Lettera ai mafiosi: Peppino è il Tempio, voi il concime…

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Ripropongo un mio articolo del 2007 in onore di Peppino Impastato di cui oggi rincorrono i 33 anni dall’amicidio

Anche da morto Peppino da fastidio! Da fastidio perché c’è un’Italia, una Sicilia, un Meridione sano che lo hanno adottato ad eroe, a simbolo di giustizia.
Negli ultimi mesi sono stati fatti vari attentati all’associazione che porta il suo nome. Ma volevo dire ai signori mafiosi che anche se hanno abbattuto l’albero dedicato a Peppino, anche se riuscissero a distruggere la casa museo a lui dedicata…ci siamo noi, che consideriamo Peppino un eroe moderno a ricordarlo ai giovano.
Peppino non è più fisicità, e come lui tutte le vittime fatte da VOI MERDOSI MAFIOSI, vive nella nostra memoria, nel ricordo di chi lo ama per quella faccia buffa e decisa, per quegli occhi persi nel vuoto e quel grande cuore. Tanto grande da essersi sacrificato per la VERITA’ E PER LA GIUSTIZIA.
Cari mafiosi, è questo il vostro destino! Farete una vita da chiusi in tane sotterranee come Provenzano, e non riuscirete a godervi i vostri soldi, che tanto agoniate. Poi da morti nessuno vi porterà un fiore, non si ricorderà con una lacrima di voi. Non avrete tombe e faste, non avrete nulla di quello che ha Peppino
Peppino, Falcone, Dalla Chiesa e tutti i martiri che VOI MERDOSI avete fatto, vivranno sempre nei nostri cuori, non
hanno bisogno di pezzi di terra, di piastre di marmo in cui vengano riportati i loro nomi.
Loro vivono nel cuore di tutti gli onesti, di tutti quelli che lottano e sognano UN MONDO DIVERSO, in cui la mafia sia solo un brutto ricordo, ed in cui statue di questi eroi ricordino la grandezza che può raggiungere un uomo.
Gesù disse: “Distruggete questo tempio, ed io lo farò erigere in tre giorni”.
Io vi dico: “Distruggete chi vi combatte, e noi gli erigeremo un tempio fatto di memoria!”
Le parole, le idee non si possono uccidere. E voi uccidete gli uomini, non i loro ideali! Questi ideali continuano a vivere in Noi giovani.
Anche quì nel profondo nord, dove la mafia non la conosciamo, abbiamo bisogno di eroi come Peppino.
E voi non siete nessuno… siete come foglie che cadono a terra d’autunno… concime per i vermi!!!

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Lettera a Dio

Ciao Dio, o Allah, che poi siete la stessa entità interpretata e pronunciata in modi diversi. Io non credo in Te, ma ho rispetto per Te perché sono stato educato ad avere rispetto degli dei, ti scrivo per fare una riflessione con Te, scrivendo come se esistessi e come se Tu potessi leggermi.
Molti tuoi fedeli credono che tu sia un’entità superiore, eterna ed onnisciente, si arrovellano il cervello cercando di dare una spiegazione al male nel mondo e alcuni fedeli credono che il Male non sia nato da Te, ma sia imputabile al libero arbitrio che tu lasci all’uomo. Altri, addirittura, interpretano i passi dell’Antico Testamento in cui vengono descritte le battaglie fra il Popolo di Israele e i suoi vicini quale esempio da seguire per combattere i nemici. C’è anche chi crede che chiunque non sia “dei suoi” debba essere ucciso e che questo atto sia voluto proprio da Te o dai tuoi profeti.
Io non so in cosa credere. Io non credo in Te. Credo nell’uomo di buona volontà. Nell’uomo che esercita la sua opera per migliore il mondo che gli sta attorno. Perché come raccontato ne “Candido o dell’ottimismo” di Voltaire l’importante sarebbe curare al meglio il proprio giardino, angolo di mondo. Basterebbe essere sempre la migliore persona che tu voglia incontrare lungo il tuo cammino perché il mondo sia migliore.
Lo so, che non sarebbe sufficiente, perché c’è sempre chi vuole dissipare il lavoro dell’uomo mite. C’è chi cercherà sempre di entrare nel suo giardino e distruggere tutto ciò che egli ha realizzato. Per questo Dio, o Allah, servono le leggi dell’uomo, per difendere l’uomo mite da chi non è capace di vivere civilmente. Ma, sai, le leggi dell’uomo sono poi fatte da uomini. Uomini fallibili, meschini, che non desiderano salvare l’uomo mite, ma creare privilegi.
L’uomo mite è solo di fronte le cattiverie dell’uomo malvagio. E anche se riuscisse a seminare ettari di terreno e sfamare migliaia di persone, l’uomo malvagio riuscirebbe a ucciderne un numero spesso pari.
E’ per questo che tutti vorremmo trovare un Dio capace di punire o fermare tali uomini malvagi: ma questo Dio non sei tu.
Come faccio a dirlo? Perché tali atti avvengono e tu non fai nulla per impedirli. Fermo! Non mi parlare del libero arbitrio. Se tu fossi onnisciente sapresti con largo anticipo se un uomo ne ucciderà un altro. Saresti un narratore onnisciente della storia dell’uomo. Ma allora ti, mi, chiedo: il libero arbitrio è il tuo? Sei tu che puoi decidere chi salvare e chi no?
Io, dal canto mio posso fare solo una scelta: continuare la mia strada alla ricerca della pace interiore e continuare a coltivare il mio giardino, anima, sperando che questo passa darmi i frutti tanto da me desiderati.

