Vite in guerra

13465974_1156223007763674_1111788311408065506_nGermogliava l’amore,
crescevano le prime foglie,
s’alzava il fusto della pianta,
e si faceva casa.

Io radice davo forza a te,
mia pianta meravigliosa,
che germogliando davi vita.

Le stagioni dell’amore
mutavano i nostri corpi,
e con essi la nostra storia.

Cercavo di sorreggerti mio albero,
aggrappandomi alla terra
io radice di nascosto ti nutrivo.
E tu germogliavi e davi vita.

Forte un sibilo attraversò il cielo,
luce tetra, troppo intensa,
e vidi te, mia pianta accasciarti,
e al tuo fianco i nostri frutti.

Cercavo di sorreggerti mio albero,
aggrappandomi alla terra,
ora solo questa posseggo,
ed è arida senza più te che germogli.

 

———>   E’ uscito il mio quarto libro: La persistenza della memoria:

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Presentazione del 13 Aprile 2016

 Il giorno 13 aprile ho presentato il mio libro presso la biblioteca di Carpenedo – Bissuola a Mestre. Un’esperienza davvero bello che voglio condividere con voi pubblicando qui alcune foto.

Ringrazio le amiche Tarcisia Delrio per la bellissima presentazione e Martina Galvani per aver letto e interpretato le mie poesie divinamente.

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La persistenza della memoria

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Il costruttore e il distruttore

costruireUn uomo un giorno alzò un muro in un terreno. Sognava già di costruire una casa a partire da quei pochi mattoni quando si coricò alla sera.
Nella notte un vicino arrabbiato con lui decise di abbattere quel muro, ma con una immensa fatica riuscì a buttarne giù solo la metà.
Il giorno dopo il Costruttore si rese conto del danno subito e, guardando il muro semidistrutto, scoppiò a piangere disperato. Eppure non si arrese, e rialzò il muro così com’era prima, iniziando persino il muro attiguo.
Anche quella notte il rivale tornò per terminare l’opera di distruzione, ma si trovò di fronte al muro rialzato ripristinato dal Costruttore. Adirato ricominciò a distruggere tutto ciò che riusciva, ma dovette lasciare in piedi il primo muro. Era troppo faticoso portare a termine l’opera di demolizione.
Alzatosi la mattina seguente il Costruttore vide che il primo muro era ancora in piedi, così decise di continuare a costruire la propria casa aggiungendo un muro nuovo.
Anche quella notte il vicino entrò nel terreno e rase al suolo una parte della casa del vicino, ma il resto rimase in piedi.
Nessuno dei due aveva intenzione di darla vinta all’altro, e ciò che il Costruttore alzava il distruttore riusciva a distruggere in parte.
Eppure, anni dopo, il proprietario del terreno inaugurò la sua casa, e decise di invitare anche il vicino, che a malincuore accettò di partecipare alla festa.
Una volta faccia a faccia il Costruttore disse al Distruttore: “Vedi, ho passato gli ultimi anni a lottare con te per avere la mia casa, ora ce l’ho! Ma dimmi, tu che hai sudato così tanto per distruggere ciò che io realizzavo, cosa hai avuto in cambio?”

