Vi era un soldato, tanto tempo fa, che viveva solo in un immenso castello inghiottito da un deserto arso dal fuoco e dalla solitudine. Non vedeva anima viva da anni, eppure, ogni notte, sentiva il rumore di passi furtivi nei corridoi, ed ogni notte inseguiva quei passi, sperando di incontrare il suo nemico. Ma i passi rimbombavano e il nemico sembrava ciclopico, immenso: chi poteva fare tanto rumore nel muoversi, se non un Gigante? Continua a leggere “Il soldato e il Gigante nel Castello”
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“Gocce d’acqua in un mare di petrolio”: il primo titolo pubblicato
La prima raccolta di poesie dell’autore.
Le poesie vennero scritte fra il 1995 e il 2001. Un percorso di dolore attraversato dalla solitudine, la depressione e la disperazione di un giovane uomo che non conosceva ancora l’amore. Liriche che abbracciano temi come l’amore, il rapporto con dio e la religione, una poesia intima che guarda con interesse lo scopo della vita, uno scopo che pare non esserci per l’autore.
La raccolta si apre con la tetralogia delle stagioni. Nella lirica Autunno viene cercato il senso della vita: “Le foglie che cadono, | stordite dal vento | toccano terra nutrendola. / Alcune però, catturate, | volano via col vento, nella fredda brezza”. In queste parole l’autore esprime la propria disperazione e il senso di vuoto che lo affligge, con versi che sembrano voler ripercorrere le ultime tre strofe della poesia di Eugenio Montale “Non recidere, forbice, quel volto”, che così il Nobel chiudeva: “E l’acacia ferita da sé scrolla | il guscio di cicala | nella prima belletta di Novembre.” Al vento che cattura la foglia e la porta lontana da quella solitudine il compito di lasciare un po’ di speranza al lettore. Continua a leggere ““Gocce d’acqua in un mare di petrolio”: il primo titolo pubblicato”
Morte apparente (Poesia)
Tango (Poesia)
The Singing Butler (Jack Vettriano)
Sotto un lampione vi guardo,
ho una spalla poggiata,
e le gambe incrociate.
In segno di resa.
La luce illumina me triste e solo,
una luce grigia, mentre voi ballate.
Sottofondo: una musica argentina.
Vi divertite e ballare felici,
e coppie si guardano e si innamorano.
E’ una luce più aurea,
che sembra illuminarvi.
Spesso la vita è vissuta diversamente,
e piccole luci illuminano grandi differenze.
Come piccoli gesti fanno percepire grandi disagi.
Il guerriero che cacciò la propria ombra
Nelle praterie americane vi era un indiano Lakota che non riusciva a legare con nessuno all’interno della sua tribù. Era sempre triste e aveva mille paure. Si sentiva diverso dagli altri guerrieri, e mal sopportato. Fu per questo che una notte chiese a Wakan Tanka di distruggere la sua ombra: il suo lato oscuro.
Il dio generatore del mondo lo accontentò e la portò via con sé durante la notte.
Il guerriero non sapeva che l’ombra non era solo fonte di paure e di sconforto, ma era una parte fondamentale di sé. Cosa sarebbe stato senza questa parte della sua identità?
I giorni passavano e lui non temeva nulla e nessuno, combatteva contro i Crow, cacciava i bisonti come mai aveva fatto, era rispettato e temuto da tutti. Temuto si: perché non aveva paura di nulla. E chi non teme mette sgomento, suggestione. Così si ritrovò ancora solo, ancora evitato da tutti, e mentre prima i bambini lo adoravano, ora lo evitavano.
Ogni giorno che passava capiva che qualcosa non andava in lui, che era sempre felice: troppo su di giri. Non sapeva contenersi ed era violento e privo di pudore.
Da un certo lato questa nuova vita gli piaceva, ma quando si girava e vedeva che era privo di ombra capiva di non essere più lo stesso di prima.
Una sera pregò Wakan Tanka di restituirgli l’ombra, aveva anche bisogno di esser triste, aver paura, piangere, per essere un uomo… Spesso si impara di più nella sofferenza che nella felicità. E le sconfitte fanno maturare.
Il dio Sioux gli restituì l’ombra, che era impaurita e sola. Perché anche l’ombra ha bisogno di essere amata.
In fin dei conti un uomo senza ombra può essere un uomo vero?


