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Abdel and the Balsa Lampedusa Di Jason deCaires Taylor

Sono qui mio Dio, distesa nella pineta guardo il cielo e prego.
L’estate è arrivata. Il caldo sulla pelle mi ricorda la mia terra. Gli aghi dei pini marittimi mi pungono la schiena e la resina mi pizzica il naso.
Mi stanco ben presto di guardare le farfalle svolazzare di fiore in fiore.
L’aria salmastra che giunge dal mare mi richiama verso la spiaggia dove fiori rosa e lilla, di cisto selvatico, fioriscono e sfioriscono. Mi alzo e mi dirigo verso il mare.
Lo sai, vero, che da quella notte non ho più messo piede nella spiaggia.
E’ strano per me tornare in quel luogo, ed il passato arriva prepotente a ferirmi, a risucchiarmi nell’orrore.
Solo pochi mesi prima ero clandestina in mezzo al mare, su un’imbarcazione di fortuna uomini, donne, bambini, stipati e ammassati, nudi, solo con la vergogna di essere uomini e non animali.
Quante notti ho passato a pregare guardando le stelle, a contare onde che sbattevano sullo scafo rimbombando come tamburi nella foresta, a sognare la savana.
Di notte non si dorme, dormire è un lusso che un clandestino non si può permettere.
Ero partita perché volevo una vita migliore, o forse solo una vita.
Io ero forte, Safira, al contrario, era piccola e gracile.
Safira era con me. Era bella, la più bella del villaggio. Occhi grandi e neri, gambe da gazzella, denti bianchi che quando rideva, ridevano tante ragazze, una folla di ragazze. Ma da troppi giorni non vedevo il suo meraviglioso sorriso.
Siamo africane, amiamo la terra, i nostri piedi hanno camminato tanto sulla rossa terra d’Africa e non capiamo questo mare furioso che, di notte, graffia le fiancate della barca e di giorno acceca sotto il sole.
Passano i giorni e la costa non si vede. Tutt’intorno acqua e paura.
L’ho convinta io a partire, e ora Safira sta male. Ha sete. L’acqua è finita da un pezzo. Resisti Safira!
La stringo a me, è così scarna per la sua età. Perdonami, Safira.
Passano i giorni e la gente muore. Gente di cui non conosco il nome, occhi sconosciuti, labbra sconosciute. Eppure quelle labbra avevano parlato, avevano baciato…
Il giorno in cui vediamo la terra, il vento ci scorre addosso impertinente e si leva un canto che nasconde i segreti e il sapere di antiche famiglie, accumulati per generazioni.
In questa nuova terra non c’è guerra ma, in fondo, noi siamo solo un branco di corpi nudi e neri in attesa. Nessuno ci aspetta, nessuno ci vuole. Che ne sarà di noi, mio Dio?
Per un momento rivedo la capanna nella savana. Rivedo i vecchi del villaggio, i guerrieri che tornano con le loro prede. La nonna che, ai piedi dell’antico fico, sta consumando un sacrificio per invocare la pioggia. Ad un tratto una goccia cade, poi due, cento, mille gocce a bagnare i nostri corpi arsi di sole e sale. Un lampo attraversa il cielo oscurato dalla fitta pioggia. Il cuore batte forte, gli occhi sono contenti.
La costa è vicina. Profumo di terra feconda, di mandarini e mandorli in fiore, portati dal vento, giocano con il mio olfatto. Intanto la pioggia diventa rovescio. Forza Safira, bevi…
E tento di schiudere le sue labbra ormai esangui. Ma Safira non mi sente più. Non vedremo più il suo bianco sorriso, sta già correndo nella lucente savana del cielo.
Ad un tratto il cielo s’apre, un raggio di sole s’affaccia e bacia il suo volto. Adesso so che è con te, mio Dio, sorride tra le tue braccia e mi ha perdonato.
Con la mano asciugo dal suo viso una lacrima di mare.
Kwa heri, Safira… Addio, Safira!

Tratto da “LE CURVE DELLE PAROLE” di Monica Bianchetti

Ed.La Serenissima