Un lungo silenzio

E’ dall’otto maggio che non pubblico nulla nel mio blog, non è stata pigrizia ma malessere, chi mi conosce sa che soffro di disturbo bipolare, e che non è facile convivere con una patologia che assume sempre nuove forme. E’ difficile far capire a chi ti sta accanto ciò che provi.

E mi rifugio in un silenzio assordante, perché è così lontano il mondo reale da te. Chi mi circonda continua a chiedermi cosa ci sia che non va, ma non accetta la risposta. Non vogliono risposte, ma rassicurazioni, non vogliono capire perché soffro, ma sentirsi rassicurati. E la non comprensione porta a nuove tensioni, come se io ne avessi bisogno.

Lo so che al di là dello specchio, nella realtà parallela che io non vivo, il mondo è più veloce, ha altri ritmi, e non ha tempo di accettare le mie diversità, le mie crisi, le mie necessità di essere me stesso, ma io non posso combattere contro la mia natura. E’ in essa che vivo. A nessuno dovrebbe essere imposto di essere un “altro sé”, ma troppo spesso chi è in una condizione dominante vuole omologare chi lo circonda, cercando di trovare una scusa suprema per giustificare questa violenza.

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Imparare a soffrire (poesia)

Ho coperto di cenere il mio cuore
per poterlo riscaldare
durante i giorni bui
della mia vita.

Avvolto i miei occhi
in teli bagnati
per imparare a piangere.

Immerso le mani nel fango
per scoprire che se si tocca il fondo
c’è sempre del buono da trovare.

Gettato la mia anima nella tempesta
per poterla riavere più forte.

Solo così ho imparato a soffrire.


Farfalle (poesia)

Fiori ricoprono i prati
e di essi le farfalle,
candide creature,
si nutrono e vivono.

I fiori sbocciano,
timorosi di Dio,
e aspettano l’amore,
vero frutto della giovinezza.

Perché debbo sbocciare,
perché debbo vivere,
perché debbo dare frutti
se non ho nessuno da nutrire?

I fiori più belli, a volte,
non profumano,
non hanno colori sgargianti,
ma attendono farfalle…

Per poter sbocciare.

Vorrei saper piangere

Vorrei non aver questa inibizione, che l’esser maschio mi impone, vorrei saper piangere, raccogliere le mie gambe al grembo e sedermi in un cantoncino di casa singhiozzando senza che nessuno mi possa vedere.

Perché che effetto può fare un gigante di 188 cm per 110 km che piange?

Vorrei poter piangere ogni volta che voglio, ogni volta che gli occhi si infiammano come l’anima che rappresentano, piangere fuori tutto il mio dolore, la sofferenza, l’immensa solitudine che mi colpisce e riempie le mie giornate. Quella solitudine che mi obbliga a prostituire il mio tempo per avere qualcuno affianco, anche solo per parlare, anche solo per sentire la voce di qualcuno che si rivolge a me.

Vorrei crollare sul letto gridando il mio infinito dolore, la mia grande disperazione e solitudine, senza sentirmi giudicare da me stesso, il peggior nemico del mio Vero Io.

Ma non so piangere, le mie lacrime diventano parole, la mia solitudine diventa un grido su carta, un paio di versi che hanno lo scopo di emozionare, forse, ma non di rendermi davvero felice.


Tutto ciò che chiede un poeta

La solitudine riempie il cuore del poeta, come il sangue e l’ossigeno quello dell’uomo comune. Una solitudine talmente forte e densa da diventare un buco nero. Tutto assorbe il suo cuore, la luce non sfugge alla sua voglia di cessare la propria sofferenza, e anche lei diventa buio a sua volta. Amore, libri, sogni, sorrisi, scompaiono nel buio generato da un buco nero di solitudine. E il loro ricordo affonda in un mare di lacrime versate nel buio di una stanza illuminata a giorno.

Non chiede nulla il poeta, se non una carezza, un abbraccio, un bacio dato di sfuggita, un corpo caldo in cui affondare la propria disperazione. Eppure dopo esser stato amato è ancora più forte la solitudine, perché lui sa che che il buco nero non lo lascerà mai, mentre le membra, gli umori, il gusto, il sospiro di quell’amore passeggero saranno buio nel suo immenso buco nero.