L’albero e il giovane (Alessandro Bon)

734656_568003819894517_976731879_nSopra il Monte Verde vi era un albero gigantesco il cui diametro era pari a venticinque uomini fra loro uniti. Si narrava che fosse più vecchio di ogni altro essere vivente della regione, e che se interpellato poteva anche rispondere alle domande poste.
Un giorno un giovane del paese decise di interrogarlo per conoscere meglio il proprio destino. Incamminatosi impiegò due giorni per arrivare di fronte al maestoso “Vecchio della foresta”. Vedendolo rimase senza parole, era gigantesco: non riusciva a scorgere la cima!
Preso da un senso di vertigine si mise a terra e chiese ad alta voce:
“Chissà da quanto tempo è qui questo albero!”
Una voce, rauca e profonda gli rispose:
“Sono qui da talmente tanto tempo che non lo ricordo più. Mi piantò un dio, che all’epoca era fanciullo, e io crebbi, e crebbi che ora son più alto di certi monti.”
Il giovane sorpreso si guardò attorno, per cercar di capire chi fosse a parlare. Si alzò in piedi, e con la bocca asciutta e le gambe tremanti chiese:
“Caro “Vecchio della foresta” come faccio a diventare un grande uomo? Come faccio a ergermi sopra i miei simili, come fai tu?”
Le foglie si agitarono, il vento si alzò veloce, e la voce rauca ricomparve:
“Gli alberi crescono da giovani, caro amico.” – disse – “ Nessun animale si diverte troppo da giovane, perché deve sopravvivere. Solo voi umani credete di poter rimediare a ciò che non fate da fanciulli in vecchiaia. Ma questo non è possibile!”
“Certo. Gli rispose il giovane, “ma è vero che in vecchiaia non potrò divertirmi come faccio ora.”
“Devi sapere che quando venni piantato non ero più alto di un roseto, ed ero talmente piccolo che il vento poteva spezzarmi. – disse l’albero – Fu allora che decisi di impegnarmi per irrobustire il mio tronco e farlo diventare sempre più possente, per non dover piegare mai il capo, di alzarmi al cielo, per poter vedere il mondo da un punto di vista più distaccato, e non sentirmi coinvolto. Di rinunciare a generare troppi frutti, per poter tenere per me le forze necessarie. Solo così si diventa grandi: decidendo di crescere.”
“Ma se tutto questo si può fare solo da giovani a che serve la vecchiaia?” Obiettò il giovane.
“La vecchiaia serve per comprendere la giovinezza. Per capire i propri errori. Per smettere di correre. Per sentirsi più sereni con sé stessi.” – Disse l’albero. – “Da vecchi si continua a crescere, ma si cresce dentro al cuore, il tempo segna il nostro corpo, e la mente può essere fragile. Ma come si potrebbero rimediare le lacune della vecchiaia se non avessimo costruito il nostro futuro da giovani? La vita è come la sabbia di una clessidra, più scende meno tempo rimane per correggere gli errori.”
“E allora qual è lo scopo della vita?” Chiese il giovane.
“Non tutti abbiamo uno scopo. Tu vuoi diventare grande? Semina oggi per raccogliere domani. Solo chi getta i semi può pensare di nutrirsi. Solo chi ha un futuro può pensare a progettare sé stesso.”
Ascoltate con attenzione le parole del saggio albero, il giovane decise di tornare in paese, ma una volta giunto nella piazza decise di ristorarsi bevendo vivo con gli amici. Da quel momento dimenticò le parole del “Vecchio della Montagna” e ricominciò la propria vita infischiandosene del futuro.

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Il libro è in vendita in oltre 4500 librerie e on line:

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Farfalle di ferro (Poesia)

Ci sono farfalle di ferro
il cui battito d’ali
dura pochi istanti.

Eppure,
i loro sono i battiti più rumorosi,
quelli che fanno breccia nell’anima.

Il cui suono rimane impresso nella storia.

(Dedicato a Janis Joplin)

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Ali di plastica (Alessandro Bon)

2mxekokAvevo poggiato un paio d’ali su una finestra,
certo non avevan piume,
ma erano di plastica.

Quelle ali che alcuni mettono a carnevale,
soprattutto le bimbe per sembrar fate.
Non ricordo perché le avevo comprate,
non certo per me.

Avevo chiuso l’uscio della stanza,
e lasciato socchiuse le finestre,
poi, intorpidito dal sonno,
mi coricai a letto, solo come sempre.

Mi sveglia in cielo con immense ali d’aquila,
sorvolavo la pianura padana,
mi sentivo finalmente vivo,
leggero come un aliante.

Gli occhi vedevano il mondo di sotto,
il cuore batteva forte,
e finalmente capivo le proporzioni delle cose,
ma anche delle persone.

Ero a letto quando mi svegliai,
e non avevo più ali,
né d’aquila sulle spalle,
né da fata sulla finestra.

Giù, nel cortile, una bimba cantava,
le ali da fata la facevano sognare,
e io mi ricordai perché le avevo sulla finestra,
erano cadute dal piano di sopra sul terrazzo…

Eppure, ero stato aquila anch’io…
Pur sempre con ali da fata,
pur sempre con ali di plastica.

© Alessandro Bon

Ama il mio corpo (Alessandro Bon)

Non pensare a me
come a un poeta
se questo ti impedisce di amarmi.

Non credere che io sia un filo d’erba
travolto dalla tempesta,
So essere anche quercia,
se la vita lo chiede.

So essere anche aquila,
se ho il vento a favore.

Non sono solo anima,
ma corpo caldo che ama,
ama amare ed essere amato.

Non pensare a me
come ad un poeta
se questo ti impedisce di osare.

Ama questo mio corpo,
seppur non bello,
seppur imperfetto ,
egli porta in sé la mia anima
.

Se ti è piaciuta questa poesia devi sapere che ho pubblicato il mio nuovo libro:

—-> La persistenza della memoria

Disponibile in Ebook o cartaceo.

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Al mai nato

603657_1393992554203199_409113313_nGli occhi socchiusi,
un corpo estraneo si fa strada,
il piacere aumenta,
e le labbra si lasciano mordere.

Un piccolo seme vien lanciato nel pozzo,
ammaliato dal profumo di donna:
l’incontro è vita.

Due corpi generano amore,
e la simbiosi è perfetta.
Paura, felicità, amore,
tutto è condiviso…
neppure fossero tutt’uno.

Cresce il frutto dell’amore,
ma non è voluto,
e lui si sente prigioniero.

Angoscia, solitudine, disperazione
si fanno largo in lei,
mentre non sa che fare
del mostro che la sta divorando.

Il volto è sereno,
la voce ferma rassicurante,
il dado è tratto.
Il cavaliere ucciderà il drago,
e la fanciulla sarà libera.

Il tempo si ferma:
il padre sorride,
la madre piange,
il medico la consola,
il feto è solo.

Il mostro è morto.

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