Mese: dicembre 2015

“Il Cammino di Alessandro.” V “Sosta forzata”

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Uscire dalla clinica non fu facile, non fu come varcare una qualsivoglia porta e rientrare nella realtà, ma significò riprendere a vivere nella realtà, senza più essere circondato da “simili” e da un recinto ben definito. Ma: “Per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo. (Ecclesiaste 3.1)”, ed era arrivato anche il tempo di tornare a vivere e riaffrontare il mondo reale.
Il 10 ottobre 2008 si concluse un ciclo, i quarantaquattro giorni più intensi della mia vita, forse fra i giorni che segnarono di più la mia coscienza e il mio modo di percepire il mondo. Avevo fatto le valigie, ed ero pronto ad andarmene dalla mia stanza, l’ultimo saluto prima di lasciarla per sempre. Varcai la soglia e venni circondato dalle mie amiche, dalle mie compagne di viaggio: Federica, Enrica, Maria, Teresa, ed altri mi circondarono e mi sommersero d’amore. Enrica mi abbraccio così forte che mi fece quasi male, e mi disse che ero la persona migliore che avesse mai conosciuto, piangendo e dicendomi grazie. Grazie anche a Maria, e a me, aveva superato il black out della sua psiche. Mi sentivo disorientato da quell’affetto, da quell’amore espresso da così tante persone. E i miei genitori guardavano a questa scena commossi. Salutai tutti e poi andai dal mio compagno di stanza, gli regalai un libro, “Agrodolce” di Mauro Corona, e “minacciai” di “picchiarlo” se non fosse uscito di casa più spesso una volta tornato tra le sue montagne. Salutai le infermiere, le Oss, i Dottori, la barista del piano terra, che mi offrì l’ultimo caffè, e varcai la soglia che mi riportava nella realtà…

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“Il Cammino di Alessandro.” IV “Tante storie, tante verità”

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Era il decimo giorno di ricovero, quando decisi di fermarmi e rifugiarmi in me stesso. I troppi attriti con gli altri pazienti della Clinica Psichiatrica mi stavano distruggendo, così cominciai a frequentare solo chi mi avrebbe potuto dare beneficio e serenità. Vi era in fondo al mio reparto una stanza gialla con otto tavoli, sempre illuminata dal sole era poco frequentata: decisi che quel luogo sarebbe diventato il mio rifugio. Chiesi ai miei genitori di portarmi il pc, che non era collegato ad internet, per poter mettere giù su “carta” un po’ di pensieri e rivivere scrivendole le mie sensazioni. Nella stanzetta arrivarono anche Maria ed Enrica che si intrattenevano a loro modo.

Maria era ricoverata perché aveva subito mobbing al lavoro, Enrica, invece, aveva una storia terribile alle spalle e dopo l’ennesima delusione era andata in tilt e non riusciva a fare altro che a ripetere tutto il giorno la stessa frase: “Ma lui mi lascerà? Secondo te mi ama?”, e me lo chiedeva almeno quaranta volte al giorno. Non la sopportavo! Poi, un giorno ho capito chi era, una “farfalla bagnata”: mi raccontò la sua storia e io capii il suo dolore. Abbandonata dai genitori, sola al mondo pur avendo due fratelli, si era sposata e suo marito, dopo anni di matrimonio, aveva vinto una cifra considerevole e con questa era fuggito, lasciandola al proprio destino. Fu allora che io e Maria adottammo Enrica e decidemmo di passare più tempo possibile con lei. Le facevamo fare esercizi ginnici, e scrivere un diario che poi leggeva a voce alta e discutevamo. La incoraggiavamo e la coccolavamo. E lei pian piano sembrava rialzarsi. Da Maria imparai a ridere di me stesso, da Enrica a piangere.

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“Il Cammino di Alessandro.” III “Il ricovero”

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Foto tratta dal sito: http://www.marsaalam.altervista.org/

Era il maggio del 2008 quando si verificò la crisi depressiva più forte della mia vita, stetti un mese in malattia e chiesi aiuto ad un sindacalista: non potevo più fare le notti. La comprensione è dura da trovare in un ambiente di lavoro, o nel mondo in generale. Ricordo che un collega aveva diritto a stare a casa tre giorni al mese perché il figlio era portatore di handicap, alcuni colleghi non lo sopportavano, non accettavano che lui stesse a casa quei giorni: la giudicavano un’ingiustizia. Io, sempre molto carino, augurai a uno di essi di avere un figlio con le stesse problematiche, per poter star a casa 36 giorni in più l’anno. Gli dissi che così anche lui avrebbe potuto fare week end lunghi a casa…

