Giardiniere, apri la porta del giardino (Zaher Rezai)

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“Sono talmente tante volte approdato alla barca del tuo amore
che o raggiungerò il tuo amore o morirò annegato
Giardiniere, apri la porta del giardino;
io non sono un ladro di fiori,
io stesso sono diventato fiore,
non vado in cerca di un fiore qualsiasi”.

Zaher Rezai, nato in Afghanistan e venuto a morire sotto le ruote di un Tir alla periferia di Mestre

come un cervo che va a trovare un posto tranquillo per pascolare,
si cerchi la solitudine,
per digerire tutto quello che si è raccolto.

Come un pazzo, al di là di ogni limite,
si vada ovunque piaccia,
vivendo come il leone,
libero da tutte le paure.

(tantra dello “Dzong-chen”)

La solitudine per Emil Cioran

Edward Hopper, Morning Sun, 1923

Ci sono due modi di sentire la solitudine: sentirsi soli al mondo o avvertire la solitudine del mondo. Chi si sente solo vive un dramma puramente individuale; il sentimento dell’abbandono può sopraggiungere anche in una splendida cornice naturale. In tal caso interessa unicamente la propria inquietudine. Sentirti proiettato e sospeso in questo mondo, incapace di adattarti ad esso, consumato in te stesso, distrutto dalle tue deficienze o esaltazioni, tormentato dalle tue insufficienze, indifferente agli aspetti esteriori – luminosi o cupi che siano –, rimanendo nel tuo dramma interiore: ecco ciò che significa la solitudine individuale. Il sentimento di solitudine cosmica deriva invece non tanto da un tormento puramente soggettivo, quanto piuttosto dalla sensazione di abbandono di questo mondo, dal sentimento di un nulla esteriore. Come se il mondo avesse perduto di colpo il suo splendore per raffigurare la monotonia essenziale di un cimitero. Sono in molti a sentirsi torturati dalla visione di un mondo derelitto, irrimediabilmente abbandonato ad una solitudine glaciale, che neppure i deboli riflessi di un chiarore crepuscolare riescono a raggiungere. Chi sono dunque i più infelici: coloro che sentono la solitudine in se stessi o coloro che la sentono all’esterno? Impossibile rispondere. E poi, perché dovrei darmi la pena di stabilire una gerarchia della solitudine? Essere solo non è già abbastanza?
(Emil Cioran)

Carl Gustav Jung sulle Visioni di Zosimo

L’Aurora (1948)

L’acqua è quella “humidum radicale” che rappresenta l’anima media o anima mundi imprigionata nella materia; viene anche detta “anima di pietra” o di metallo, “anima aquina.” Quest’anima non viene liberata per mezzo della cottura, ma anche fatta sprigionare dall’Uovo per mezzo della spada, oppure ricavata per mezzo della separatio, che è la scomposizione delle quattro radices ossia elementi. La separatio, da parte sua, spesso viene rappresentata come lo smembramento di un corpo umano. Dell'”

” si dice che è in grado di dissolvere i corpi nei quattro elementi. L’acqua divina ha, in generale, il potere di trasformare. Essa tramuta con un’abluzione miracolosa, la “nigrido in albedo,” (la nerezza in candore); ravviva ciò che è morto, resuscita i morti…
(Tratto da uno scritto di Carl Gustav Jung sulle Visioni di Zosimo)

Il soldato e il Gigante nel Castello

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Vi era un soldato, tanto tempo fa, che viveva solo in un immenso Castello inghiottito da un deserto arso dal fuoco e dalla solitudine. Non vedeva anima viva da anni, eppure, ogni notte, sentiva il rumore di passi furtivi nei corridoi, ogni notte inseguiva quei passi, sperando di incontrare il suo nemico. Ma i passi rimbombavano e il nemico sembrava ciclopico, immenso: chi poteva fare tanto rumore nel muoversi, se non un Gigante?
Ogni mattina il soldato si alzava, convinto di poter finire la guerra e uccidere il Gigante, così, ripuliva le sue armi: affilava i coltelli, smontava e montava i fucili, oliandoli per bene, contava le munizioni, poi, andava al pozzo, prendeva l’acqua e si lavava, e mangiava un po’ di carne secca. Finita la colazione saliva sulla torretta per vigilare che nessuno potesse avvicinare al Castello. Giorno, dopo giorno, controllava quel deserto sperando, tutto sommato, che arrivassero i rinforzi, perché lui sapeva di essere troppo piccolo per sconfiggere il Gigante. Ma nessuno accorreva, in sua difesa, e ormai erano anni che viveva nel Castello.
Ogni sera scendeva, prendeva un po’ d’acqua, mangiava carne secca e andava a dormire. Ma ogni notte, si svegliava sentendo il Gigante correre per i corridoi. Lui lo sapeva!!! Il Gigante lo irrideva, ma come catturarlo se i suoi passi si facevano sempre più distanti lungo quel corridoio? E… poi il loro rimbombare spariva. E lui rimaneva fermo al centro del Castello, incapace di ricominciare a cercarlo.
Ogni mattina il soldato si alzava, convinto di poter finire la guerra e uccidere il Gigante, così, ripuliva le sue armi: affilava i coltelli, smontava e montava i fucili, oliandoli per bene, controllava che le munizioni fossero ancora buone, poi, andava al pozzo, prendeva l’acqua e si lavava, e mangiava un po’ di carne secca. Finita la colazione saliva sulla torretta per vigilare che nessuno potesse avvicinare il Castello…
Una notte iniziò a correre per raggiungere il Gigante, ma sentì un rumore venire da una stanza vicina: c’era qualcuno che rideva di lui! Non poteva sopportarlo. Aprì la porta e non c’era nessuno. Ma le risate rimbombavano nella sua testa, e sapeva che era lì vicino chi lo irrideva lui doveva ucciderlo.
Sfondò una porta, e si trovò circondato da mostri, bassi, grassi, sproporzionati, con teste enormi, orribili creature lo circondavano e più lui sparava più loro ridevano e si moltiplicava, e più lui combatteva più loro erano forti, finché… da un angolo di quella stanza si affacciò un soldato, aveva un fucile in mano, non era un Gigante, ma neppure un nano. Non era brutto, e neppure grasso. Era un soldato, solo, con un corpo vecchio e vistose occhiaie, aveva una barba lunga e mal curata, grandi rughe, e un’aria tanto stanca… il nostro soldato lo guardò, alzò il fucile, e gli sparò…
Vi era un uomo, tanto tempo fa, che si era chiuso in sé stesso, non viveva, che divideva la giornata in piccoli riti ripetitivi, che non amava, né era amato, abitava in una vecchia casa, un tempo “castello” forse. Un giorno si alzò, e scoprì che fuori dalla porta vi erano campi di fiori uccelli che cantavano, libellule colorate e bambini che saltavano la corda…
Vi era un uomo, tanto tempo fa, il quale capì che il Gigante non era poi tanto grande, e che il rimbombo di quei passi era solo la sua paura di vivere.

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