Ali di plastica (Alessandro Bon)

2mxekokAvevo poggiato un paio d’ali su una finestra,
certo non avevan piume,
ma erano di plastica.

Quelle ali che alcuni mettono a carnevale,
soprattutto le bimbe per sembrar fate.
Non ricordo perché le avevo comprate,
non certo per me.

Avevo chiuso l’uscio della stanza,
e lasciato socchiuse le finestre,
poi, intorpidito dal sonno,
mi coricai a letto, solo come sempre.

Mi sveglia in cielo con immense ali d’aquila,
sorvolavo la pianura padana,
mi sentivo finalmente vivo,
leggero come un aliante.

Gli occhi vedevano il mondo di sotto,
il cuore batteva forte,
e finalmente capivo le proporzioni delle cose,
ma anche delle persone.

Ero a letto quando mi svegliai,
e non avevo più ali,
né d’aquila sulle spalle,
né da fata sulla finestra.

Giù, nel cortile, una bimba cantava,
le ali da fata la facevano sognare,
e io mi ricordai perché le avevo sulla finestra,
erano cadute dal piano di sopra sul terrazzo…

Eppure, ero stato aquila anch’io…
Pur sempre con ali da fata,
pur sempre con ali di plastica.

© Alessandro Bon

Le mani di un vecchio (Alessandro Bon)

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Hai mai guardato il mondo dall’alto dei monti,
hai mai remato in canali che sembrano fermi,
ma che d’improvviso s’infuriano?

Hai mai cercato di capire
perché la pelle dei vecchi
diventa rugosa?

Il mondo è fatto di placche che si scontrano,
dando luogo a monti altissimi,
e fiumi che scavano letti profondi e meravigliosi.

Cerca di essere dolce coi vecchi.
Perché le loro mani sono rovinate,
dagli scontri dell’anima con il tempo.

Dal libro “In una sera di novembre” di Alessandro Bon

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Siamo tutti la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto (Alessandro Bon)

Vi era un vecchio sporco e con una barba lunga e incolta, i suoi abiti erano luridi, la sua pelle ricordava i fondali di quei laghi su cui da tempo non cade acqua, le sue unghie, lunghe e sporche, raccontavano l’incuria in cui era caduto da troppo tempo, i suoi occhi, semichiusi e tristi, erano scomparsi dietro il nero del grasso d’auto e lo sporco che gli segnava il viso, aveva denti gialli, e non tutti erano ancora presenti in quella bocca tanto maleodorante.

“Fai schifo!” – Si sentiva dire tutti i giorni, e vedeva nuvole di saliva cadergli vicino, sputi lanciati da ragazzotto ben vestiti e con bei telefonini, che uscivano da scuola con un bel sorriso di chi sente il futuro risplendere sul proprio orizzonte

Era solo, nessuno si fermava a parlargli, era triste, non conversava con un amico da mesi, e non sentiva il calore di una donna da anni ormai. Lo sgurdo disgustato, gli occhi che si abbassavano pian piano di fronte a quel viso troppo segnato dal dolore e dal tempo lo facevano sentire un mostro.

Una giovane ragazza, straniera ma di origini italiane gli portava da qualche tempo dei vestiti che lei stessa cuciva la sera prima di addormentarsi. Non erano vestiti belli, ma erano cuciti a mano, puliti, e stirati, contenevano amore: qualcuno dedicava dei minuti della propria giornata a lui. Bastava poco per rendergli più bella la giornata, un sorriso, 5 minuti di chiacchiere, e il profumo di pulito sulla pelle.

Una sera questa ragazza gli chiese: “Cosa sognavi da bambino?”

Il suo sguardo si illuminò, e parve che la pelle tornasse giovane… di colpo di ricordò le corse fra i campi di grano, le urla di sua madre, le sere trascorse a guardare il cielo e a chiedersi quante stelle poteva contenere, e se da qualche parte, lì nell’universo, vi fosse un altro ragazzo come lui  che si poneva le stesse domande. Si ricordava della scuola, dell’università, della sua laurea, di quando gli studenti lo chiamavano professore. Il primo bacio, la prima volta che era entrato dentro lei, il si, il primo pianto del suo bimbo…

Un ragazzo, appena uscito da scuola lo ascoltò, e commosso gli regalò un libro: “Il gabbiano Jonathan Livingston”; poi se n’andò nei suoi vestiti puliti, e con il suo nuovo cellulare… cosciente di aver imparato che nessun uomo era da disprezzare, e che anche l’ultimo degli ultimi poteva essere un maestro per noi, perché tutti siamo la prima lettera e l’ultima dell’alfabeto.

Ama il mio corpo (Alessandro Bon)

Non pensare a me
come a un poeta
se questo ti impedisce di amarmi.

Non credere che io sia un filo d’erba
travolto dalla tempesta,
So essere anche quercia,
se la vita lo chiede.

So essere anche aquila,
se ho il vento a favore.

Non sono solo anima,
ma corpo caldo che ama,
ama amare ed essere amato.

Non pensare a me
come ad un poeta
se questo ti impedisce di osare.

Ama questo mio corpo,
seppur non bello,
seppur imperfetto ,
egli porta in sé la mia anima
.

Se ti è piaciuta questa poesia devi sapere che ho pubblicato il mio nuovo libro:

—-> La persistenza della memoria

Disponibile in Ebook o cartaceo.

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Al mai nato

603657_1393992554203199_409113313_nGli occhi socchiusi,
un corpo estraneo si fa strada,
il piacere aumenta,
e le labbra si lasciano mordere.

Un piccolo seme vien lanciato nel pozzo,
ammaliato dal profumo di donna:
l’incontro è vita.

Due corpi generano amore,
e la simbiosi è perfetta.
Paura, felicità, amore,
tutto è condiviso…
neppure fossero tutt’uno.

Cresce il frutto dell’amore,
ma non è voluto,
e lui si sente prigioniero.

Angoscia, solitudine, disperazione
si fanno largo in lei,
mentre non sa che fare
del mostro che la sta divorando.

Il volto è sereno,
la voce ferma rassicurante,
il dado è tratto.
Il cavaliere ucciderà il drago,
e la fanciulla sarà libera.

Il tempo si ferma:
il padre sorride,
la madre piange,
il medico la consola,
il feto è solo.

Il mostro è morto.

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