“La persistenza della memoria”: anamnesi e nekyia nella scrittura di Alessandro Bon (di Lucia Guidorizzi)

fronteScrivere un libro può essere dettato da tanti motivi: amore per il raccontare, per il raccontarsi, per comunicare un messaggio e, ancor di più se si tratta di un libro di poesie, significa esporre in modo disarmato la parte più intima di noi, quella più segreta e vulnerabile.
Non ho mai creduto ai poeti che giravano intorno alle loro parole, che minuettavano con i loro versi in forme scopertamente narcisistiche.
Perché la parola sia fuoco, è necessario che ci bruci, e che lasci segni evidenti di questo incendio: ustioni, cicatrici, che rendono i nostri paesaggi interiori ricchi di affascinanti contrasti.
Alessandro Bon ci offre attraverso la sua scrittura poetica il suo coraggio e la sua fragilità, il coraggio con cui ogni giorno ingaggia un corpo a corpo coi suoi demoni interiori e la fragilità di un equilibrio duramente conquistato, ma sempre in bilico, poiché niente mai è definitivo.
Grande qualità presente in questo libro è la capacità di Alessandro Bon di entrare in profonda empatia con il vivente, sia esso uomo, donna, vecchio, bambino, animale o pianta, che gli permette d’interagire in profondità con l’Altro, che sempre è specchio di noi stessi e del nostro divenire. Per Alessandro vedere qualcuno che soffre, attiva immediatamente la sua area emotiva, creando una corrente emozionale tra lui e questa persona al punto di sentire il suo male dentro di sé.
Ogni uomo è alla ricerca della felicità, o perlomeno di un equilibrio, che renda possibile la capacità di abitare il nostro pianeta, ma questa ricerca si fa impossibile, se non siamo capaci di entrare in empatia col nostro prossimo.
Il viaggio presente in questo libro, attraverso i meandri della memoria, conduce Alessandro Bon a rievocare i momenti più bui della sua vita, in una sorta di Nekyia, discesa agl’Inferi, che gli permette di acquisire una consapevolezza nuova dei suoi limiti e di quelli degli altri.
Pertanto, il libro “La persistenza della memoria” coniuga in sé due aspetti importanti: l’anamnesi, ovvero la ricerca a ritroso della storia e del significato dell’esistenza, fino alle radici dell’Essere e la Nekyia, viaggio infero nelle profondità di se stessi, che fin dai tempi antichi i poeti hanno intrapreso (basti pensare ad Orfeo e Dante).

Eppure questo non è un libro soltanto autobiografico, ma passa attraverso varie vicende umane ed infatti è dedicato ad un adolescente afghano, Zaher Rezai, morto sotto le ruote di un Tir  alla periferia di Mestre. Il ragazzo portava con sé un piccolo quaderno in cui annotava gli accadimenti (immensi) del suo mondo interiore, con un linguaggio perfettamente in linea con la tradizione mistica araba:

“Sono talmente tante volte approdato alla barca del tuo amore che o raggiungerò il tuo amore o morirò annegato Giardiniere, apri la porta del tuo giardino; io non sono un ladro di fiori, io stesso sono diventato fiore, non vado in cerca di un fiore qualsiasi.”

 Il libro di Alessandro Bon prende vita da questa vicenda marginale, un fatto di cronaca subito dimenticato dai giornali, per esplorare gli universi interiori di quanti lottano ogni giorno per restare a galla nelle acque agitate del vivere.
Oltre ad una riflessione profonda sulla condizione degli ultimi, di coloro che soffrono, perduti sulla Terra, i suoi versi toccano anche i sentimenti più complessi dell’animo maschile da un punto di vista tutto nuovo e diverso.

Ti racconterò dell’esser uomo.

Del dover fare il primo passo in amore,
di dover essere sempre
colui che sconfigge il drago
e salva la principessa.

Del senso di colpa atavico
che ci portiamo dentro,
perché il mostro è sempre l’uomo,
ha sempre il pene.

Della follia delle donne
disperate e acide che ci odiano,
perché non sanno farsi amare.

Della nostra potenza
sessuale che si erge,
mentre la testa si chiede
se saremo abbastanza.

Dell’umido e caldo rifugio
che ci accoglie nel corpo di donna,
che sa di casa,
che sa di vita,
che genera piacere e rinascita

Ti racconterò di noi uomini.

Le cui donne spesso non conoscono
Il peso che portiamo sul petto,
e non capiscono che abbiamo bisogno di aver donne,
madri, amanti, amiche…

Ma soprattutto di esser umani.