Tornando a me, quel mese fu davvero duro, ero catatonico, non riuscivo a leggere, non riuscivo a restare sveglio ma neppure a dormire. Pisolavo di continuo, ma non riposavo mai. Il “mio amico” sindacalista mi disse che mi avrebbe fatto fare un lavoro tranquillo e che non dovevo cedere. Finii in un reparto a lavorare su dei rec, tubi siti ad oltre quattro metri d’altezza senza imbragature né nulla per fermare un’eventuale caduta. E io volevo morire. Sangue. Vedevo sangue ovunque, mi immaginavo sventrato sotto una scavatrice, con i polsi tagliati, morto. Decisi di farmi ricoverare, lo chiesi alla mia psichiatra e lei mi fece andare alla Villa dei Tigli, a Teolo.

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Il Cammino di Alessandro II: La malattia

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Hieronymus Bosch: La cura della follia Museo del Prado

Non ero mai uscito molto avevo paura di guidare, stare fuori casa era una tragedia, ero vergine e odiavo vivere. Avevo 27 anni e non sapevo cosa volessi né chi fossi. Era il 2002, in settembre, e da 12 anni ero depresso. Decisi di cambiare lavoro in quel periodo e con il cambio di vita mutai io. Cominciai a provare un malessere che mai avevo percepito. Alla sera me ne stavo disteso sul letto mentre tutto girava, e le pareti e il soffitto mi sembravano muoversi, o deformarsi. Ricordo l’espressione basita dei miei genitori e la loro richiesta di aiuto verso non so chi nel tentativo di capire cosa mi stesse accadendo. Mio fratello mi invitò a un capodanno in montagna, ma io dovevo guidare, con la neve poi! Era una tragedia. Andai ulteriormente in tilt, e smisi di dormire, me ne stavo seduto in divano a guardare la TV con gli occhi aperti fino alle 04:30 di notte, e poi mi addormentavo. Alle 05:20 mio padre si svegliava, e a sua volta involontariamente svegliava me così io non riuscivo più a prendere sonno. Erano le 18:00 quando tornavo a casa e mi buttavo a letto dormendo solo un’ora, per poi cenare e attendere il mattino dopo per andare a lavorare. Passai quattro anni così, quattro lunghi anni da solo, su quel divano a guardare film, telefilm, e video hard. Cominciarono in quel periodo le manie di grandezza, i crolli d’umore improvvisi, il perdere il “senno” e l’immedesimarmi nei personaggi o autori dei libri che leggevo. Ero sempre più solo e sempre più confuso.

Il posto di lavoro, con le sue dinamiche interpersonali e la conflittualità mal gestita da me e dai miei superiori, non mi aiutava certo, né mi aiutavano i colleghi che mi deridevano, vedendomi colpito da panico o imbranato. Passai tre anni così. Tre lunghi anni cercando il bandolo della matassa, aspettando il giorno in cui avrei dormito, provando psicofarmaci sempre più potenti, sedute di psichiatria, solitudine, e grande sofferenza.

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“Ninfe dormienti” di Lucia Guidorizzi

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“O prigioniero delle tue bende/pendulo e solo/soffri? Il tuo cuore sente che attende l’ora del volo?” da “L’amico delle crisalidi” G.Gozzano

Guido Gozzano prima di morire si dedicò a studiare la metamorfosi delle farfalle.

Scrisse poesie dettagliate su bruchi, crisalidi e farfalle, quasi che, sentendo approssimarsi l’ora del commiato, lo studio di quelle ninfe dormienti in attesa di metamorfosi future potesse offrirgli la possibilità di trovare un varco tra essere e non-essere, lo aiutasse ad attraversare la soglia tra visibile ed invisibile.

“Per tutto il giorno in torpida quiete/uno spasimo ignoto li tormenta:/essere un altro, uscire da se stessi!/ Uscire da se stessi? E li vedete/ or gonfiarsi, or contrarsi, ora dibattersi/ or nelle membra tremule far arco,/finchè sul terzo nodo ecco si fende/l’antica spoglia e sul velluto stinto/ vivida risplende la divisa nuova.” da “Dei bruchi”

Cosa sa il bruco della farfalla, cosa sa la farfalla del bruco? Ogni spasimo di trasformazione è parte di un processo di trasformazione che ci permette di divenire Altri e al tempo stesso di abbandonare le forme superate che appartenevano agli stadi precedenti dell’essere.

“Ed uno appare in due e due in uno/ma già l’infermo tutto si distorce,/ come da un casco liberando il capo/ dal capo antico, dalle antiche zampe liberando, lento/movendo già, lasciandosi alle spalle/ quegli che fu, come guaina floscia.” da “Dei bruchi “

Questi versi preziosi da entomologo rivelano quanto sia arduo il divenire e come lo spasimo della metamorfosi si occulti dietro un tempo morto e apparentemente stagnante ma invece foriero di miracoli.

