Opera di Not Vital intitolata “700 Snowballs”.

 

Vi è un luogo nell’Universo in cui vengono raccolte tutte le lacrime del mondo. Il loro custode le ama follemente e le custodisce con cura, perché ognuna di queste lacrime raccoglie in sé tutta l’energia con cui si potrebbe realizzare un sogno. Così, quando è triste ne prende una e la getta a terra, e da quella lacrima nasce un fiore. E quell’acqua, salata e piena di sofferenza, simbolo di sofferenza e disperazione, si trasforma in un gesto d’amore. Perché ciò che è negativo, d’altra parte dello specchio è positivo. Perché nell’equilibrio dell’Universo, anche la più brutta esperienza può donarci un motivo per rifiorire.

(Alessandro Bon=

Il delinquente e il disabile (una favola moderna)

Un criminale aveva violentato una donna, e non era la prima. Di fronte il magistrato aveva raccontato di essere pentito, che non l’avrebbe mai più fatto.
Il magistrato tenendo conto delle attenuanti, del fatto che veniva da un ambiente dove il crimine era di casa, gli ridusse la pena. Invece di cinque anni, lo condannò a sei mesi, che in virtù della legge divennero una multa e dei lavori socialmente utili.
Alla fine della pena, il comune lo aiutò a trovare un lavoro e a reinserirlo nella comunità. Divenne bravo e corretto. Sposò una graziosa ragazza, ed ebbe dei figli.

Di fronte a Dio disse: se non avessi stuprato quella donna, la mia vita sarebbe stata peggiore. Ringrazierò per sempre il buon Dio che mi ha dato questa possibilità. Essere un criminale paga nel suo mondo.
Sul letto di morte c’era anche un disabile. Lui non aveva stuprato nessuna donna, in realtà non aveva mai amato, né era stato amato. Non era stato aiutato dal comune ad inserirsi nella comunità, non aveva avuto una bella moglie e dei bei figli, nè un lavoro, pochi euro al mese di pensione, che grazie ai risparmi dei genitori gli avevan permesso di vivere, certamente non tranquillo.

Di fronte a Dio si inchinò, e lo pregò: dammi una nuova vita. Fammi essere sano, e io ucciderò per essere felice… perché so che nel mondo da te creato, è meglio avere un animo mostruoso, che problemi di salute…

Il valore degli anziani

In molti popoli nomadi esiste una leggenda che narra di un tempo in cui gli anziani erano lasciati a morire perché ritenuti un peso troppo grande da essere portato appresso alla tribù. Un giorno durante un evento tragico, non ricordo se un’epidemia o una carestia, si scoprì che una donna del villaggio aveva lasciato in vita il vecchio padre e questi interpellato dai giovani capi tribù ricordò loro come molti anni addietro, quando essi non erano neppure nati, la tribù sopravvisse a una calamità simile e il suo ricordo salvò la tribù. Fu da allora che gli anziani vennero risparmiati e che divennero un punto di riferimento per i giovani.
A chi dice che i giovani hanno molta più strada da percorrere dei vecchi do ragione, ma i vecchi quella strada spesso l’hanno già percorsa e sanno dare buoni consigli per non perdere la via.

L’albero e il giovane

Sopra il Monte Verde vi era un albero gigantesco il cui diametro era pari a 25 uomini fra loro uniti. Si narrava che fosse più vecchio di ogni altro essere vivente della regione, e che se interpellarlo poteva anche rispondere alle domande poste.

Un giorno un giovane del paese decise di interrogarlo per conoscere meglio il proprio destino. Incamminatosi impiegò due giorni per arrivare di fronte al maestoso “Vecchio della foresta”. Vedendolo rimase senza parole, era gigantesco: non riusciva a vedere la cima!

Preso da un senso di vertigine si mise a terra e chiese ad alta voce:
“Chissà da quanto tempo è qui questo albero!”

Una voce, rauca e profonda gli rispose:
“Son qui da talmente tanto tempo che non lo ricordo più. Mi piantò un dio, che all’epoca era fanciullo, e io crebbi, e crebbi che ora son più alto di certi monti.”

Il giovane sorpreso si guardò attorno, per cercar di capire chi fosse a parlare. Si alzò in piedi, e con la bocca asciutta e le gambe tremanti chiese:
“Caro “Vecchio della foresta” come faccio a diventare un grande uomo? Come faccio a ergermi sopra i miei simili, come fai tu?” Continua a leggere “L’albero e il giovane”

Siamo tutti la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto (Alessandro Bon)

Vi era un vecchio sporco e con una barba lunga e incolta, i suoi abiti erano luridi, la sua pelle ricordava i fondali di quei laghi su cui da tempo non cade acqua, le sue unghie, lunghe e sporche, raccontavano l’incuria in cui era caduto da troppo tempo, i suoi occhi, semichiusi e tristi, erano scomparsi dietro il nero del grasso d’auto e lo sporco che gli segnava il viso, aveva denti gialli, e non tutti erano ancora presenti in quella bocca tanto maleodorante.

“Fai schifo!” – Si sentiva dire tutti i giorni, e vedeva nuvole di saliva cadergli vicino, sputi lanciati da ragazzotto ben vestiti e con bei telefonini, che uscivano da scuola con un bel sorriso di chi sente il futuro risplendere sul proprio orizzonte. Continua a leggere “Siamo tutti la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto (Alessandro Bon)”