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L’opinione di Alessandro Schwed al mio libro “La persistenza della Memoria”

In Alessandro Bon on 4 dicembre 2017 at 3:04 pm

La persistenza della memoria (copertina)Vorrei porgerti la mia impressione dopo una prima lettura de ” La persistenza della memoria” che mi hai mandato in pdf. I temi che tratti sono molto forti e trattati a fondo, mi paiono davvero originali, sono i particolari sentimentali della nostra vita, vita guardata molto da vicino…la nostra compagna, la mamma, generare un figlio, il seme che si fa aborto, l’esplorazione del bacio, ovvero di una bocca. C’è concretezza e c’è urgenza, secondo me quanto di più autentico e necessario per mettersi a scrivere e addirittura a cantare. Ora si tratta di intendersi su cosa sia per te la forma-poesia, e in subordine cosa sia per me, il che conterebbe poco se non fosse che è a me che chiedi una qualche valutazione, impressioni. Partendo necessariamente da cosa sia per me la poesia, ho da dirti che trovo la tua scrittura di qualità, scava con coraggio, vibra e fa vibrare, e sento la tua voce. Sei uno che ha una voce e la si riconosce. Raro dono. Allo stesso tempo dico crudamente e schiettamente: io non sono certo che il tuo modo di scrivere sia di per sé riconducibile alla forma-poesia, magari sarebbe una prosa poetica – ma chi sono io per definire certe forme così personali? Non ho purtroppo una tale autorità ed esperienza. Personalmente ho letto molta poesia nella giovinezza, diciamo sino a trenta, trentacinque anni fa, ho interiorizzato e metabolizzato poeti di lingua italiana e poeti di lingua non italiana, in questo ultimo caso prevalentemente i russi e i beat americani. La lettura della poesia italiana e dei suoi poeti italiani fu un’esperienza meravigliosa fatta con il mio professore di letteratura italiana a Firenze, Mario Martelli, gli studie e le letture fatte con lui mi sono stati molto utili per cogliere la forza espressiva della lingua italiana, la sua valenza ritmica, le figure retoriche, così come mi sono stati molto utili i poeti del Duecento, Angiolieri, Folgore – modernissimi – e naturalmente Petrarca e Dante. Io li trovai, e ancora adesso li trovo di una fluidità potente, come se uno che fa il poeta portasse in giro le parole con lo stesso gesto di chi porta in giro un aquilone. Amavo e amo la loro complessità mascherata da semplicità straordinaria, e da invenzioni di parole che vengono da altri contesti, per fare un esempio la lingua marinara, di chi va in barca e usa le vele, o la lingua del coltivatore, parole adattate in modo folgorante alla bisogna e all’urgenza e allo struggimento di modo che la bisogna, l’urgenza e lo struggimento non siano troppo logici, lineari, ma rechino qualcosa dentro di sé che poi è l’ineffabile, il mistero della natura che nel semplice gesto di un’onda che rovescia l’acqua di nuovo sulla spiaggia imita magari qualcosa che un uomo ha dentro di sé, ad esempio un’ossessione d’amore che torna – e così se ne coglie il significato emotivo. E così troverei necessario una tuo lavacro nella lingua della poesia italiana, e anche nella straordinari lingua del popolo, che ancora esiste in ogni parte d’Italia, in modo che poi tu possa donare a chi legge una ricchezza fondamentale, una necessità, un nutrimento basilare. È un problema, per come la vedo io, di giustificare e sorreggere la forma-poesia come se fosse una forma canzone. Anche la poesia dei poeti non italiani può dare suggerimenti, non evidentemente nel ritmo, ma può dare suggerimenti nella creazione di congegni legati al ritmo e al respiro, e qui penso ai beat, a Ginsberg o alla prosodia bob del primo Kerouak che prese a imitare il sax di Charlie Parker che aveva appena rinnovato il jazz facendo in modo che per fraseggiare non solo non fosse necessario riprendere fiato, ma che il non riprendere fiato fluidificasse le frasi e rendesse nuovo e spirituale il testo musicale, da cui poi Coltrane e l’intero free jazz. E qui vengo ai russi. Personalmente io ho trovato, trovai, molto interessante il linguaggio della poesia di Marina Cvetaeva, in particolare – tu pensa! – il suo uso del trattino per spezzare le frasi e il senso, rendendo i versi meravigliosamente ambigui, come formando più strati di lettura dunque di coscienza e percezione. D’altra parte i tuoi argomenti “sentimentali” sono così forti e personali che magari potrebbero giustificare la forma del racconto, un racconto dotato di una prosa elaborata e potente con riconducibile alla poesia ma ad una scrittura densa, alla prosa come canzone. Ecco fatto, adesso detesterai l’esperienza di avermi conosciuto, ma credimi questo è quello che penso. Auguri infiniti, sii felice di amare così tanto la scrittura da spenderci le singole ore.
Alessandro

