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Recensione di Martina Galvani

Piantare gli occhi in faccia al nemico chiamandolo per nome: anche così potrebbe essere definito il contenuto di questa prova letteraria firmata da Alessandro Bon. L’autore veneziano, infatti, non nasconde e non ostenta: semplicemente espone, con linguaggio spontaneo e diretto, la sua esperienza di persona colpita dalla depressione, e lo fa ripercorrendo le fasi di questa patologia fin dal suo primo manifestarsi. Sarebbe stato facile cadere nell’autocelebrazione, per essere riuscito a non lasciarsi sopraffare dal “male oscuro”, o nell’autocommiserazione, proponendosi come soggetto vittima di una situazione difficile da gestire, ma Bon riesce ad evitare entrambe le insidie, pur suscitando intensa partecipazione emotiva, con il coraggio e l’umiltà di chi vuole capire e lottare, animato dall’intento di condividere il suo percorso di vita con il lettore. L’arrivo della depressione sancisce un “prima”, un “durante” e un “dopo”, nell’esistenza di Alessandro: momenti nei quali si assiste a una dolorosa discesa nell’abisso, che prevede però un salvifico riappropriarsi di sé.

Il libro è pubblicato dalla Fondazione “Alvise Marotta Onlus” all’interno della collana “Un libro in aiuto”, un’ iniziativa curata dal prof. Umberto Marotta, da molti anni impegnato nell’informazione scientifica in tema di disagi comportamentali, la cui missione è divulgativa: conoscere e riconoscere ogni sintomo legato alla depressione è l’unica via possibile per intervenire tempestivamente.

Alessandro Bon sceglie la strada della chiarezza nel raccontarsi, conducendo il lettore all’interno di una realtà inquietante perché normale, come un dipinto di Hopper dove il minimalismo e la staticità sembrano immersi in un assordante silenzio d’attesa. Il messaggio di quest’opera è forte e propositivo: da un punto di non ritorno è possibile tornare.