La parola crea il mondo e il dio. Mie riflessioni sulla parola

thinksoiamLa parola è l’humus da cui nasce il Mondo. Prima che l’uomo desse un nome a qualcosa esso già esisteva?
Ci sono momenti in cui l’uomo necessita di silenzio, come vi sono momenti in cui il corpo necessita di digiuno. Questi momenti sono spesso associati a ciò che si manifesta successivamente all’ira. Essa spesso parla attraverso di noi. Si impossessa di noi e usa le nostre labbra per proferire parole che mai in momenti sani avremmo osato pronunciare. Se è vero che nei momenti di ira si dice anche la verità, ciò che è più nascosto nell’abisso del nostro cuore e che mai avremmo il coraggio di affermare è anche vero che quelle parole sono così nascoste perché la parte sana di noi sa che non vale la pena che esse vengano pronunciate.
L’uomo saggio dovrebbe imparare a identificare quei momenti in cui l’ira si sta impossessando delle proprie labbra e imparare a imporsi il silenzio, come un malato impara a imporsi il digiuno quando il proprio essere manifesta la necessità di non mangiare.
Il digiuno dalle parole purifica il cuore e la mente dell’uomo.

Ma senza la parola esisterebbe il mondo? La domanda vera è: senza l’uomo esisterebbe il mondo?
Si. Avrebbe un altro senso. Sarebbe solo manifestazione di madre natura: ma esisterebbe.
Il concetto che preclude l’esistenza del creato senza il suo creatore è un concetto di per sé errato. Il creatore, Dio, Allah o demiurgo sono di fatto proiezioni dell’uomo e come tali son create dall’essere che si crede creato egli stesso. E’ colui che si crede creato a essere in realtà il creatore di ciò che egli chiama dio. E’ la sua pretesa di essere l’animale eletto da un essere superiore che lo porta a credere a un mondo senza senso se privato di lui. E’ la mancanza di un’esperienza umana di un mondo senza uomini a farci credere che senza di noi tutto non avrebbe senso.
Eppure il mondo esisterebbe anche senza l’uomo, come è esistito per i 4,5 miliardi di anni, circa, in cui esso ne è stato privo. Eppure il mondo esisterebbe anche senza la parola umana perché nessun animale necessità di chiamare un altro essere appartenente al proprio mondo come noi facciamo per pretendere di averlo noi creato o di poterne disporre in quanto noi ne conosciamo il nome.

E se l’uomo con la sua parola, logos, ha creato il dio precedentemente silente allora il dio è la parola stessa e senza la parola dell’uomo il dio non si manifesterebbe. L’uomo attraverso la parola genera il dio che parla per bocca di altri uomini che interpretano la parola dei profeti, ma non quella del dio che non è udibile. E se la parola genera il dio e quindi le religioni chi possiede la religione allora necessita di mettere a tacere le parole contrarie e di proibire la manifestazione della parola di altri uomini. Perché questa parola, logos, non si trasformi anch’essa in un dio diverso da chi ne possiede la chiave logica, o l’interpretazione delle prime parole del profeta.
E’ per questo che nascono le guerre di religione: perché il senso delle parole di chi attraverso esse ha creato il dio viene interpretato da uomini che vogliono impossessarsi del logos per avere il potere di un dio in Terra.

