Non respingere i sogni (Pedro Salinas‏)

Pedro Salinas

Non respingere i sogni perché sono sogni.
Tutti i sogni possono
essere realtà, se il sogno non finisce.
La realtà è un sogno. Se sogniamo
che la pietra è pietra, questo è la pietra.
Ciò che scorre nei fiumi non è acqua,
è un sognare, l’acqua, cristallina.
La realtà traveste
il sogno, e dice:
“Io sono il sole, i cieli, l’amore”.
Ma mai si dilegua, mai passa,
se fingiamo di credere che è più che un sogno.
E viviamo sognandola.
Sognare è il mezzo che l’anima ha
perché non le fugga mai
ciò che fuggirebbe se smettessimo
di sognare che è realtà ciò che non esiste.
Muore solo
un amore che ha smesso di essere sognato
fatto materia e che si cerca sulla terra.

Pedro Salinas

“Ninfe dormienti” di Lucia Guidorizzi

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“O prigioniero delle tue bende/pendulo e solo/soffri? Il tuo cuore sente che attende l’ora del volo?” da “L’amico delle crisalidi” G.Gozzano

Guido Gozzano prima di morire si dedicò a studiare la metamorfosi delle farfalle.

Scrisse poesie dettagliate su bruchi, crisalidi e farfalle, quasi che, sentendo approssimarsi l’ora del commiato, lo studio di quelle ninfe dormienti in attesa di metamorfosi future potesse offrirgli la possibilità di trovare un varco tra essere e non-essere, lo aiutasse ad attraversare la soglia tra visibile ed invisibile.

“Per tutto il giorno in torpida quiete/uno spasimo ignoto li tormenta:/essere un altro, uscire da se stessi!/ Uscire da se stessi? E li vedete/ or gonfiarsi, or contrarsi, ora dibattersi/ or nelle membra tremule far arco,/finchè sul terzo nodo ecco si fende/l’antica spoglia e sul velluto stinto/ vivida risplende la divisa nuova.” da “Dei bruchi”

Cosa sa il bruco della farfalla, cosa sa la farfalla del bruco? Ogni spasimo di trasformazione è parte di un processo di trasformazione che ci permette di divenire Altri e al tempo stesso di abbandonare le forme superate che appartenevano agli stadi precedenti dell’essere.

“Ed uno appare in due e due in uno/ma già l’infermo tutto si distorce,/ come da un casco liberando il capo/ dal capo antico, dalle antiche zampe liberando, lento/movendo già, lasciandosi alle spalle/ quegli che fu, come guaina floscia.” da “Dei bruchi “

Questi versi preziosi da entomologo rivelano quanto sia arduo il divenire e come lo spasimo della metamorfosi si occulti dietro un tempo morto e apparentemente stagnante ma invece foriero di miracoli.

“Ogni forma di bruco è dileguata:/la crisalide splende, il nuovo mostro/ inquietante, ambiguo diverso/ da ciò che fu, da ciò che dovrà essere!/ Pendula, immota, senza membra fusa/ nel bronzo verde maculato d’oro,/ cosa rimorta la direste cosa/ d’arte, monile antico dissepolto.” da “Delle crisalidi”

Ninfe dormienti, sognanti mondi a venire, eremiti segregati in bozzoli immaginali, autotrofici eppure sospesi a qualcosa che non è né vita né morte, ma pura dimensione vegetativa.
“Alle pareti ogni defunto/ è un pendulo monile/ ogni monile un’anima che attende/ l’ora certa del volo.” da “Delle crisalidi”
Queste farfalle in attesa di divenire ricordano i dipinti dei sarcofagi egizi che riportano disegnata la figura della mummia che vi giace all’interno, avvolta tra le bende.
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Quanto durerà questo sonno profondo in attesa del risveglio? Quali sogni produce?
Attendere è un vano sperare o è un ponte tra il non-essere e l’essere?
“Ma la farfalla tutta, se badate/ ben sottilmente, appare a parte a parte/ in rilievo leggero: il capo chino/ tra l’ali ripiegate come bende,/l’antenne la proboscide e le zampe/ giustacongiunta al petto. La crisalide/ ritrae la farfalla mascherata/ come il coperchio egizio ritraeva le membra della vergine defunta.” da “Delle crisalidi”
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Ogni trasformazione implica una nuova condizione. Si perde sempre qualcosa, ma si guadagna qualcosa d’ altro. Perdere una forma permette di abbandonarsi alla fiducia sperimentando nuove possibilità dell’essere.
“E qui la vita/ sorride alla sorella inconciliabile/ e i loro volti fanno un volto solo./ Un volto solo. Mai la Morte s’ebbe/ più delicato simbolo di Psiche:/ psiche ad un tempo anima e farfalla/ scolpir sulle stele funerarie/ dagli antichi pensosi del prodigio./ Un volto solo…” da”Delle crisalidi”
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Solo chi non sa chi è può provare a divenire qualcosa.
Nota di Lucia Guidorizzi

