Il delinquente e il disabile

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Un criminale aveva violentato una donna, e non era la prima. Di fronte il magistrato aveva raccontato di essere pentito, che non l’avrebbe mai più fatto.
Il magistrato tenendo conto delle attenuanti, del fatto che veniva da un ambiente dove il crimine era di casa, gli ridusse la pena. Invece di cinque anni, lo condannò a sei mesi, che in virtù della legge divennero una multa e dei lavori socialmente utili.
Alla fine della pena, il Comune lo aiutò a trovare un lavoro e a reinserirlo nella comunità. Divenne bravo e corretto. Sposò una graziosa ragazza, ebbe dei figli.
Di fronte a Dio disse: “Se non avessi stuprato quella donna, la mia vita sarebbe stata peggiore. Ringrazierò per sempre il buon Dio che mi ha dato questa possibilità. Essere un criminale paga nel suo mondo.”
Sul letto di morte c’era anche un disabile. Lui non aveva stuprato nessuna donna, in realtà non aveva mai amato, né era stato amato. Non era stato aiutato dal Comune a inserirsi nella comunità, non aveva avuto una bella moglie e dei bei figli, né un lavoro, pochi euro al mese di pensione, che grazie ai risparmi dei genitori gli avevano permesso di vivere, certamente non sereno.
Di fronte a Dio si inchinò, e lo pregò: “Dammi una nuova vita. Fammi essere sano, e io ucciderò per essere felice… perché so che nel mondo da te creato, è meglio avere un animo mostruoso, che problemi di salute.”

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La Goccia e la Roccia

acqua-gocciaUn giorno una piccola Goccia incontrò una grande Roccia sul proprio cammino. Non le era più possibile seguire la strada che l’avrebbe portata a realizzare il proprio sogno doveva passare oltre questa, ma non sapeva come. Chiese così alla Roccia:
“Sorella di pietra, imponente e forte materiale che genera la Terra intera. Tu che sorreggi le case, e dividi l’uomo dall’abisso, ti chiedo di farmi strada, di farmi passare. Perché io non debba farmi strada per conto mio.”
La Roccia guardò la minuscola Goccia, e la vide piccola e miserevole. Era talmente piccola da dover usare una lente per vederla, e disse:
“Cara Goccia, io non ti vedrei neppure se Efesto, dio glorioso, non mi avesse dato questa lente. Io qui starò, dove Gea, mia madre, mi pose milioni di anni fa. E tu, miserabile parte di un fiume, Goccia insignificante, come credi di potermi scansare? O obbligarmi a farti passare?”
La Goccia, vistasi piccola e miserevole, fermò il proprio cammino, in attesa di una nuova idea per superare questo ostacolo.
Decise di percuotere la Roccia. Ma non le fece nulla. E la colpì ancora, e ancora, mentre la Roccia rideva. Ma colpo dopo colpo essa costruiva un passaggio, piccolo ma profondo, che si faceva strada attraverso la grande rivale. Questa non sentiva e non vedeva più la Goccia, e credeva che se ne fosse andata.
Anni dopo ricomparve la Goccia, dall’altra parte dell’ostacolo. Con grande sorpresa la Roccia la guardò ed esclamò:
“Figlia di un Cane, minuscola frazione un lago glorioso, come hai fatto a passare di là?”
Disse la Goccia: “Non v’è nessun ostacolo che il Saggio non sappia superare. Non v’è nessun sacrificio che egli tema. Se l’obiettivo è la felicità, anche se questa gli costerà la vita, o immensa fatica il Saggio saprà raggiungerla.”
Non arrenderti mai di fronte a un ostacolo, non trovare la scusa che esso è troppo arduo per te. Non c’è nulla che tu non possa non fare se lo vuoi. E anche se il tuo obiettivo non si realizzasse potrai dire di averci provato, di essere stato in grado di vivere il tuo sogno, perché non DEVI VINCERE PER GLI ALTRI MA VIVERE PER TE.

Il bambino che scriveva sulla sabbia

sabbiaUn bambino tutti i giorni si recava in spiaggia e scriveva sulla spiaggia: “Mamma ti amo!”; poi guardava il mare cancellare la scritta e correva via sorridendo.
Un vecchio triste passeggiava tutti i giorni su quel litorale, e lo vedeva giorno dopo giorno scrivere la stessa frase, e guardare felice il mare portargliela via. Fra sé e sé pensava: “Questi bambini, sono così stupidi ed effimeri.”
Un giorno si decise ad avvicinare il bambino, non avrà avuto più di dieci anni, e gli chiese: “Ma che senso ha scrivere “Mamma ti amo!” sulla sabbia se poi il mare te la porta via. Diglielo tu che le vuoi bene.”
Il bambino si alzò, e guardando l’ennesima scritta cancellata dall’acqua salata disse al vecchio: “Io non ce l’ho la mamma! Me l’ha portata via Dio, come fa il mare con le mie scritte. Eppure torno qui ogni giorni a ricordare alla mamma e a Dio che non si può cancellare l’amore di un figlio per la propria madre.”
Il vecchio si inginocchiò, e con le lacrime agli occhi scrisse: “Nora. Ti amo!”; era il nome della moglie appena morta. Poi prese il bimbo per mano e assieme guardarono la scritta sparire.

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Il papà dagli occhi che sapevano amare

Vi era un uomo seduto in riva al mare che cantava canzoni che sembravano provenire da un altro mondo, un tempo antico, un altro paese…. Un paese che Antonio non aveva mai udito nominare: era un Afghano. La sua felicità per Antonio era incomprensibile: non aveva una gamba! Eppure cantava felice.

“Ma come fa un uomo senza  una gamba ad essere felice?” Si chiedeva Antonio. E giorno dopo giorno gli passava accanto, con quell’ingenuità che solo un ragazzino di 13 – 14 anni sa ancora avere. Finché una mattina l’uomo si girò verso di lui e gli disse: “Tutti i giorni ti fermi ad ascoltarmi cantare e poi te ne vai a capo chino dopo aver guardato la mia gamba, perché?” Continua a leggere “Il papà dagli occhi che sapevano amare”

L’albero e il giovane

Sopra il Monte Verde vi era un albero gigantesco il cui diametro era pari a 25 uomini fra loro uniti. Si narrava che fosse più vecchio di ogni altro essere vivente della regione, e che se interpellarlo poteva anche rispondere alle domande poste.

Un giorno un giovane del paese decise di interrogarlo per conoscere meglio il proprio destino. Incamminatosi impiegò due giorni per arrivare di fronte al maestoso “Vecchio della foresta”. Vedendolo rimase senza parole, era gigantesco: non riusciva a vedere la cima!

Preso da un senso di vertigine si mise a terra e chiese ad alta voce:
“Chissà da quanto tempo è qui questo albero!”

Una voce, rauca e profonda gli rispose:
“Son qui da talmente tanto tempo che non lo ricordo più. Mi piantò un dio, che all’epoca era fanciullo, e io crebbi, e crebbi che ora son più alto di certi monti.”

Il giovane sorpreso si guardò attorno, per cercar di capire chi fosse a parlare. Si alzò in piedi, e con la bocca asciutta e le gambe tremanti chiese:
“Caro “Vecchio della foresta” come faccio a diventare un grande uomo? Come faccio a ergermi sopra i miei simili, come fai tu?” Continua a leggere “L’albero e il giovane”