L’estrema sensibilità di Alessandro Bon assume toni ed accenti sempre diversi e nuovi, offrendo un panorama di vasta e complessa umanità, sempre con autenticità e profonda onestà intellettuale.
Il libro è strutturato in due parti: la prima in poesia, caratterizzata dalle sezioni “Damasco o la guerra”, “Omaggio al bacio”, “Tigli e rifugi sugli alberi”, “Petali, farfalle e aquiloni” e la seconda in prosa, comprendente le sezioni “Fiabe” e “Il cammino di Alessandro”, ma non sono segnate da una netta demarcazione, in quanto anche la prosa di Alessandro Bon risulta poetica.
In ogni suo testo ci parla di quella capacità di resilienza che diviene risorsa per affrontare i traumi e le difficoltà, permettendo di operare una magica alchimia e di trasformare gli scacchi in occasioni, le cadute in nuove partenze.

Queste sue parole testimoniano l’intensità e l’autenticità della sua ricerca.

Scrive: “La ricerca dell’identità è un percorso lungo e tortuoso e necessita di moltissimi errori da compiere per trovare la giusta via da intraprendere. E’ logico che questa strada sarà riconducibile a ciò che noi cerchiamo. Sarà difficile lasciare una parte di noi che a noi fa comodo per ottenere lo scopo finale, ma se il nostro scopo è quello di essere davvero “Io” dobbiamo imparare a lasciare andare ciò che noi non siamo ma che altri ci hanno imposto come identità.”

Questo processo continua, ognuno di noi è in cammino e sapere che non si è soli in questo cammino e in questa ricerca, è già conforto e speranza.
Grazie Alessandro. .

Lo puoi ordinare su questo sito per riceverlo con una dedica

Il libro è in vendita in oltre 4500 librerie e on line:

 

“Ninfe dormienti” di Lucia Guidorizzi

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“O prigioniero delle tue bende/pendulo e solo/soffri? Il tuo cuore sente che attende l’ora del volo?” da “L’amico delle crisalidi” G.Gozzano

Guido Gozzano prima di morire si dedicò a studiare la metamorfosi delle farfalle.

Scrisse poesie dettagliate su bruchi, crisalidi e farfalle, quasi che, sentendo approssimarsi l’ora del commiato, lo studio di quelle ninfe dormienti in attesa di metamorfosi future potesse offrirgli la possibilità di trovare un varco tra essere e non-essere, lo aiutasse ad attraversare la soglia tra visibile ed invisibile.

“Per tutto il giorno in torpida quiete/uno spasimo ignoto li tormenta:/essere un altro, uscire da se stessi!/ Uscire da se stessi? E li vedete/ or gonfiarsi, or contrarsi, ora dibattersi/ or nelle membra tremule far arco,/finchè sul terzo nodo ecco si fende/l’antica spoglia e sul velluto stinto/ vivida risplende la divisa nuova.” da “Dei bruchi”

Cosa sa il bruco della farfalla, cosa sa la farfalla del bruco? Ogni spasimo di trasformazione è parte di un processo di trasformazione che ci permette di divenire Altri e al tempo stesso di abbandonare le forme superate che appartenevano agli stadi precedenti dell’essere.

“Ed uno appare in due e due in uno/ma già l’infermo tutto si distorce,/ come da un casco liberando il capo/ dal capo antico, dalle antiche zampe liberando, lento/movendo già, lasciandosi alle spalle/ quegli che fu, come guaina floscia.” da “Dei bruchi “

Questi versi preziosi da entomologo rivelano quanto sia arduo il divenire e come lo spasimo della metamorfosi si occulti dietro un tempo morto e apparentemente stagnante ma invece foriero di miracoli.

“Ogni forma di bruco è dileguata:/la crisalide splende, il nuovo mostro/ inquietante, ambiguo diverso/ da ciò che fu, da ciò che dovrà essere!/ Pendula, immota, senza membra fusa/ nel bronzo verde maculato d’oro,/ cosa rimorta la direste cosa/ d’arte, monile antico dissepolto.” da “Delle crisalidi”