Sonetto 43 (Shakespeare)

William Shakespeare

Quanto più chiudo gli occhi, allora meglio vedono,
perché per tutto il giorno guardano cose indegne di nota;
ma quando dormo, essi nei sogni vedono te,
e, oscuramente luminosi, sono luminosamente diretti nell’oscuro.

Allora tu, la cui ombra le ombre illumina,
quale spettacolo felice formerebbe la forma della tua ombra
al chiaro giorno con la tua assai più chiara luce,
quando ad occhi senza vista la tua ombra così splende!

Quanto, dico, benedetti sarebbero i miei occhi,
guardando a te nel giorno vivente,
quando nella morta notte la tua bella ombra imperfetta,
attraverso il greve sonno, su ciechi occhi posa!

Tutti i giorni sono notti a vedersi, finché non vedo te,
e le notti giorni luminosi, quando i sogni si mostrano a me.

William Shakespeare, Sonetto 43

Il mare in una lacrima (di Monica Bianchetti)

Abdel and the Balsa Lampedusa Di Jason deCaires Taylor

Sono qui mio Dio, distesa nella pineta guardo il cielo e prego.
L’estate è arrivata. Il caldo sulla pelle mi ricorda la mia terra. Gli aghi dei pini marittimi mi pungono la schiena e la resina mi pizzica il naso.
Mi stanco ben presto di guardare le farfalle svolazzare di fiore in fiore.
L’aria salmastra che giunge dal mare mi richiama verso la spiaggia dove fiori rosa e lilla, di cisto selvatico, fioriscono e sfioriscono. Mi alzo e mi dirigo verso il mare.
Lo sai, vero, che da quella notte non ho più messo piede nella spiaggia.
E’ strano per me tornare in quel luogo, ed il passato arriva prepotente a ferirmi, a risucchiarmi nell’orrore.
Solo pochi mesi prima ero clandestina in mezzo al mare, su un’imbarcazione di fortuna uomini, donne, bambini, stipati e ammassati, nudi, solo con la vergogna di essere uomini e non animali.
Quante notti ho passato a pregare guardando le stelle, a contare onde che sbattevano sullo scafo rimbombando come tamburi nella foresta, a sognare la savana.
Di notte non si dorme, dormire è un lusso che un clandestino non si può permettere.
Ero partita perché volevo una vita migliore, o forse solo una vita.
Io ero forte, Safira, al contrario, era piccola e gracile.
Safira era con me. Era bella, la più bella del villaggio. Occhi grandi e neri, gambe da gazzella, denti bianchi che quando rideva, ridevano tante ragazze, una folla di ragazze. Ma da troppi giorni non vedevo il suo meraviglioso sorriso.
Siamo africane, amiamo la terra, i nostri piedi hanno camminato tanto sulla rossa terra d’Africa e non capiamo questo mare furioso che, di notte, graffia le fiancate della barca e di giorno acceca sotto il sole.
Passano i giorni e la costa non si vede. Tutt’intorno acqua e paura.
L’ho convinta io a partire, e ora Safira sta male. Ha sete. L’acqua è finita da un pezzo. Resisti Safira!
La stringo a me, è così scarna per la sua età. Perdonami, Safira.
Passano i giorni e la gente muore. Gente di cui non conosco il nome, occhi sconosciuti, labbra sconosciute. Eppure quelle labbra avevano parlato, avevano baciato…
Il giorno in cui vediamo la terra, il vento ci scorre addosso impertinente e si leva un canto che nasconde i segreti e il sapere di antiche famiglie, accumulati per generazioni.
In questa nuova terra non c’è guerra ma, in fondo, noi siamo solo un branco di corpi nudi e neri in attesa. Nessuno ci aspetta, nessuno ci vuole. Che ne sarà di noi, mio Dio?
Per un momento rivedo la capanna nella savana. Rivedo i vecchi del villaggio, i guerrieri che tornano con le loro prede. La nonna che, ai piedi dell’antico fico, sta consumando un sacrificio per invocare la pioggia. Ad un tratto una goccia cade, poi due, cento, mille gocce a bagnare i nostri corpi arsi di sole e sale. Un lampo attraversa il cielo oscurato dalla fitta pioggia. Il cuore batte forte, gli occhi sono contenti.
La costa è vicina. Profumo di terra feconda, di mandarini e mandorli in fiore, portati dal vento, giocano con il mio olfatto. Intanto la pioggia diventa rovescio. Forza Safira, bevi…
E tento di schiudere le sue labbra ormai esangui. Ma Safira non mi sente più. Non vedremo più il suo bianco sorriso, sta già correndo nella lucente savana del cielo.
Ad un tratto il cielo s’apre, un raggio di sole s’affaccia e bacia il suo volto. Adesso so che è con te, mio Dio, sorride tra le tue braccia e mi ha perdonato.
Con la mano asciugo dal suo viso una lacrima di mare.
Kwa heri, Safira… Addio, Safira!

