di un fiore sotto i raggi del sole. Canterò il tuo nome come la valle canta l’eco delle campane; ascolterò il linguaggio della tua anima come la spiaggia ascolta la storia delle onde. (da Le ali spezzate di Kahlil Gibran)
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Ho sceso un milione di scale (Eugenio Montale)

Maurits Cornelis Escher: Casa di scale
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno milioni di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
Ali di plastica (Alessandro Bon)
Avevo poggiato un paio d’ali su una finestra,
certo non avevan piume,
ma erano di plastica.
Quelle ali che alcuni mettono a carnevale,
soprattutto le bimbe per sembrar fate.
Non ricordo perché le avevo comprate,
non certo per me.
Avevo chiuso l’uscio della stanza,
e lasciato socchiuse le finestre,
poi, intorpidito dal sonno,
mi coricai a letto, solo come sempre.
Mi sveglia in cielo con immense ali d’aquila,
sorvolavo la pianura padana,
mi sentivo finalmente vivo,
leggero come un aliante.
Gli occhi vedevano il mondo di sotto,
il cuore batteva forte,
e finalmente capivo le proporzioni delle cose,
ma anche delle persone.
Ero a letto quando mi svegliai,
e non avevo più ali,
né d’aquila sulle spalle,
né da fata sulla finestra.
Giù, nel cortile, una bimba cantava,
le ali da fata la facevano sognare,
e io mi ricordai perché le avevo sulla finestra,
erano cadute dal piano di sopra sul terrazzo…
Eppure, ero stato aquila anch’io…
Pur sempre con ali da fata,
pur sempre con ali di plastica.
© Alessandro Bon
“La persistenza della memoria”: anamnesi e nekyia nella scrittura di Alessandro Bon (di Lucia Guidorizzi)
Scrivere un libro può essere dettato da tanti motivi: amore per il raccontare, per il raccontarsi, per comunicare un messaggio e, ancor di più se si tratta di un libro di poesie, significa esporre in modo disarmato la parte più intima di noi, quella più segreta e vulnerabile.
Non ho mai creduto ai poeti che giravano intorno alle loro parole, che minuettavano con i loro versi in forme scopertamente narcisistiche.
Perché la parola sia fuoco, è necessario che ci bruci, e che lasci segni evidenti di questo incendio: ustioni, cicatrici, che rendono i nostri paesaggi interiori ricchi di affascinanti contrasti.
Alessandro Bon ci offre attraverso la sua scrittura poetica il suo coraggio e la sua fragilità, il coraggio con cui ogni giorno ingaggia un corpo a corpo coi suoi demoni interiori e la fragilità di un equilibrio duramente conquistato, ma sempre in bilico, poiché niente mai è definitivo.
Grande qualità presente in questo libro è la capacità di Alessandro Bon di entrare in profonda empatia con il vivente, sia esso uomo, donna, vecchio, bambino, animale o pianta, che gli permette d’interagire in profondità con l’Altro, che sempre è specchio di noi stessi e del nostro divenire. Per Alessandro vedere qualcuno che soffre, attiva immediatamente la sua area emotiva, creando una corrente emozionale tra lui e questa persona al punto di sentire il suo male dentro di sé.
Ogni uomo è alla ricerca della felicità, o perlomeno di un equilibrio, che renda possibile la capacità di abitare il nostro pianeta, ma questa ricerca si fa impossibile, se non siamo capaci di entrare in empatia col nostro prossimo.
Il viaggio presente in questo libro, attraverso i meandri della memoria, conduce Alessandro Bon a rievocare i momenti più bui della sua vita, in una sorta di Nekyia, discesa agl’Inferi, che gli permette di acquisire una consapevolezza nuova dei suoi limiti e di quelli degli altri.
Pertanto, il libro “La persistenza della memoria” coniuga in sé due aspetti importanti: l’anamnesi, ovvero la ricerca a ritroso della storia e del significato dell’esistenza, fino alle radici dell’Essere e la Nekyia, viaggio infero nelle profondità di se stessi, che fin dai tempi antichi i poeti hanno intrapreso (basti pensare ad Orfeo e Dante). Continua a leggere ““La persistenza della memoria”: anamnesi e nekyia nella scrittura di Alessandro Bon (di Lucia Guidorizzi)”
Presentazione del 13 Aprile 2016
Il giorno 13 aprile ho presentato il mio libro presso la biblioteca di Carpenedo – Bissuola a Mestre. Un’esperienza davvero bello che voglio condividere con voi pubblicando qui alcune foto.
Ringrazio le amiche Tarcisia Delrio per la bellissima presentazione e Martina Galvani per aver letto e interpretato le mie poesie divinamente.
o su Amazon
Oppure cerca l’e-book qui o il cartaceo qui.