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L’albero e il giovane

734656_568003819894517_976731879_nSopra il Monte Verde vi era un albero gigantesco il cui diametro era pari a venticinque uomini fra loro uniti. Si narrava che fosse più vecchio di ogni altro essere vivente della regione, e che se interpellato poteva anche rispondere alle domande poste.
Un giorno un giovane del paese decise di interrogarlo per conoscere meglio il proprio destino. Incamminatosi impiegò due giorni per arrivare di fronte al maestoso “Vecchio della foresta”. Vedendolo rimase senza parole, era gigantesco: non riusciva a scorgere la cima!
Preso da un senso di vertigine si mise a terra e chiese ad alta voce:
“Chissà da quanto tempo è qui questo albero!”
Una voce, rauca e profonda gli rispose:
“Sono qui da talmente tanto tempo che non lo ricordo più. Mi piantò un dio, che all’epoca era fanciullo, e io crebbi, e crebbi che ora son più alto di certi monti.”
Il giovane sorpreso si guardò attorno, per cercar di capire chi fosse a parlare. Si alzò in piedi, e con la bocca asciutta e le gambe tremanti chiese:
“Caro “Vecchio della foresta” come faccio a diventare un grande uomo? Come faccio a ergermi sopra i miei simili, come fai tu?”
Le foglie si agitarono, il vento si alzò veloce, e la voce rauca ricomparve:
“Gli alberi crescono da giovani, caro amico.” – disse – “ Nessun animale si diverte troppo da giovane, perché deve sopravvivere. Solo voi umani credete di poter rimediare a ciò che non fate da fanciulli in vecchiaia. Ma questo non è possibile!”
“Certo. Gli rispose il giovane, “ma è vero che in vecchiaia non potrò divertirmi come faccio ora.”
“Devi sapere che quando venni piantato non ero più alto di un roseto, ed ero talmente piccolo che il vento poteva spezzarmi. – disse l’albero – Fu allora che decisi di impegnarmi per irrobustire il mio tronco e farlo diventare sempre più possente, per non dover piegare mai il capo, di alzarmi al cielo, per poter vedere il mondo da un punto di vista più distaccato, e non sentirmi coinvolto. Di rinunciare a generare troppi frutti, per poter tenere per me le forze necessarie. Solo così si diventa grandi: decidendo di crescere.”
“Ma se tutto questo si può fare solo da giovani a che serve la vecchiaia?” Obiettò il giovane.
“La vecchiaia serve per comprendere la giovinezza. Per capire i propri errori. Per smettere di correre. Per sentirsi più sereni con sé stessi.” – Disse l’albero. – “Da vecchi si continua a crescere, ma si cresce dentro al cuore, il tempo segna il nostro corpo, e la mente può essere fragile. Ma come si potrebbero rimediare le lacune della vecchiaia se non avessimo costruito il nostro futuro da giovani? La vita è come la sabbia di una clessidra, più scende meno tempo rimane per correggere gli errori.”
“E allora qual è lo scopo della vita?” Chiese il giovane.
“Non tutti abbiamo uno scopo. Tu vuoi diventare grande? Semina oggi per raccogliere domani. Solo chi getta i semi può pensare di nutrirsi. Solo chi ha un futuro può pensare a progettare sé stesso.”
Ascoltate con attenzione le parole del saggio albero, il giovane decise di tornare in paese, ma una volta giunto nella piazza decise di ristorarsi bevendo vivo con gli amici. Da quel momento dimenticò le parole del “Vecchio della Montagna” e ricominciò la propria vita infischiandosene del futuro.

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Il giovane e il saggio

20090402-monkUn giovane uomo si arrampicò sul monte più alto della sua regione. In cima a questo monte viveva un vecchio saggio, che secondo quel che si narrava nella valle sapeva rispondere a ogni domanda. Una volta in cima entrò nella vecchia tenda del saggio, che se ne stava curvo a meditare, circondato da incenso e con un piccolo fuoco che lo scaldava. Entrò e chiese: “Maestro, posso porle una domanda?”
Il vecchio lo guardò e gli chiese: “Chi ti ha detto che sono un Maestro?”
Il giovane basito, guardò il vecchio e rispose: “Giù in città dicono che qui, in cima al monte c’è un vecchio saggio che sa dare risposte a ogni domanda. Non siete forse voi quel saggio?”
“Figlio mio,” disse il vecchio, “se io sapessi dare risposte, vivrei qui? Non credi forse che isolarsi dal mondo significhi rifuggire la realtà?”
“Sì, ma si deve vivere da asceti per raggiungere la verità!” continuò il giovane.
“La verità è una chimera. Come la serenità, raggiunta dagli stolti che non sanno più porsi domande. E la tua qual è?”
“Sarò felice in futuro?” chiese il giovane.
Il vecchio lo guardò e gli chiese: “Sai dare amore? Sai vivere per il sorriso di un bambino? Sai sorprenderti di ciò che ti dona la vita?”
“Ma maestro…” disse il giovane, “Io voglio avere…”
“No, non lo sarai!” disse il saggio. “Chi vuole non ha, chi ha non vuole. Smetti di darti orizzonti troppo distanti, affacciati alla finestra e godi di un attimo di sole, allora sarai felice.”
Il giovane, disperato tornò nella valle, e raccontò a tutti che il vecchio saggio era solo un imbroglione, che vendeva fumo, ma non conosceva nulla.

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