“Il Cammino di Alessandro.” III “Il ricovero”

Era il maggio del 2008 quando si verificò la crisi depressiva più forte della mia vita, stetti un mese in malattia e chiesi aiuto ad un sindacalista: non potevo più fare le notti. La comprensione è dura da trovare in un ambiente di lavoro, o nel mondo in generale. Ricordo che un collega aveva diritto a stare a casa tre giorni al mese perché il figlio era portatore di handicap, alcuni colleghi non lo sopportavano, non accettavano che lui stesse a casa quei giorni: la giudicavano un’ingiustizia. Io, sempre molto carino, augurai a uno di essi di avere un figlio con le stesse problematiche, per poter star a casa 36 giorni in più l’anno. Gli dissi che così anche lui avrebbe potuto fare week end lunghi a casa.
Tornando a me, quel mese fu davvero duro, ero catatonico, non riuscivo a leggere, non riuscivo a restare sveglio ma neppure a dormire. Pisolavo di continuo, ma non riposavo mai. Il “mio amico” sindacalista mi disse che mi avrebbe fatto fare un lavoro tranquillo e che non dovevo cedere. Finii in un reparto a lavorare su dei rec, tubi siti ad oltre quattro metri d’altezza senza imbragature né nulla per fermare un’eventuale caduta. E io volevo morire. Sangue. Vedevo sangue ovunque, mi immaginavo sventrato sotto una scavatrice, con i polsi tagliati, morto. Decisi di farmi ricoverare, lo chiesi alla mia psichiatra e lei mi fece andare alla Villa dei Tigli, a Teolo.
Quarantaquattro giorni durò il mio ricovero, 28 agosto – 10 ottobre 2008. Quarantaquattro giorni di pianti, crisi, amicizie, litigate, terapie varie: isolamento dal mondo reale.
Era isolata la Villa dei Tigli, e circondata da colline. Quelle colline patavine che piacciono tanto a chi ama mangiare e bere in agriturismi immersi nella natura. All’interno di essa conobbi decine di storie, il ragazzo che con gli acidi si era bruciato il cervello e vedeva targhe luminose ovunque, la ragazza vittima di violenze da parte del fidanzato, l’uomo che non aveva nessuno al mondo, la moglie che era catatonica dopo la morte del marito, le anoressiche e le bulimiche, gli ex alcoolizzati e ex tossicodipendenti… La “fauna” dei “diversi” era vasta.
Lei era esile, camminava avanti indietro in continuo, e cercava di ripercorrere l’esatto tragitto sia all’andata che al ritorno. Centinaia di volte. Non ricordo il nome, ma le dedicai una poesia, per farla smettere di consumarsi. Era questo lo scopo che si era prefissata camminando: consumare tutto ciò che le veniva dato da mangiare. Perché alle anoressiche, alle bulimiche e a chi soffriva di disordini alimentari veniva imposta una dieta. E lei a questa imposizione opponeva una enorme forza di autodistruzione.
Decisi dopo vari scontri con alcuni membri del gruppo di terapia di isolarmi, volevo ancora fortemente morire, così frequentare persone che erano lì per distruggersi non era positivo per me. Mi chiusi in una sala e lì smanettai al pc negli intervalli liberi dalla terapia e presi socializzare con persone piacevoli. Fu l’inizio di un percorso che dura tuttora.

 

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Il Cammino di Alessandro II: La malattia

