
Non sento, non vedo,
non provo più dolore,
né felicità.
Non ho più ansie.
Finalmente inerme.
Sofferenza, lacrime, disperazione.
Molti mi ricordano, molti mi piangono.
Terra gettata sulla mia tomba.
Rimpianti per parole non dette,
per abbracci non dati.
La morte è:
la fine delle sofferenze per uno;
l’inizio per molti.
Licenza
La tazzina di caffè, l’idiota e l’entropia
Alla fine delle superiori inizia a leggere i libri di De Crescenzo, io che venivo da un professionale ed ero, e sono, ignorante non avevo idea di cosa fosse la filosofia, non conoscevo i filosofi, e li vedevo così lontani dalla mia quotidianità.
Ricordo con piacere “Così parlò Bellavista”, questo bellissimo libro che raccontava la “napoletanità”, nei suoi aspetti migliori e peggiori, quel vivere per godersi la vita, faticando il minimo nel cercare di essere infelici, e concentrarsi nell’essere felici. Perché il napoletano è il teatro, quelle due maschere che si legano indissolubilmente e che rappresentano il ridere e il piangere. La gioia di vivere, e la malinconia intrinseca che il napoletano ha in sé.
Così, il professor Bellavista non mescolava completamente il caffè per sciogliere lo zucchero, ma ne lasciava sempre un po’ nel fondo della tazzina. E alla domanda del perché lo facesse, rispose che si doveva risparmiare l’energia per evitare di aumentare l’entropia del’universo, che a causa di quel movimento così naturale sarebbe potuto finire prima del tempo. Continua a leggere “La tazzina di caffè, l’idiota e l’entropia”
Maree Musica M. Giuseppe Marotta su poesia di Alessandro Bon (Poesia)
Fantasia- Eresia (Carmyne Verducy)
Sul senso della vita
Ognuno brucia la sua vita e soffre per il desiderio del futuro, per il disgusto del presente. Ma chi sfrutta per sé ogni ora, chi gestisce tutti i giorni come una vita, non desidera il domani né lo teme. Non c’è ora che possa apportare una nuova specie di piacere. Tutto è già noto, tutto goduto a sazietà. Del resto la sorte disponga come vorrà: la vita è già al sicuro. Le si può aggiungere, non togliere, e aggiungere come del cibo ad uno già sazio e pieno, che non ha più la voglia ma ancora la capienza. Non c’è dunque motivo di credere che uno sia vissuto a lungo perché ha i capelli bianchi o le rughe: non è vissuto a lungo, ma ha esistito a lungo. (“De brevitate vitae” Seneca).
Appena la gente è vecchia abbastanza per saperne di più, non sa proprio più niente perché dimentica tutto.
(O. Wilde)