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“La persistenza della memoria”: anamnesi e nekyia nella scrittura di Alessandro Bon (di Lucia Guidorizzi)

In La persistenza della memoria (Poesie) on 14 aprile 2017 at 4:09 pm

fronteScrivere un libro può essere dettato da tanti motivi: amore per il raccontare, per il raccontarsi, per comunicare un messaggio e, ancor di più se si tratta di un libro di poesie, significa esporre in modo disarmato la parte più intima di noi, quella più segreta e vulnerabile.
Non ho mai creduto ai poeti che giravano intorno alle loro parole, che minuettavano con i loro versi in forme scopertamente narcisistiche.
Perché la parola sia fuoco, è necessario che ci bruci, e che lasci segni evidenti di questo incendio: ustioni, cicatrici, che rendono i nostri paesaggi interiori ricchi di affascinanti contrasti.
Alessandro Bon ci offre attraverso la sua scrittura poetica il suo coraggio e la sua fragilità, il coraggio con cui ogni giorno ingaggia un corpo a corpo coi suoi demoni interiori e la fragilità di un equilibrio duramente conquistato, ma sempre in bilico, poiché niente mai è definitivo.
Grande qualità presente in questo libro è la capacità di Alessandro Bon di entrare in profonda empatia con il vivente, sia esso uomo, donna, vecchio, bambino, animale o pianta, che gli permette d’interagire in profondità con l’Altro, che sempre è specchio di noi stessi e del nostro divenire. Per Alessandro vedere qualcuno che soffre, attiva immediatamente la sua area emotiva, creando una corrente emozionale tra lui e questa persona al punto di sentire il suo male dentro di sé.
Ogni uomo è alla ricerca della felicità, o perlomeno di un equilibrio, che renda possibile la capacità di abitare il nostro pianeta, ma questa ricerca si fa impossibile, se non siamo capaci di entrare in empatia col nostro prossimo.
Il viaggio presente in questo libro, attraverso i meandri della memoria, conduce Alessandro Bon a rievocare i momenti più bui della sua vita, in una sorta di Nekyia, discesa agl’Inferi, che gli permette di acquisire una consapevolezza nuova dei suoi limiti e di quelli degli altri.
Pertanto, il libro “La persistenza della memoria” coniuga in sé due aspetti importanti: l’anamnesi, ovvero la ricerca a ritroso della storia e del significato dell’esistenza, fino alle radici dell’Essere e la Nekyia, viaggio infero nelle profondità di se stessi, che fin dai tempi antichi i poeti hanno intrapreso (basti pensare ad Orfeo e Dante).

Eppure questo non è un libro soltanto autobiografico, ma passa attraverso varie vicende umane ed infatti è dedicato ad un adolescente afghano, Zaher Rezai, morto sotto le ruote di un Tir  alla periferia di Mestre. Il ragazzo portava con sé un piccolo quaderno in cui annotava gli accadimenti (immensi) del suo mondo interiore, con un linguaggio perfettamente in linea con la tradizione mistica araba:

“Sono talmente tante volte approdato alla barca del tuo amore che o raggiungerò il tuo amore o morirò annegato Giardiniere, apri la porta del tuo giardino; io non sono un ladro di fiori, io stesso sono diventato fiore, non vado in cerca di un fiore qualsiasi.”