Il cammino di Alessandro VIII: l’identità

canalizzatori-gic3b9-la-maschera-featQuando nel 2008 decisi di entrare nella clinica “Parco dei Tigli” di Teolo non avrei mai pensato a cosa avrebbe potuto significare questa mia scelta per la mia vita. Senz’altro senza quel ricovero non avrei mai posto le basi per iniziare quel nuovo percorso di vita che mi ha portato nel 2016 a stare, abbastanza, bene con me stesso. Quando parlo di questo percorso uso sempre una parola “identità”: l’uomo è alla continua ricerca di una identità sin da bambino e non smette mai di cercare di comprendere chi egli sia. Certo ci sono uomini che si accontentano di sapere che loro sono il loro lavoro, o il ruolo che la vita o altri gli han imposto, ma alcuni restano alla ricerca di una evoluzione. Alcuni si sentono sempre mancare qualcosa per arrivare a un punto nella vita in cui dire: Sono Alessandro.
Io ora posso dire con forza che sono Alessandro. Ma questo non vuol dire che il mio percorso di vita è arrivato alla totale comprensione di me stesso. L’uomo è dentro sé un labirinto stupendo da esplorare ma anche una caverna buia in cui nasconde parti di sé a sé stesso e agli altri. La ricerca di un’identità deve passare attraverso l’accettazione e il superamento di questo lato oscuro. Non dobbiamo nasconderlo e neppure vergognarcene, ma dobbiamo accettare ciò che di noi non ci piace o fa paura per poi riuscire a renderlo più docile nella nostra mente e nella vita per renderci finalmente liberi. Usando l’immaginazione dovremmo essere capaci di trasformare la parte che meno amiamo di noi in un bambino e dovremmo essere capaci di essere noi adulti ad abbracciarlo e a renderlo finalmente in pace con sé.
La ricerca dell’identità è un percorso lungo e tortuoso e necessita di moltissimi errori da compiere per trovare la giusta via da intraprendere. E’ logico che questa strada sarà riconducibile a ciò che noi cerchiamo. Sarà difficile lasciare una parte di noi che a noi fa comodo per ottenere lo scopo finale, ma se il nostro scopo è quello di essere davvero “Io”dobbiamo imparare a lasciare andare ciò che noi non siamo ma che altri ci hanno imposto come identità. Io ho dovuto accettare la mia sessualità, rompere i cordoni ombelicali, ho dovuto accettare i miei limiti e continuo ancora con un’autoanalisi sempre precisa e coerente.
L’autoanalisi coerente e precisa può aiutarci a renderci migliori. Ma l’autoanalisi non deve essere una sorta di Io giudice che ci addossa colpe e condanne per ogni sbaglio rendendoci la vita impossibile o la nostra crescita personale non sarà certo realizzabile, né certo dev’essere una madre amorevole capace di perdonarci ogni sbaglio, ma un punto di vista esterno capace di analizzare i nostri comportanti ed in grado di aiutarci a intraprendere quel percorso di “accettazione – superamento” di cui ho parlato.
L’Alessandro d’oggi non va più dalla psicologo ma fa yoga. Non trova più rimorso per i suoi errori, ma cerca di evitarli. Non si nasconde più dietro la depressione per scusare i suoi comportanti non coerenti, ma riconosce questi fanno parte di lui e li accetta e cerca di non ripeterli. Per essere Alessandro ho dovuto smettere di essere depresso o bipolare, ma accettarmi e ricercare dentro me ciò che di buono ho da offrirmi.

———>   E’ uscito il mio quarto libro: La persistenza della memoria:

Lo puoi ordinare su questo sito per riceverlo con una dedica

Il libro è in vendita in oltre 4500 librerie e on line:

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Lettera di un figlio ad un padre: “Papà grazie dei tuoi sacrifici, non farne altri per lo stato””

lettere_amore-800x533Caro papà mi ricordo di quando ci raccontavi della tua infanzia? A sette anni aiutavi tua zia a trasportare bibite per Burano perché non c’erano soldi: era l’Italia povera del dopo guerra, quella dei calzoni corti e dei buchi sotto le suole delle scarpe, con i geloni che spaccavano la pelle dei piedi. Io a 7 anni lavoravo di fantasia con mio fratello, che di anni ne aveva sei, immersi in un mondo fatato in cui non sapevamo neppure rifarci il letto.

