Finchè morte non ci separi: il rapporto genitori – figli nel tempo di crisi

Qualche settimana fa Report parlava della crisi dei giovani, costretti a rimanere in casa con i genitori, e inevitabilmente senza futuro. per questo ho deciso di ripubblicare un mio post  del Dicembre 2009…

(e non è cambiato nulla)

Una volta ci si trovava tutti a tola, tavola, a mangiare quel poco che ci si poteva permettere. A capotavola c’era il capofamiglia, e ai suoi lati i figli, i generi, e se era loro permesso le figlie e le mogli. I bambini non avevano diritto di parola, e la pietanza migliore spettava al capofamiglia.

Poi venne la rivoluzione economica degli anni cinquanta e sessanta, e le famiglie si trasferirono in case o appartamenti dove un unico nucleo famigliare composto da madre, padre e figli vi abitava. I vecchi erano un peso, da abbandonare sempre più spesso negli ospizi. Non si aveva tempo di stargli dietro.

Un’altra rivoluzione è quella dei nostri giorni, dove i nonni sono diventati perno della vita dei figli. Tate e “tati” dei nipoti, tengono per buona parte della giornata i bambini per non appesantire il portafoglio dei figli, con baby sitter e asili nido full time. E il vecchio “rincoglionito” è tornato utile. Ma quello che accade oggi è ancora più sconvolgente, un’intera generazione dipende sempre più dai genitori. Molti giovani restano a vivere a casa dei genitori, rifiutando di andare a vivere da soli, o non potendolo fare a causa dello scarso stipendio o del lavoro precario.

Da un lato figli che non vogliono crescere e fare sacrifici, per godersi tutti i soldi dello stipendio in divertimento, viaggi, e prodotti Hi Tech. Egoisti, spesso, o problematici, in taluni casi, che rifiutano di fare un passo deciso verso la matura età.

Certo, perché non si è adulti solo lavorando o facendo sesso, ma assumendo sulle proprie spalle il peso gravoso della vita. Così come hanno fatto i nostri genitori.E i genitori si trovano in pensione a dover aiutare ancora i figli economicamente, anche se vorrebbero godersi le quattro palanche prese grazie alla pensione.

Non sempre, però, è colpa dei figli. Spesso questi si trovano oggetto, e non soggetto, di contratti di lavoro in cui l’unica certezza è il precariato. E si va avanti di mese in mese, a lavorare per un po’, e poi di nuovo a cercare un nuovo rapporto di lavoro, nella speranza di poter crescere anche grazie ad un salario decoroso.

Ma in tempi di crisi, le situazioni si fanno ancora più pesanti. I figli, che già vivevano soli e, “Guadagnavano bene”, si trovano in Cassa Integrazione, Mobilità o direttamente licenziati, e dall’oggi al domani debbono fare i conti con un mutuo impagabile, e una vita indipendente ormai impossibile. E tornano mestamente a casa coi genitori, che umilmente dicono ai figli: “Non si smette mai di essere genitore!”. E riprendono la vita di famiglia, ormai messa da parte da una intimità ritrovata.

Nei supermercati si vedono gli anziani, che prima facevano una spesa alla settimana, tornare a riempire il carrello due volte, e riaprire il quaderno a quadri di una volta per fare i conti, loro non sempre usano il pc!, e sbuffare perché non si va avanti così.Ma che si può fare, sbattere il figlio fuori casa?

Ma la colpa di chi è?

Da un lato aziende senza scrupoli, e soprattutto cervello, hanno per anni ridotto in miseria una parte della nuova generazione, costringendo i giovani a lavori poco pagati e precari. (Conosco persone che da anni lavorano tre + tre mesi in un ipermercato, stanno a casa quindici giorni, e poi vengono riassunti nello stesso modo: per anni, anno dopo anno.)

Certo che i nostri imprenditori non hanno capito un’acca: se vuoi vendere devi fare il patto col diavolo! Cioè per loro dare salari più alti e stabili!

Da un altro lato, la nostra generazione, e in particolare in Italia, è incapace di adattarsi a situazioni di crisi.

Conosco un Inglese, laureato e figli di un primario ospedaliero!, che per anni ha lavorato a Venezia come barista e come insegnate di lingua inglese in una scuola privata, per 800 – 900 euro in toto, senza nessun aiuto dalla famiglia. Quanti dei giovani d’oggi sarebbero stati capaci di adattarsi a questa situazione?

La Fondazione Nord Est ha fatto uno studio fra i giovani del triveneto: tutti vorrebbero un posto fisso, ma basta che non si chieda loro di fare l’operaio, o di sudare. (Non tutti son così, eh, io non generalizzo).

Io l’ho fatto per anni, e non è degradante: giuro! Mi ha permesso persino di andare a vivere da solo.

Quanti di noi giovani sarebbe disposto a rinunciare al cellulare, internet, auto, e divertimento per un po’ di mesi se la situazione lo richiedesse? Trenta euro di cellulare al mese, ed è poco per alcuni, venti di connessione Internet, duecento per l’auto, e una cinquantina per divertirsi al week end. È il tenore di vita di alcuni giovani.

Io da quando sono in crisi mi muovo in treno e bus. L’abbonamento costa 29,6 euro, contro i 140 – 170 di benzina mensili.

Una volta mi han detto: “In tempo de crisi, anche le galline volano!”. Speriamo che si riprenderà a lavorare.

Intanto i nostri vecchi già fanno musina…

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