Ninfe dormienti, sognanti mondi a venire, eremiti segregati in bozzoli immaginali, autotrofici eppure sospesi a qualcosa che non è né vita né morte, ma pura dimensione vegetativa.
“Alle pareti ogni defunto/ è un pendulo monile/ ogni monile un’anima che attende/ l’ora certa del volo.” da “Delle crisalidi”
Queste farfalle in attesa di divenire ricordano i dipinti dei sarcofagi egizi che riportano disegnata la figura della mummia che vi giace all’interno, avvolta tra le bende.
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Quanto durerà questo sonno profondo in attesa del risveglio? Quali sogni produce?
Attendere è un vano sperare o è un ponte tra il non-essere e l’essere?
“Ma la farfalla tutta, se badate/ ben sottilmente, appare a parte a parte/ in rilievo leggero: il capo chino/ tra l’ali ripiegate come bende,/l’antenne la proboscide e le zampe/ giustacongiunta al petto. La crisalide/ ritrae la farfalla mascherata/ come il coperchio egizio ritraeva le membra della vergine defunta.” da “Delle crisalidi”
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Ogni trasformazione implica una nuova condizione. Si perde sempre qualcosa, ma si guadagna qualcosa d’ altro. Perdere una forma permette di abbandonarsi alla fiducia sperimentando nuove possibilità dell’essere.
“E qui la vita/ sorride alla sorella inconciliabile/ e i loro volti fanno un volto solo./ Un volto solo. Mai la Morte s’ebbe/ più delicato simbolo di Psiche:/ psiche ad un tempo anima e farfalla/ scolpir sulle stele funerarie/ dagli antichi pensosi del prodigio./ Un volto solo…” da”Delle crisalidi”
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Solo chi non sa chi è può provare a divenire qualcosa.
Nota di Lucia Guidorizzi

“Frammenti e rinnovamento: la poesia di Red Lily” recensione di Lucia Guidorizzi

L’emblema di un giglio rosso: niente come questo ossimoro può rappresentare meglio la poesia di Giulia Panetto che

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quando scrive sceglie questo eteronimo in grado di coniugare la purezza assoluta di un’anima naturalmente nobile con la passione più incandescente e pervicace.
Da questo binomio, oserei dire “mistico”, scaturisce una poesia visionaria profonda ed intensa, prodotto di un percorso spirituale arduo ed impervio, affrontato con determinatezza consapevole.
I versi di Giulia Panetto, ad una prima lettura, ci fanno venire in mente la grande poesia di Emily Bronte e di Emily Dickinson, con le quali ha in comune un sentimento di comunione nei confronti della natura e la stessa forza coraggiosa nel rigettare i modelli tradizionali e stereotipati della femminilità.
Come le due Emily, Giulia, fedele al proprio sentire, non si lascia convincere ad adattarsi alle circostanze, non sceglie mai quello che le conviene in base al vantaggio, ma sa vivere lo scacco e la perdita come occasioni di rinascita.
La ricchezza e la molteplicità di toni che caratterizzano il suo universo poetico, uniti ad un rigore e ad un’autentica dedizione alla poesia, rendono la sua scrittura in grado di risuonare in profondità col nostro mondo interiore.
Nei suoi versi troviamo una grande eleganza stilistica ed una ricercatezza lessicale che a tratti ricorda anche certa poesia dei metafisici inglesi, (non dimentichiamo che Giulia ama comporre anche direttamente in Inglese) anche per il preziosismo delle metafore e degli accostamenti.
La sua raccolta, “Frammenti e rinnovamento” è divisa in due sezioni, la prima, composta da poesie e la seconda da poemetti. All’interno della prima parte c’è però un’ulteriore cesura, costituita dalla poesia il cui titolo da il nome al libro e che caratterizza una sorta di spartiacque tra un “prima” ed un “dopo” esistenziali.

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Opera: Frammenti di specchio di Elisa Fabbian

“Incrocio mille nodi a frammenti di specchio:/RITORNO/e la sera si accomoda/a servire l’assemblea stellare/della cupola estiva./Variopinti frammenti./Corde di arpa/a formare radici/irrigate di fulgidi riflessi./S’innesca l’esplosivo rinnovamento./Stupore e silenzio.”

Nella prima sezione dedicata alla poesia Giulia alterna la forma breve dell’haiku a poesie più lunghe ed articolate. Scrive in “Orizzonte”:

“Concentrata/su un mare d’inverno,/scorgo due lumini/sul bianco orizzonte.”

E in “Armonia”:

“Dipingere/linee d’argento/su colline/dai pendii ombrosi.”

Nelle poesie più lunghe ci sono immagini intense e complesse, metafore viventi di condizioni e stati d’animo come in “Notte surreale”:

“La fiaccola sale dal più oscuro dei mari/alla limpida notte stellata./Questa è la mia notte:/Riparo sicuro dei miei pensieri./Ascolto la notte./Non abbandono la silenziosa stella.”