Ti ricordi a 11 anni come passavi le tue giornate? Andavi a lavorare alle 7:00 con il battello, e poi fino alle 18:00 correvi davanti ai forni che lavoravano il vetro ad una temperatura di1200°C. Il vetro di Murano ti riempiva la pelle di schegge quando esplodeva, e le canne per soffiare ti bruciavano la pelle. In quegli anni appena tornato a casa ti buttavi in mutande in laguna, cercando ristoro in quell’acqua salmastra, a quei tempi ancora pulita e non inquinata da Marghera. Piangevi la sera perché non volevi andare a lavorare il giorno dopo. E tua mamma, inflessibile, ti spiegava che in quel dopo guerra servivano i bessi, o schei cioè soldi in veneziano, e che una famiglia composta da 6 figli e due adulti non poteva mantenere nessuno che non lavorasse. Io a 11 anni giocavo con i Transformer e sbuffavo se mi chiedevi di preparare e spreparare la tavola durante la cena. Non avevo idea di cosa fosse il lavoro, e quando tu mi accarezzavi il viso con quelle mani completamente piene di calli, senza un centimetro quadrato libero, non sentivo calore, ma graffi sulla pelle che a me infastidivano. Non capivo i tuoi sacrifici.

Ti ricordi papà quando d’estate c’erano oltre 30 °C all’ombra e in fornace l’aria toccava i 45° C? E i tuoi colleghi più giovani che ogni tanto si fermavano dicendoti che non ce la facevano a sopportare quel peso di oltre 30 kg di vetro a una temperatura di oltre 800 °C dall’altra parte della canna. Te lo ricordi papà? Che tornavi a casa ed eri ancora madido di sudore, nervoso, e non trovavi pace di notte, girandoti sul materasso senza riuscire a dormire e passavi tutta l’estate in piedi sulla finestra. Io avevo 15 anni e non avevo mai lavorato, bagnavo il giardino, tagliavo l’erba, studiavo e facevo atletica, ma non capivo la tua fatica… e il ventilatore mi toglieva un po’ di caldo.

Ti ricordi papà che a 55 anni hai avuto l’infarto? E sei dovuto stare a casa malato 3 mesi? Era più il dispiacere di non lavorare, che quello di non avere una vita serena. Non volevi andare in pensione, e non avevi mai fatto malattia. In 45 anni sei quasi sempre andato a lavorare. Anche con la schiena a pezzi, con il cuore che doleva. Tu l’hai sempre fatto per noi: la mamma, io e mio fratello. Non ti è mai pesato.

Mio fratello si è laureato pagandosi tutta l’Università, vivendo e mangiando a casa nostra, ma senza chiedere un euro, e ha lavorato per mantenersi. Sempre in regola con le tasse.

Io mi son pagato da solo i dottori da quando mi son serviti vagoni di soldi per curarmi. E tu non hai voluto soldi in casa, malgrado lavorassi sin da quando avevo 20 anni.

La mamma ha avuto un brutto male, e poi è stata investita. E tu l’hai aiutata, lavorando in casa, dandoci conforto, e cercando di sorridere sempre.

Ora i politici chiedono alla vostra generazione di fare sacrifici, di lavorare ancora, ed ancora, per dare un futuro migliore a noi. Ma, in realtà non è per noi questo futuro ma per loro. Loro non vogliono rinunciare a nulla. Non vogliono essere privati dei privilegi. E Chiesa, Finanza, Politica, (e Mafia) chiedono a voi di lavorare di più promettendo a noi un futuro migliore.

Caro papà… Tu per me hai già fatto tanto, troppo. Miliardi di volte più di quello che ha fatto tuo padre per te. Tu sei la mia roccia, il sostegno su cui è stata alzata la Casa che è la nostra famiglia. Quella famiglia che ha per muro portante: la mamma. Ed io a 36 anni non ti posso che dire grazie. Non far più sacrifici per me. Ma soprattutto non farli per Loro. Non credere che io e te siamo in competizione, che io e te siamo nemici. Io sono TUO FIGLIO e tu sei MIO PADRE: Il più grande legame che ci sia. I miei nemici sono coloro che vogliono sfruttarti e sfruttarmi. I tuoi nemici sono loro.

Caro papà grazie per quello che mi hai dato…