 Il libro di Alessandro Bon prende vita da questa vicenda marginale, un fatto di cronaca subito dimenticato dai giornali, per esplorare gli universi interiori di quanti lottano ogni giorno per restare a galla nelle acque agitate del vivere.
Oltre ad una riflessione profonda sulla condizione degli ultimi, di coloro che soffrono, perduti sulla Terra, i suoi versi toccano anche i sentimenti più complessi dell’animo maschile da un punto di vista tutto nuovo e diverso.

Ti racconterò dell’esser uomo.

Del dover fare il primo passo in amore,
di dover essere sempre
colui che sconfigge il drago
e salva la principessa.

Del senso di colpa atavico
che ci portiamo dentro,
perché il mostro è sempre l’uomo,
ha sempre il pene.

Della follia delle donne
disperate e acide che ci odiano,
perché non sanno farsi amare.

Della nostra potenza
sessuale che si erge,
mentre la testa si chiede
se saremo abbastanza.

Dell’umido e caldo rifugio
che ci accoglie nel corpo di donna,
che sa di casa,
che sa di vita,
che genera piacere e rinascita

Ti racconterò di noi uomini.

Le cui donne spesso non conoscono
Il peso che portiamo sul petto,
e non capiscono che abbiamo bisogno di aver donne,
madri, amanti, amiche…

Ma soprattutto di esser umani.

L’estrema sensibilità di Alessandro Bon assume toni ed accenti sempre diversi e nuovi, offrendo un panorama di vasta e complessa umanità, sempre con autenticità e profonda onestà intellettuale.
Il libro è strutturato in due parti: la prima in poesia, caratterizzata dalle sezioni “Damasco o la guerra”, “Omaggio al bacio”, “Tigli e rifugi sugli alberi”, “Petali, farfalle e aquiloni” e la seconda in prosa, comprendente le sezioni “Fiabe” e “Il cammino di Alessandro”, ma non sono segnate da una netta demarcazione, in quanto anche la prosa di Alessandro Bon risulta poetica.
In ogni suo testo ci parla di quella capacità di resilienza che diviene risorsa per affrontare i traumi e le difficoltà, permettendo di operare una magica alchimia e di trasformare gli scacchi in occasioni, le cadute in nuove partenze.

Queste sue parole testimoniano l’intensità e l’autenticità della sua ricerca.

Scrive: “La ricerca dell’identità è un percorso lungo e tortuoso e necessita di moltissimi errori da compiere per trovare la giusta via da intraprendere. E’ logico che questa strada sarà riconducibile a ciò che noi cerchiamo. Sarà difficile lasciare una parte di noi che a noi fa comodo per ottenere lo scopo finale, ma se il nostro scopo è quello di essere davvero “Io” dobbiamo imparare a lasciare andare ciò che noi non siamo ma che altri ci hanno imposto come identità.”

Questo processo continua, ognuno di noi è in cammino e sapere che non si è soli in questo cammino e in questa ricerca, è già conforto e speranza.
Grazie Alessandro. .

Lo puoi ordinare su questo sito per riceverlo con una dedica

Il libro è in vendita in oltre 4500 librerie e on line:

 

Al Partigiano Vianello (Poesia)

In La persistenza della memoria (Poesie) on 8 aprile 2017 at 5:41 pm
Autore Joel Robinson

Autore Joel Robinson

Vi era un albero vicino casa mia,
quand’ero bimbo.

D’autunno le foglie
ricoprivano il viale d’ingresso,
e lo coloravano di rosso.

Mia madre sbuffava
quando le raccoglieva
protestando fra sé e sé
contro i vicini.

Ora quell’albero non c’è più,
e manca a mia madre
quel rito autunnale
che le ricordava
il cambio di stagione.

O forse le manca il vecchio partigiano Vianello
che si scusava delle foglie cadute
come i Soldati di Ungaretti…
e che a lui erano così cari.

