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Vi era un uomo seduto in riva al mare che cantava canzoni che sembravano provenire da un altro mondo, un tempo antico, un altro paese…. Un paese che Antonio non aveva mai udito nominare: era un Afghano. La sua felicità per Antonio era incomprensibile: non aveva una gamba! Eppure cantava felice.

“Ma come fa un uomo senza  una gamba ad essere felice?” Si chiedeva Antonio. E giorno dopo giorno gli passava accanto, con quell’ingenuità che solo un ragazzino di 13 – 14 anni sa ancora avere. Finché una mattina l’uomo si girò verso di lui e gli disse: “Tutti i giorni ti fermi ad ascoltarmi cantare e poi te ne vai a capo chino dopo aver guardato la mia gamba, perché?”
Il ragazzo, diventato rosso in volto dalla vergogna, gli disse: “Come fa un uomo senza una gamba a sorridere?”
“Sai piccolo uomo, ho perso la gamba quando avevo cinque anni, stavo rincorrendo una palla e all’improvviso vidi sangue attorno a me… e poi il buio. Mi svegliai su un letto d’ospedale dove stavano medicando quel che rimaneva della mia gamba. Sai ragazzo. Vi era una donna che si prendeva cura di me, era bionda! Per te non è strano vedere una donna con i capelli biondi, ma da dove vengo io nessuno è biondo, e io me ne innamorai. Doveva essere un angelo, e anche se non capivo la sua lingua imparai una canzone che canticchiava spesso, a bassa voce, mentre si prendeva cura di me.

Il dottore aveva una barba bianca, e due occhi pieni di dolore e di tristezza, ma sapevano trasmettere una forza tale che nessuna bestia feroce avrebbe potuto sopportare quello sguardo per più di due secondi. E io lo chiami padre. Me lo chiese lui, sai? Non avevo mai avuto un papà, né una mamma. Ed ora avevo un papà bianco con gli occhi degli angeli, e un angelo biondo che cantava per me.”

Il ragazzo lo guardava affascinato.

“Sai quel papà con gli occhi così celesti e così duri piangeva spesso la sera quando pensava alle persone che non era riuscito a salvare, e io un giorno gli chiesi come potesse essere triste un uomo che salvava delle vite  in una terra di uomini intenti a distruggersi l’un l’altro. E gli dissi: “Anche se salverai solo un uomo, tu avrai fatto il più grande gesto che Dio può far compiere a un proprio figlio.” Lui mi guardò e mi rispose: “Chi salva un uomo ne diventa padre e madre. Chi fa del bene disegna un arcobaleno in un cielo grigio coperto di troppe nubi.”
Mi portò in Italia il papà dagli occhi piangenti e mi crebbe assieme ai suoi figli, ne aveva uno diverso dall’altro, tutti eravamo stati salvati da lui in un paese in cui lui aveva operato. Diceva sempre che eravamo i frutti del suo amore, che lui non poteva portare in grembo un bambino, come aveva fatto sua moglie, per cui lui dava la vita con la medicina e se poteva si prendeva cura dei suoi figli per sempre.
Sai, mi fece studiare quel papà dagli occhi severi. Ogni sera ci riuniva attorno alla tavola e ci chiedeva di impegnarci per diventare bravi perché noi eravamo figli di un unico Dio e anche se avevamo facce diverse, queste sembravano tutte uguali quando erano sporche di fango dopo aver giocato in giardino. Eravamo figli di un Dio buono che ci aveva amato attraverso lui.
Sai, ora io sono uno scrittore, un mio fratello e una sorella sono medici e lavorano in Africa, un altro mio fratello è avvocato e difende i poveri, e un’altra mia sorella fa l’insegnante per educare i bambini nei paesi del terzo mondo.
Avrebbe gli occhi pieni di gioia quel vecchio uomo con la barba  bianca nel vederci ora. Ma purtroppo è morto anni fa… e prima di morire ci ha chiesto di amarci per sempre e di non separarci per nessuna ragione al mondo”

“E’ una storia meravigliosa!” disse il ragazzino “Ma cosa c’entra con il fatto che tu non hai più una gamba?”

“Non avrei mai potuto raccontare questa storia se non avessi perso una gamba. Non avrei conosciuto il papà dagli occhi umani, né la sua bella infermiera bionda, né avrei potuto avere quattro fratelli con facce diverse, non sarei diventato uno scrittore, non avrei incontrato mia moglie, né avrei avuto i miei bellissimi figli. Non vale tutto questo una gamba?”