“Resurrezione”, la poesia che chiude la sezione, evoca un’atmosfera magica e misteriosa:

“Ehi, dico a voi Paroliere del vespro!/non sa forse che parole vaganti/conoscono soltanto i propri tormenti/e rincorrono un filo trasparente/nell’impetuoso vento?

La seconda parte del libro, intitolata “Poemetti” consta di testi più lunghi e strutturati ispirati a personaggi del mito, della letteratura e dell’arte, come Icaro, Cyrano de Bergerac, Frida Kalho.
Giulia scrive nella chiusa di “Icarus”:

“Non temere, Icarus è qui,/ci sorprende con le sue ali/ma la cera non si scioglie/se mantieni la rotta sicura:/sulla superficie del vasto mare/tu puoi ancora sognare./Sognare.”

E in ”Luna d’incanto e marea”:

“La marea è colei che immola/una nave priva della sua prora.”

L’ultima poesia è un omaggio a Frida Kalho, la grande pittrice messicana dalla vita inquieta e tormentata, ma intensamente creativa.

“In gelide notti hai atteso/il calore di tante fiaccole surreali,/vuoi udire le acclamate tele/nella tua terra,/dalle amare radici./Amara è la vita,/sfortuna porta con te le mie pene,/oltrepassa le sfumate carezze/di amorosi incidenti:/siete tutto questo per me,/destino prorompente alla vita che pulsa.”

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Opera: Lo-scoppio dell’anima di Dina Bova

E chiude:

“Niente rimane in me./Bruciami tra le radici/di ciò che sono stata./Non tornerò mai più.”

Giulia Panetto, nei suoi versi sa dialogare magistralmente con la luce e l’ombra, accoglierle dentro di sé, amarle e desiderarle come ingredienti indispensabili dell’esistenza stessa.
Il suo coraggio poetico e visionario nell’amare la bellezza che scaturisce dal contrasto ci insegnano che l’esistenza è una nobile sfida da cui trarre insegnamenti ed un’occasione sempre e comunque per la propria crescita spirituale.

Recensione di Lucia Guidorizzi

“La persistenza della memoria”: anamnesi e nekyia nella scrittura di Alessandro Bon (di Lucia Guidorizzi)

fronteScrivere un libro può essere dettato da tanti motivi: amore per il raccontare, per il raccontarsi, per comunicare un messaggio e, ancor di più se si tratta di un libro di poesie, significa esporre in modo disarmato la parte più intima di noi, quella più segreta e vulnerabile.
Non ho mai creduto ai poeti che giravano intorno alle loro parole, che minuettavano con i loro versi in forme scopertamente narcisistiche.
Perché la parola sia fuoco, è necessario che ci bruci, e che lasci segni evidenti di questo incendio: ustioni, cicatrici, che rendono i nostri paesaggi interiori ricchi di affascinanti contrasti.
Alessandro Bon ci offre attraverso la sua scrittura poetica il suo coraggio e la sua fragilità, il coraggio con cui ogni giorno ingaggia un corpo a corpo coi suoi demoni interiori e la fragilità di un equilibrio duramente conquistato, ma sempre in bilico, poiché niente mai è definitivo.
Grande qualità presente in questo libro è la capacità di Alessandro Bon di entrare in profonda empatia con il vivente, sia esso uomo, donna, vecchio, bambino, animale o pianta, che gli permette d’interagire in profondità con l’Altro, che sempre è specchio di noi stessi e del nostro divenire. Per Alessandro vedere qualcuno che soffre, attiva immediatamente la sua area emotiva, creando una corrente emozionale tra lui e questa persona al punto di sentire il suo male dentro di sé.
Ogni uomo è alla ricerca della felicità, o perlomeno di un equilibrio, che renda possibile la capacità di abitare il nostro pianeta, ma questa ricerca si fa impossibile, se non siamo capaci di entrare in empatia col nostro prossimo.
Il viaggio presente in questo libro, attraverso i meandri della memoria, conduce Alessandro Bon a rievocare i momenti più bui della sua vita, in una sorta di Nekyia, discesa agl’Inferi, che gli permette di acquisire una consapevolezza nuova dei suoi limiti e di quelli degli altri.
Pertanto, il libro “La persistenza della memoria” coniuga in sé due aspetti importanti: l’anamnesi, ovvero la ricerca a ritroso della storia e del significato dell’esistenza, fino alle radici dell’Essere e la Nekyia, viaggio infero nelle profondità di se stessi, che fin dai tempi antichi i poeti hanno intrapreso (basti pensare ad Orfeo e Dante). Continua a leggere ““La persistenza della memoria”: anamnesi e nekyia nella scrittura di Alessandro Bon (di Lucia Guidorizzi)”