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L’albero e il giovane (Alessandro Bon)

In Fiabe, La persistenza della memoria (Poesie) on 15 marzo 2017 at 7:03 pm

734656_568003819894517_976731879_nSopra il Monte Verde vi era un albero gigantesco il cui diametro era pari a venticinque uomini fra loro uniti. Si narrava che fosse più vecchio di ogni altro essere vivente della regione, e che se interpellato poteva anche rispondere alle domande poste.
Un giorno un giovane del paese decise di interrogarlo per conoscere meglio il proprio destino. Incamminatosi impiegò due giorni per arrivare di fronte al maestoso “Vecchio della foresta”. Vedendolo rimase senza parole, era gigantesco: non riusciva a scorgere la cima!
Preso da un senso di vertigine si mise a terra e chiese ad alta voce:
“Chissà da quanto tempo è qui questo albero!”
Una voce, rauca e profonda gli rispose:
“Sono qui da talmente tanto tempo che non lo ricordo più. Mi piantò un dio, che all’epoca era fanciullo, e io crebbi, e crebbi che ora son più alto di certi monti.”
Il giovane sorpreso si guardò attorno, per cercar di capire chi fosse a parlare. Si alzò in piedi, e con la bocca asciutta e le gambe tremanti chiese:
“Caro “Vecchio della foresta” come faccio a diventare un grande uomo? Come faccio a ergermi sopra i miei simili, come fai tu?”
Le foglie si agitarono, il vento si alzò veloce, e la voce rauca ricomparve:
“Gli alberi crescono da giovani, caro amico.” – disse – “ Nessun animale si diverte troppo da giovane, perché deve sopravvivere. Solo voi umani credete di poter rimediare a ciò che non fate da fanciulli in vecchiaia. Ma questo non è possibile!”
“Certo. Gli rispose il giovane, “ma è vero che in vecchiaia non potrò divertirmi come faccio ora.”
“Devi sapere che quando venni piantato non ero più alto di un roseto, ed ero talmente piccolo che il vento poteva spezzarmi. – disse l’albero – Fu allora che decisi di impegnarmi per irrobustire il mio tronco e farlo diventare sempre più possente, per non dover piegare mai il capo, di alzarmi al cielo, per poter vedere il mondo da un punto di vista più distaccato, e non sentirmi coinvolto. Di rinunciare a generare troppi frutti, per poter tenere per me le forze necessarie. Solo così si diventa grandi: decidendo di crescere.”
“Ma se tutto questo si può fare solo da giovani a che serve la vecchiaia?” Obiettò il giovane.
“La vecchiaia serve per comprendere la giovinezza. Per capire i propri errori. Per smettere di correre. Per sentirsi più sereni con sé stessi.” – Disse l’albero. – “Da vecchi si continua a crescere, ma si cresce dentro al cuore, il tempo segna il nostro corpo, e la mente può essere fragile. Ma come si potrebbero rimediare le lacune della vecchiaia se non avessimo costruito il nostro futuro da giovani? La vita è come la sabbia di una clessidra, più scende meno tempo rimane per correggere gli errori.”
“E allora qual è lo scopo della vita?” Chiese il giovane.
“Non tutti abbiamo uno scopo. Tu vuoi diventare grande? Semina oggi per raccogliere domani. Solo chi getta i semi può pensare di nutrirsi. Solo chi ha un futuro può pensare a progettare sé stesso.”
Ascoltate con attenzione le parole del saggio albero, il giovane decise di tornare in paese, ma una volta giunto nella piazza decise di ristorarsi bevendo vivo con gli amici. Da quel momento dimenticò le parole del “Vecchio della Montagna” e ricominciò la propria vita infischiandosene del futuro.

———>   E’ uscito il mio quarto libro: La persistenza della memoria:

Lo puoi ordinare su questo sito per riceverlo con una dedica

Il libro è in vendita in oltre 4500 librerie e on line:

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Ama il mio corpo (Alessandro Bon)

In Alessandro Bon, La persistenza della memoria (Poesie) on 8 febbraio 2017 at 5:26 pm

Non pensare a me
come a un poeta
se questo ti impedisce di amarmi.

Non credere che io sia un filo d’erba
travolto dalla tempesta,
So essere anche quercia,
se la vita lo chiede.

So essere anche aquila,
se ho il vento a favore.

Non sono solo anima,
ma corpo caldo che ama,
ama amare ed essere amato.

Non pensare a me
come ad un poeta
se questo ti impedisce di osare.

Ama questo mio corpo,
seppur non bello,
seppur imperfetto ,
egli porta in sé la mia anima
.

Se ti è piaciuta questa poesia devi sapere che ho pubblicato il mio nuovo libro:

—-> La persistenza della memoria

Disponibile in Ebook o cartaceo.

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