Edera ed Albero (Poesia)

735551_494494537262713_103253376_oUn tempo eran umani,
lei Edera,
lui Albero.

Amanti insaziabili,
baci appassionati,
tenere carezze.

Lunghi viaggi
mano nella mano
sempre abbracciati.

Zeus, deo infame:
Era non basta,
io voglio le umane.

Dire no, non potrai,
da lui, padre degli Dei,
tutto ciò che vuoi avrai

In cambio di amore
vita eterna otterrai,
dea meravigliosa sarai.

Stufo dei rifiuti,
Albero trasformò:
come lo conosciamo
egli diventò.

“O, Eros, dio dell’amore
aiutami a stargli vicino,
Albero io amo
è il mio destino. “

Il dio dell’amore
ascoltatala pregare
Edera volle accontentare.

Ancor oggi tu vedrai
nei parchi e nelle aiuole
Edera Albero abbracciare.

© Alessandro Bon

L’Ispirazione del poeta (Poesia)

Da dove questa ispirazione?

Prova a bucare un cuore
con uno spillo appuntito.

Prova a fermare il sangue
con uno straccio bagnato.

Non puoi!

Come io non posso smettere di scrivere!

 

Moire (poesia)

Riparerò la mia anima
fatta d’acqua cristallina
con fili d’argento.

Cucirò assieme
il ghiaccio del mio cuore
e il fuoco che arde la mia mente.

Tesserò con la tela di un ragno
il mio destino.

E infine mi riscoprirò solo e fragile…
ma capace di creare il mio futuro.

Nella mia valigia (poesia)

Fotografia di Carmine Verducy

Avevo riposto i miei sogni in una valigia,
erano fatti d’aria
e d’acqua limpida e pura.

L’avevo nascosta in un armadio,
sommergendola di carte e stracci,
abbandonandola alla polvere,
e all’indifferenza.

Gli incubi avevano riempito le mie notti,
e di giorno non sapevo più sognare.
Vivere era diventato così faticoso.

Non trovavo più alcuno scopo,
né un obiettivo da raggiungere.
La strada che percorrevo era buia e nefasta.

La valigia era coperta di polvere,
ma era rimasta chiusa,
sola come un’amante fedele.

L’aprii per caso,
trovandola troppo leggera,
e capii che i sogni non hanno peso.

E non comporta fatica cercare di viverli

Ali di plastica (Poesia)

403141_394542040625240_1476897099_nAvevo poggiato un paio d’ali su una finestra,
certo non avevan piume,
ma erano di plastica.

Quelle ali che alcuni mettono a carnevale,
soprattutto le bimbe per sembrar fate.
Non ricordo perché le avevo comprate,
non certo per me.

Avevo chiuso l’uscio della stanza,
e lasciato socchiuse le finestre,
poi, intorpidito dal sonno,
mi coricai a letto, solo come sempre.

Mi sveglia in cielo con immense ali d’aquila,
sorvolavo la pianura padana,
mi sentivo finalmente vivo,
leggero come un aliante.

Gli occhi vedevano il mondo di sotto,
il cuore batteva forte,
e finalmente capivo le proporzioni delle cose,
ma anche delle persone.

Ero a letto quando mi svegliai,
e non avevo più ali,
né d’aquila sulle spalle,
né da fata sulla finestra.

Giù, nel cortile, una bimba cantava,
le ali da fata la facevano sognare,
e io mi ricordai perché le avevo sulla finestra,
erano cadute dal piano di sopra sul terrazzo…

Eppure, ero stato aquila anch’io…
Pur sempre con ali da fata,
pur sempre con ali di plastica.

© Alessandro Bon