“Ogni forma di bruco è dileguata:/la crisalide splende, il nuovo mostro/ inquietante, ambiguo diverso/ da ciò che fu, da ciò che dovrà essere!/ Pendula, immota, senza membra fusa/ nel bronzo verde maculato d’oro,/ cosa rimorta la direste cosa/ d’arte, monile antico dissepolto.” da “Delle crisalidi”

Ninfe dormienti, sognanti mondi a venire, eremiti segregati in bozzoli immaginali, autotrofici eppure sospesi a qualcosa che non è né vita né morte, ma pura dimensione vegetativa.
“Alle pareti ogni defunto/ è un pendulo monile/ ogni monile un’anima che attende/ l’ora certa del volo.” da “Delle crisalidi”
Queste farfalle in attesa di divenire ricordano i dipinti dei sarcofagi egizi che riportano disegnata la figura della mummia che vi giace all’interno, avvolta tra le bende.
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Quanto durerà questo sonno profondo in attesa del risveglio? Quali sogni produce?
Attendere è un vano sperare o è un ponte tra il non-essere e l’essere?
“Ma la farfalla tutta, se badate/ ben sottilmente, appare a parte a parte/ in rilievo leggero: il capo chino/ tra l’ali ripiegate come bende,/l’antenne la proboscide e le zampe/ giustacongiunta al petto. La crisalide/ ritrae la farfalla mascherata/ come il coperchio egizio ritraeva le membra della vergine defunta.” da “Delle crisalidi”
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Ogni trasformazione implica una nuova condizione. Si perde sempre qualcosa, ma si guadagna qualcosa d’ altro. Perdere una forma permette di abbandonarsi alla fiducia sperimentando nuove possibilità dell’essere.
“E qui la vita/ sorride alla sorella inconciliabile/ e i loro volti fanno un volto solo./ Un volto solo. Mai la Morte s’ebbe/ più delicato simbolo di Psiche:/ psiche ad un tempo anima e farfalla/ scolpir sulle stele funerarie/ dagli antichi pensosi del prodigio./ Un volto solo…” da”Delle crisalidi”
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Solo chi non sa chi è può provare a divenire qualcosa.
Nota di Lucia Guidorizzi

Il Cammino di Alessandro I: La scrittura come rifugio

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1359116901734_woodmans_image4_francesca-n39-0-1-2Non ricordo bene quando fosse, non ricordo l’anno, ma ricordo che era estate, forse nel 2001, e stavo leggendo un libro: “Filosofia per tutti” de “Il Saggiatore.”, e mentre leggevo questo libro alzai la testa e fiero di me dissi: “Diventerò uno scrittore” a mia madre. Il suo sguardo fu compassionevole, sembrava dire: “Sogni a occhi aperti, non ne hai le capacità”. Fu la mia prima grande delusione in questo percorso che mi vedeva impegnato a cercare me stesso attraverso la parola, fatto anche di persone a cui tenevo che mi irridevano e non mi consideravano come un potenziale poeta. Feci un gesto quel giorno, premeditato, di cui conoscevo le conseguenze, gettai tutti i fogli stampati fino a quel momento con le mie ottantasette prime poesie nell’immondizia, non nella carta da riciclare, cosa che facevamo da dieci anni, ma lì, perché riempisse il bidone, e perché lei lo trovasse.

Poco più tardi scesi in cucina e lei era lì seduta che leggeva i mie scritti, mi chiese se fossero opera mia, io le risposi di sì. Erano poesie fatte di sofferenza, che raccontavano la mia voglia di morire e la mia depressione, l’isolamento in cui ero, e la disperazione di un giovane uomo che non sapeva come uscire dal buio.

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Il purgatorio di Simone

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gettate-le-retiC’era solo il buio all’orizzonte,
nero il mare e nero il cielo
che si univano fra di loro
e in mezzo noi.
Calammo le reti in quel buco nero,
e in pochi minuti si riempirono di corpi.
Gridavano le reti,
ma non c’erano gabbiani che cercassero di derubarci,
solo squali affamati e antropofagi.

Gridavano le reti,
i marinai pregavano,
le onde assordanti facevano rimbombare lo scafo,
e dal mare nero corpi neri e occhi bianchi affioravano.

Preghiere in lingue sconosciute,
lacrime dense dai miei occhi
si mescolavano con il sudore della mia fronte.
E io pensavo a mia moglie e a Gesù.

E capì, che fra un peccatore e un pescatore
c’è una sola lettera a far la differenza,
e io peccatore di nome Simone
fui destinato a esser “pescatore di uomini.”