Tratto da “LE CURVE DELLE PAROLE” di Monica Bianchetti

Ed.La Serenissima

L’albero e il giovane (Alessandro Bon)

734656_568003819894517_976731879_nSopra il Monte Verde vi era un albero gigantesco il cui diametro era pari a venticinque uomini fra loro uniti. Si narrava che fosse più vecchio di ogni altro essere vivente della regione, e che se interpellato poteva anche rispondere alle domande poste.
Un giorno un giovane del paese decise di interrogarlo per conoscere meglio il proprio destino. Incamminatosi impiegò due giorni per arrivare di fronte al maestoso “Vecchio della foresta”. Vedendolo rimase senza parole, era gigantesco: non riusciva a scorgere la cima!
Preso da un senso di vertigine si mise a terra e chiese ad alta voce:
“Chissà da quanto tempo è qui questo albero!”
Una voce, rauca e profonda gli rispose:
“Sono qui da talmente tanto tempo che non lo ricordo più. Mi piantò un dio, che all’epoca era fanciullo, e io crebbi, e crebbi che ora son più alto di certi monti.”
Il giovane sorpreso si guardò attorno, per cercar di capire chi fosse a parlare. Si alzò in piedi, e con la bocca asciutta e le gambe tremanti chiese:
“Caro “Vecchio della foresta” come faccio a diventare un grande uomo? Come faccio a ergermi sopra i miei simili, come fai tu?”
Le foglie si agitarono, il vento si alzò veloce, e la voce rauca ricomparve:
“Gli alberi crescono da giovani, caro amico.” – disse – “ Nessun animale si diverte troppo da giovane, perché deve sopravvivere. Solo voi umani credete di poter rimediare a ciò che non fate da fanciulli in vecchiaia. Ma questo non è possibile!”
“Certo. Gli rispose il giovane, “ma è vero che in vecchiaia non potrò divertirmi come faccio ora.”
“Devi sapere che quando venni piantato non ero più alto di un roseto, ed ero talmente piccolo che il vento poteva spezzarmi. – disse l’albero – Fu allora che decisi di impegnarmi per irrobustire il mio tronco e farlo diventare sempre più possente, per non dover piegare mai il capo, di alzarmi al cielo, per poter vedere il mondo da un punto di vista più distaccato, e non sentirmi coinvolto. Di rinunciare a generare troppi frutti, per poter tenere per me le forze necessarie. Solo così si diventa grandi: decidendo di crescere.”
“Ma se tutto questo si può fare solo da giovani a che serve la vecchiaia?” Obiettò il giovane.
“La vecchiaia serve per comprendere la giovinezza. Per capire i propri errori. Per smettere di correre. Per sentirsi più sereni con sé stessi.” – Disse l’albero. – “Da vecchi si continua a crescere, ma si cresce dentro al cuore, il tempo segna il nostro corpo, e la mente può essere fragile. Ma come si potrebbero rimediare le lacune della vecchiaia se non avessimo costruito il nostro futuro da giovani? La vita è come la sabbia di una clessidra, più scende meno tempo rimane per correggere gli errori.”
“E allora qual è lo scopo della vita?” Chiese il giovane.
“Non tutti abbiamo uno scopo. Tu vuoi diventare grande? Semina oggi per raccogliere domani. Solo chi getta i semi può pensare di nutrirsi. Solo chi ha un futuro può pensare a progettare sé stesso.”
Ascoltate con attenzione le parole del saggio albero, il giovane decise di tornare in paese, ma una volta giunto nella piazza decise di ristorarsi bevendo vivo con gli amici. Da quel momento dimenticò le parole del “Vecchio della Montagna” e ricominciò la propria vita infischiandosene del futuro.

———>   E’ uscito il mio quarto libro: La persistenza della memoria:

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