“Ninfe dormienti” di Lucia Guidorizzi

cri

“O prigioniero delle tue bende/pendulo e solo/soffri? Il tuo cuore sente che attende l’ora del volo?” da “L’amico delle crisalidi” G.Gozzano

Guido Gozzano prima di morire si dedicò a studiare la metamorfosi delle farfalle.

Scrisse poesie dettagliate su bruchi, crisalidi e farfalle, quasi che, sentendo approssimarsi l’ora del commiato, lo studio di quelle ninfe dormienti in attesa di metamorfosi future potesse offrirgli la possibilità di trovare un varco tra essere e non-essere, lo aiutasse ad attraversare la soglia tra visibile ed invisibile.

“Per tutto il giorno in torpida quiete/uno spasimo ignoto li tormenta:/essere un altro, uscire da se stessi!/ Uscire da se stessi? E li vedete/ or gonfiarsi, or contrarsi, ora dibattersi/ or nelle membra tremule far arco,/finchè sul terzo nodo ecco si fende/l’antica spoglia e sul velluto stinto/ vivida risplende la divisa nuova.” da “Dei bruchi”

Cosa sa il bruco della farfalla, cosa sa la farfalla del bruco? Ogni spasimo di trasformazione è parte di un processo di trasformazione che ci permette di divenire Altri e al tempo stesso di abbandonare le forme superate che appartenevano agli stadi precedenti dell’essere.

“Ed uno appare in due e due in uno/ma già l’infermo tutto si distorce,/ come da un casco liberando il capo/ dal capo antico, dalle antiche zampe liberando, lento/movendo già, lasciandosi alle spalle/ quegli che fu, come guaina floscia.” da “Dei bruchi “

Questi versi preziosi da entomologo rivelano quanto sia arduo il divenire e come lo spasimo della metamorfosi si occulti dietro un tempo morto e apparentemente stagnante ma invece foriero di miracoli.

“Ogni forma di bruco è dileguata:/la crisalide splende, il nuovo mostro/ inquietante, ambiguo diverso/ da ciò che fu, da ciò che dovrà essere!/ Pendula, immota, senza membra fusa/ nel bronzo verde maculato d’oro,/ cosa rimorta la direste cosa/ d’arte, monile antico dissepolto.” da “Delle crisalidi”

Ninfe dormienti, sognanti mondi a venire, eremiti segregati in bozzoli immaginali, autotrofici eppure sospesi a qualcosa che non è né vita né morte, ma pura dimensione vegetativa.
“Alle pareti ogni defunto/ è un pendulo monile/ ogni monile un’anima che attende/ l’ora certa del volo.” da “Delle crisalidi”
Queste farfalle in attesa di divenire ricordano i dipinti dei sarcofagi egizi che riportano disegnata la figura della mummia che vi giace all’interno, avvolta tra le bende.
cris
Quanto durerà questo sonno profondo in attesa del risveglio? Quali sogni produce?
Attendere è un vano sperare o è un ponte tra il non-essere e l’essere?
“Ma la farfalla tutta, se badate/ ben sottilmente, appare a parte a parte/ in rilievo leggero: il capo chino/ tra l’ali ripiegate come bende,/l’antenne la proboscide e le zampe/ giustacongiunta al petto. La crisalide/ ritrae la farfalla mascherata/ come il coperchio egizio ritraeva le membra della vergine defunta.” da “Delle crisalidi”
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Ogni trasformazione implica una nuova condizione. Si perde sempre qualcosa, ma si guadagna qualcosa d’ altro. Perdere una forma permette di abbandonarsi alla fiducia sperimentando nuove possibilità dell’essere.
“E qui la vita/ sorride alla sorella inconciliabile/ e i loro volti fanno un volto solo./ Un volto solo. Mai la Morte s’ebbe/ più delicato simbolo di Psiche:/ psiche ad un tempo anima e farfalla/ scolpir sulle stele funerarie/ dagli antichi pensosi del prodigio./ Un volto solo…” da”Delle crisalidi”
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Solo chi non sa chi è può provare a divenire qualcosa.
Nota di Lucia Guidorizzi