Il sacrificio del poeta. E la necessità del suo rispetto

Esiste un’arte, un’arte che viene citata dai più colti, un’arte che piace a tutti, ma che nessuno finanza, neppure comprando libri degli autori preferiti. E’ difficile essere un poeta, è difficile perché per esserlo devi avere un passato fatto di sofferenze, lacrime, amori sofferti, mancanza di affetti… e una vita che di solito nessuno si augura di vivere.

Alda Merini era povera. veniva sempre citata da migliaia di estimatori… decine di volte il numero dei suoi “finanziatori”, dei suoi lettori. Perché un poeta è un corpo oltre che un’anima, e un corpo ha le stesse necessità sia che appartenga ad un uomo della strada che al poeta stesso.

Quante lacrime ha dovuto versare il poeta per vedere il foglio bianco riempirsi di parole eterne, quel foglio che si scrive da solo, spesso in pochi secondi, ma che è il risultato di migliaia, milioni di secondi improduttivi, quelle parole che sono tue figlie, o meglio non le parole che appartengono alla lingua del tuo paese, ma l’ordine, il ritmo, le sensazioni che esse generano sono tue, solo tue, e se queste sanno essere d’ispirazione ad altre persone, tu sei ancora più felice, perché sai che hai saputo dare amore. Ma la poesia è un figlio, e ce ne sono tanti di figli, ma solo abbracciando il tuo ti senti orgoglioso e padre, e anche quando lui, o lei, saprà dare piacere carnale al suo compagno, resterà il fagottino appena uscito dalla madre, quel tenero esserino che ti da una sensazione che mai saprai dimenticare. Continua a leggere “Il sacrificio del poeta. E la necessità del suo rispetto”

Siamo tutti la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto (Alessandro Bon)

Vi era un vecchio sporco e con una barba lunga e incolta, i suoi abiti erano luridi, la sua pelle ricordava i fondali di quei laghi su cui da tempo non cade acqua, le sue unghie, lunghe e sporche, raccontavano l’incuria in cui era caduto da troppo tempo, i suoi occhi, semichiusi e tristi, erano scomparsi dietro il nero del grasso d’auto e lo sporco che gli segnava il viso, aveva denti gialli, e non tutti erano ancora presenti in quella bocca tanto maleodorante.

“Fai schifo!” – Si sentiva dire tutti i giorni, e vedeva nuvole di saliva cadergli vicino, sputi lanciati da ragazzotto ben vestiti e con bei telefonini, che uscivano da scuola con un bel sorriso di chi sente il futuro risplendere sul proprio orizzonte. Continua a leggere “Siamo tutti la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto (Alessandro Bon)”

Al veneto de ‘na volta

Ti te ricordi quando xe parlava in veneto, e non xera un’ofesa par nessun esser orgoglioso dea to tera. Ti te ricordi quando par strada tuti se sautava, e non ghe xera solitudine. I bocia saltava ‘a corda par strada, e i veci sentai in carega xe racontava storie de guera e de vita. Che bei xera quei tempi… Eppur xe pasà soo un 20 – 25 ani… ma deso me sento foresto in sta cità che i ciama Venessia…

I veci xe conosseva tuti, e ti non ti xeri Alessandro, ma el nevodo dea Ruza, el fio del Bon. Xe xogava a mama caseta, e non coa “play station”, e a sera se ‘ndava fora coi noni a xogar a nascondin fin ae diese. Se, sentiva sigàr nei campeti putei che se divertiva, non ghe xera mai siensio, mai se non de pomerigio, quando gli operai de Marghera ‘ndava a dormir.

E i nonsoi? Ti tei ricordi, a sera a corer drio ai nonsoi? Ma ti tio sà come se ciama in ‘tajan… mi no: i go sempre ciamai così…

Ma dove i ga nascosto el me veneto, dove i ga mandà a me cultura, dove i imbusà i putei… I ne ga copà, i ne ga asimilà… e non semo più boni de tornar a eser veneti, come se eserlo ofenda i foresti…

Il senso della vita sta nel sorriso di un bimbo, senza mai rimpianti per il passato

E’ un po’ di giorni che mi chiedo cosa potrei scrivere su questo blog, oltre alle poesie e alle fiabe, che in questi giorni pubblico, vorrei metter giù qualcosa di più strutturato, perché le sopracitate opere non mi costano fatica nell’esprimerle, le scrivo in meno di 30 secondi, eppure sono il risultato di un continuo pensiero che si rielabora, che cambia, che cresce, che mi fa apparire immagini e sognare ad occhi aperti… Che sia matto?

Matto lo sono, è conclamato, ma non credo di essere né inferiore né superiore a chicchessia, ma troppo spesso mi ritrovo a chiedermi cosa sarebbe stato della mia vita se non fossi stato malato?

Avete presente la trasmissione “Il Bivio” di Enrico Ruggeri?…ma quanti di questi bivi avete avuto voi nella vostra vita? Continua a leggere “Il senso della vita sta nel sorriso di un bimbo, senza mai rimpianti per il passato”

Ma cos’è uno stupro? Descrizione senza filtro di uno stupro

Uno stupro non è il numero Uno. Un numero qualsiasi che ci riempie la bocca, e che passa.
Uno stupro è un evento traumatico. Un evento che cambia una vita. Il modo di percepire il mondo, e l’altro sesso. Incute paura di tutto e tutti. Rende inabile una persona.
Però vorrei descrivere lo stupro come è realmente, materialmente.
Una donna viene rapita, denudata, picchiata a sangue. Poi uno o più uomini la penetrano nella vagina, nell’ano, e magari anche in bocca.
La sua carne sente tutto, e non prova piacere, ma disgusto. Chi la stupra non si è lavato prima di avere il rapporto, e non ha fatto esami per stabilire se ha l’AIDS o l’Epatite B,C, delta. Il suo pene puzza, di piscio, o altro. E lei sente il gusto di ciò che le entra in bocca. E’ costretta, le papille gustative non si possono comandare.
Il seme dell’uomo, che lei non ama e non vuole, le entra dentro, o viene depositato sopra al suo corpo. Ed è inutile lavarsi, assume un simbolo che resta lì per sempre, e che non si toglierà più.
Lei non vorrà più farsi toccare dal suo uomo,  e il sesso gli apparirà come qualcosa di orribile. Dovrà fare sedute di psicologia, e magari psichiatria. Prendere medicine.
Piangere, questo farà. Tanto piangere. Si chiederà perché lei. Si chiederà se ha sbagliato lei.
E piangerà, capendo che è sola…