2 Bosch - La cura della follia

Hieronymus Bosch: La cura della follia Museo del Prado

Non ero mai uscito molto avevo paura di guidare, stare fuori casa era una tragedia, ero vergine e odiavo vivere. Avevo 27 anni e non sapevo cosa volessi né chi fossi. Era il 2002, in settembre, e da 12 anni ero depresso. Decisi di cambiare lavoro in quel periodo e con il cambio di vita mutai io. Cominciai a provare un malessere che mai avevo percepito. Alla sera me ne stavo disteso sul letto mentre tutto girava, e le pareti e il soffitto mi sembravano muoversi, o deformarsi. Ricordo l’espressione basita dei miei genitori e la loro richiesta di aiuto verso non so chi nel tentativo di capire cosa mi stesse accadendo. Mio fratello mi invitò a un capodanno in montagna, ma io dovevo guidare, con la neve poi! Era una tragedia. Andai ulteriormente in tilt, e smisi di dormire, me ne stavo seduto in divano a guardare la TV con gli occhi aperti fino alle 04:30 di notte, e poi mi addormentavo. Alle 05:20 mio padre si svegliava, e a sua volta involontariamente svegliava me così io non riuscivo più a prendere sonno. Erano le 18:00 quando tornavo a casa e mi buttavo a letto dormendo solo un’ora, per poi cenare e attendere il mattino dopo per andare a lavorare. Passai quattro anni così, quattro lunghi anni da solo, su quel divano a guardare film, telefilm, e video hard. Cominciarono in quel periodo le manie di grandezza, i crolli d’umore improvvisi, il perdere il “senno” e l’immedesimarmi nei personaggi o autori dei libri che leggevo. Ero sempre più solo e sempre più confuso.
Il posto di lavoro, con le sue dinamiche interpersonali e la conflittualità mal gestita da me e dai miei superiori, non mi aiutava certo, né mi aiutavano i colleghi che mi deridevano, vedendomi colpito da panico o imbranato. Passai tre anni così. Tre lunghi anni cercando il bandolo della matassa, aspettando il giorno in cui avrei dormito, provando psicofarmaci sempre più potenti, sedute di psichiatria, solitudine, e grande sofferenza.
Nel 2005 ci fu un’ulteriore evoluzione della malattia, la libido ebbe un’esplosione attacchi d’ansia, insonnia, iperattività, perdita della cognizione del sé, persi la mia prima ragazza, accumulai oltre cinquemila euro nelle carte di credito di debiti in puttane senza ricordare o rendermi conto di dove fossi stato mentre facevo o tentavo di fare sesso. E una volta uscito da quegli appartamenti pensavo solo a centrare un platano per farla finita. Ero convinto di poter spendere quanti soldi volessi senza poi doverli ripagare, di essere fortissimo, ero sempre su di giri. Le parole uscivano di bocca a raffica, le idee erano grandi, e io mi sentivo alto e imponente, questo spaventava e affascinava chi mi circondava. Allontanava amici, e avvicinava persone nuove. A gennaio persi il lavoro, dopo cinque mesi di malattia fui costretto a licenziarmi. Eppure questa scelta fu facilitata dal fatto che già avevo un nuovo lavoro.
Nel 2006 stavo ancora male, un po’ mi ero ripreso, ma ero senza forze stremato da anni senza dormire e da una lotta intrapresa contro troppi mulini a vento. Caddi in una fase depressiva ancora più forte, e questa mi portò a non andare al lavoro sempre più spesso, e mi fece rinunciare a guidare per lunghi tragitti per anni, fino al 2010. Dovetti stare a casa un weekend, due weekend, una settimana, un mese intero, dall’agosto del 2008 al dicembre 2008… tre anni, la malattia mi provocò grandi disagi e la perdita di un’occasione per cambiare lavoro, anche se l’ingresso in cassa integrazione mi salvò la vita e il reddito.
Era diversa dalle due crisi del 2002 e del 2005, ora io ero fermo, il cervello si bloccava, dormivo in piedi, gli occhi mi si chiudevano in continuazione, cadevo in uno stato di quasi catatonia. Sangue, vedevo sangue ovunque, mi vedevo mentre mi buttavo giù da dei tubi, o sotto una ruspa, mi tagliavo le vene, e tutto era così buio. Chiesi di essere ricoverato. Era il giugno 2008 quando decisi di farmi ricoverare.

 

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Il Cammino di Alessandro I: La scrittura come rifugio

