Il destino del velista (poesia)

14683_233918670072355_2132048828_nPartii per mari,
dove l’unica certezza era il vento.

Mi trovai prigioniero,
di folate improvvise,
e di inerzie terribili.

Non si dovrebbe usare una vela,
se non si sa valutare il vento.
Non si dovrebbe lasciare il nido,
se non si sa vivere.

Ma se tutti questi “se” ci fermassero,
varrebbe la pena veleggiare?

© Alessandro Bon

Conversando (Poesia)

papaveri-dettaglioConversando fra di noi,
vorrei vedere cadere
le nostre parole
trasformate in semi di grano.

E germogliare in terra florida
di amore e convivenza,
crescere come piante alte e robuste.

Raccogliere i loro frutti
per cibarci di una vita
che continuerà dopo la nostra.

Grazie ai semi
che abbiamo piantato
in una sera di giugno.

Ali di plastica (Poesia)

403141_394542040625240_1476897099_nAvevo poggiato un paio d’ali su una finestra,
certo non avevan piume,
ma erano di plastica.

Quelle ali che alcuni mettono a carnevale,
soprattutto le bimbe per sembrar fate.
Non ricordo perché le avevo comprate,
non certo per me.

Avevo chiuso l’uscio della stanza,
e lasciato socchiuse le finestre,
poi, intorpidito dal sonno,
mi coricai a letto, solo come sempre.

Mi sveglia in cielo con immense ali d’aquila,
sorvolavo la pianura padana,
mi sentivo finalmente vivo,
leggero come un aliante.

Gli occhi vedevano il mondo di sotto,
il cuore batteva forte,
e finalmente capivo le proporzioni delle cose,
ma anche delle persone.

Ero a letto quando mi svegliai,
e non avevo più ali,
né d’aquila sulle spalle,
né da fata sulla finestra.

Giù, nel cortile, una bimba cantava,
le ali da fata la facevano sognare,
e io mi ricordai perché le avevo sulla finestra,
erano cadute dal piano di sopra sul terrazzo…

Eppure, ero stato aquila anch’io…
Pur sempre con ali da fata,
pur sempre con ali di plastica.

© Alessandro Bon

Dente di leone (poesia)

Calde labbra mi sfiorano

e il mio seme genera futuro.

Eravamo fratelli di sangue…

Avevo solo quindici anni quando andai per la prima volta con Nicola in ospedale. Lui ci andava tutti i sabati, aveva un permesso speciale a scuola per assentarsi sempre in quello specifico giorno… Lui era anemico, anemia falciforme si chiamava la sua malattia, e sarebbe stata lei a portarlo via di lì a poco… sette o otto anni dopo…

Nicola aveva le braccia piene di ematomi, e quando si feriva piangeva come un bambino, e la Compagnia di cui facevamo parte da anni lo prendeva in giro definendolo una “feminuccia che frignava per niente”, poi capimmo il suo dramma… Continua a leggere “Eravamo fratelli di sangue…”