Non ricordo bene quando fosse, non ricordo l’anno, ma ricordo che era estate, forse nel 2001, e stavo leggendo un libro: “Filosofia per tutti” de “Il Saggiatore.”, e mentre leggevo questo libro alzai la testa e fiero di me dissi: “Diventerò uno scrittore” a mia madre. Il suo sguardo fu compassionevole, sembrava dire: “Sogni a occhi aperti, non ne hai le capacità”. Fu la mia prima grande delusione in questo percorso che mi vedeva impegnato a cercare me stesso attraverso la parola, fatto anche di persone a cui tenevo che mi irridevano e non mi consideravano come un potenziale poeta. Feci un gesto quel giorno, premeditato, di cui conoscevo le conseguenze, gettai tutti i fogli stampati fino a quel momento con le mie ottantasette prime poesie nell’immondizia, non nella carta da riciclare, cosa che facevamo da dieci anni, ma lì, perché riempisse il bidone, e perché lei lo trovasse.
Poco più tardi scesi in cucina e lei era lì seduta che leggeva i mie scritti, mi chiese se fossero opera mia, io le risposi di sì. Erano poesie fatte di sofferenza, che raccontavano la mia voglia di morire e la mia depressione, l’isolamento in cui ero, e la disperazione di un giovane uomo che non sapeva come uscire dal buio.
Ne parlò alla sua ginecologa, che è anche psicologa mia madre, e mi incoraggiò a pubblicarlo. Io ero troppo chiuso per fare questo passo e non uscivo da quella stanza da anni. Era terribile non saper vivere. Così mi rivolsi a una piccola casa Editrice: Edizione Progetto cultura 2003, il mio primo libro: “Gocce d’acqua in un mare di petrolio”. Un piccolo volume senza pretese, che io mi vergognavo a pubblicizzare. Mi vergognavo di ammettere la mia disperazione, di chiedere aiuto, pur essendo in cura da sette anni ormai. E da quel giorno che gettai i miei scritti erano passati ormai quattro anni.
Grazie ad Antonella, la dottoressa di mia mamma, conobbi la sorella Tiziana, poetessa veneziana, e poi Giorgia, poetessa di Mestre, che mi fecero entrare in due gruppi di poeti separati dal Ponte della Libertà, e dalla mentalità dei veneziani da quella dei mestrini.
La vita è fatta di incontri, di persone che entrano ed escono dalla nostra vita e quell’anno in cui pubblicai il mio: “Gocce d’acqua in un mare di petrolio”, ebbi la seconda grande crisi dovuta al disturbo bipolare, attacchi d’ansia, incapacità di alzarmi dal letto seguita a stati di euforia e confusionali, era un incubo. Morì mio cugino Mariano, mio padre ebbe problemi con il cuore, mio fratello ebbe un incidente, e mia madre da sola dovette subire tre gravi colpi, una famiglia che sembrava distruggersi. E nessuno a cui appoggiarsi.Era ottobre 2005 e io scrissi altri due libri: il primo una breve biografia in cui non pensai a null’altro che gettare sul foglio word ogni mio piccolo sentimento, senza badare troppo ai crismi richiesti per pubblicare un libro: il secondo una raccolta di poesie che avrei tenuto a lungo nel cassetto.
Nel frattempo provavo a pubblicizzare il mio primo libro. Ma solo a persone sensibili ne parlavo. Il mio professore di lettere delle superiori ogni volta che lo andavo a trovare mi parlava dei successi dei figli e snobbava il mio libro, o me. Mentre ricordo un prete famoso di Mestre prendere il libro per la rilegatura farlo oscillare a mezz’aria e dire: “Ma lei vive di queste cose qui?” Che umiliazione, non si può immaginare, quale sensazione possa provare una persona a sentirsi dire ciò.
Tutto il mondo sembrava deridere il mio lavoro, solo i poeti veneziani e mestrini avevano un minimo rispetto di me. E soprattutto a Venezia mi sentivo accolto. Il 2005 lo conclusi chiuso in casa… e dopo mesi di malattia fui costretto a licenziarmi. Deriso dal datore di lavoro. E abbandonato dai colleghi. Solo tre mi restarono amici.

 

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Desiderata (Max Heindel)

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Va’ serenamente in mezzo al rumore e alla fretta,
e ricorda quale pace ci può essere nel silenzio.

Finché è possibile, senza cedimenti,
conserva i buoni rapporti con tutti.
Di’ la tua verità con calma e chiarezza,
e ascolta gli altri,
anche il noioso e l’ignorante,
anch’essi hanno una loro storia da raccontare.
Evita le persone volgari e aggressive,
esse sono un tormento per lo spirito.

Se ti paragoni agli altri,
puoi diventare vanitoso o aspro,
perché sempre ci saranno persone superiori ed inferiori a te.

Rallegrati dei tuoi successi come dei tuoi progetti.
Mantieniti interessato alla tua professione, benché umile,
e’ un vero patrimonio nelle fortune mutevoli del tempo.
Sii prudente nei tuoi affari,
poiché il mondo è pieno di inganno.
Ma questo non ti renda cieco su quanto c’è di virtuoso,
molte persone lottano per alti ideali,
e dovunque la vita è piena di eroismo.

Sii te stesso.
Specialmente non fingere negli affetti.
E non essere cinico riguardo all’amore,
perché a dispetto di ogni aridità e disillusione
esso e’ perenne come l’erba.

Accetta serenamente l’insegnamento degli anni,
abbandonando con grazia le cose della giovinezza.
Coltiva la forza d’animo per difenderti dall’improvvisa sfortuna.
Ma non angosciarti con fantasie oscure.
Molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine.

Al di là di una sana disciplina,
sii delicato con te stesso.
Tu sei un figlio dell’universo,
non meno degli alberi e delle stelle;
tu hai diritto ad essere qui.
E che ti sia chiaro o no,
senza dubbio l’universo va schiudendosi come dovrebbe.

erciò sta in pace con Dio,
comunque tu Lo concepisca,
e qualunque siano i tuoi affanni e le tue aspirazioni,
nella rumorosa confusione della vita conserva la pace con la tua anima.

Nonostante tutta la sua falsità, il lavoro ingrato ed i sogni infranti,
questo è ancora un mondo meraviglioso.
Sii allegro.
Sforzati di essere felice.

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David e Golia (Poesia)

David_von_Michelangelo

David di Michelangelo (

Prendi la pietra Davide,
spaccagli la testa.

Tu puoi vincere Davide,
lanciagli la pietra.

Lui è imponente e ti è davanti,
lasci che avanzi?

Uccidi Davide fatti uomo,
uccidi Davide fatti Santo.

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