Il delinquente e il disabile

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Un criminale aveva violentato una donna, e non era la prima. Di fronte il magistrato aveva raccontato di essere pentito, che non l’avrebbe mai più fatto.
Il magistrato tenendo conto delle attenuanti, del fatto che veniva da un ambiente dove il crimine era di casa, gli ridusse la pena. Invece di cinque anni, lo condannò a sei mesi, che in virtù della legge divennero una multa e dei lavori socialmente utili.
Alla fine della pena, il Comune lo aiutò a trovare un lavoro e a reinserirlo nella comunità. Divenne bravo e corretto. Sposò una graziosa ragazza, ebbe dei figli.
Di fronte a Dio disse: “Se non avessi stuprato quella donna, la mia vita sarebbe stata peggiore. Ringrazierò per sempre il buon Dio che mi ha dato questa possibilità. Essere un criminale paga nel suo mondo.”
Sul letto di morte c’era anche un disabile. Lui non aveva stuprato nessuna donna, in realtà non aveva mai amato, né era stato amato. Non era stato aiutato dal Comune a inserirsi nella comunità, non aveva avuto una bella moglie e dei bei figli, né un lavoro, pochi euro al mese di pensione, che grazie ai risparmi dei genitori gli avevano permesso di vivere, certamente non sereno.
Di fronte a Dio si inchinò, e lo pregò: “Dammi una nuova vita. Fammi essere sano, e io ucciderò per essere felice… perché so che nel mondo da te creato, è meglio avere un animo mostruoso, che problemi di salute.”

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La Tabaccheria (Fernando Pessoa)

Gp5TGNon sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso voler essere niente.
A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.

Finestre della mia stanza,
della stanza di uno dei milioni al mondo che nessuno sa chi è
(e se sapessero chi è, cosa saprebbero?),
vi affacciate sul mistero di una via costantemente attraversata da gente,
su una via inaccessibile a tutti i pensieri,
reale, impossibilmente reale, certa, sconosciutamente certa,
con il mistero delle cose sotto le pietre e gli esseri,
con la morte che porta umidità nelle pareti e capelli bianchi negli uomini,
con il Destino che guida la carretta di tutto sulla via del nulla.

Oggi sono sconfitto, come se conoscessi la verità.
Oggi sono lucido, come se stessi per morire,
e non avessi altra fratellanza con le cose
che un commiato, e questa casa e questo lato della via diventassero
la fila di vagoni di un treno, e una partenza fischiata
da dentro la mia testa,
e una scossa dei miei nervi e uno scricchiolio di ossa nell’avvio.

Oggi sono perplesso come chi ha pensato, trovato e dimenticato.
Oggi sono diviso tra la lealtà che devo
alla Tabaccheria dall’altra parte della strada, come cosa reale dal di fuori,
e alla sensazione che tutto è sogno, come cosa reale dal di dentro.

Sono fallito in tutto.
Ma visto che non avevo nessun proposito, forse tutto è stato niente.
Dall’insegnamento che mi hanno impartito,
sono sceso attraverso la finestra sul retro della casa.
Sono andato in campagna pieno di grandi propositi.
Ma là ho incontrato solo erba e alberi,
e quando c’era, la gente era uguale all’altra.
Mi scosto dalla finestra, siedo su una poltrona. A che devo pensare?
Che so di cosa sarò, io che non so cosa sono?
Essere quel che penso? Ma penso di essere tante cose!
E in tanti pensano di essere la stessa cosa che non possono essercene così tanti!
Genio? In questo momento
centomila cervelli si concepiscono in sogno geni come me,
e la storia non ne rivelerà, chissà?, nemmeno uno,
non ci sarà altro che letame di tante conquiste future.
No, non credo in me.
In tutti i manicomi ci sono pazzi deliranti con tante certezze!
lo, che non possiedo nessuna certezza, sono più sano o meno sano?
No, neppure in me…
in quante mansarde e non-mansarde del mondo
non staranno sognando a quest’ora geni-per-se-stessi?
Quante aspirazioni alte, nobili e lucide -,
sì, veramente alte, nobili e lucide -,
e forse realizzabili,
non verranno mai alla luce del sole reale nè troveranno ascolto?

Il mondo è di chi nasce per conquistarlo
e non di chi sogna di poterlo conquistare, anche se ha ragione.

Ho sognato di più di quanto Napoleone abbia realizzato.
Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo.
Ho creato in segreto filosofie che nessun Kant ha scritto.
Ma sono, e forse sarò sempre, quello della mansarda,
anche se non ci abito;
sarò sempre quello che non è nato per questo;
sarò sempre soltanto quello che possedeva delle qualità;
sarò sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta,
e ha cantato la canzone dell’Infinito in un pollaio,
e sentito la voce di Dio in un pozzo chiuso.
Credere in me? No, nè in niente.

Che la Natura sparga sulla mia testa scottante
il suo sole, la sua pioggia, il vento che trova i miei capelli,
e il resto venga pure se verrà o dovrà venire, altrimenti non venga.
Schiavi cardiaci delle stelle,
abbiamo conquistato tutto il mondo prima di alzarci dal letto;
ma ci siamo svegliati ed esso è opaco,
ci siamo alzati ed esso è estraneo,
siamo usciti di casa ed esso è la terra intera,
più il sistema solare, la Via Lattea e l’Indefinito.

(Mangia cioccolatini, piccina; mangia cioccolatini!
Guarda che non c’è al mondo altra metafisica che i cioccolatini.
Guarda che tutte le religioni non insegnano altro che la pasticceria.
Mangia, bambina sporca, mangia!
Potessi io mangiare cioccolatini con la stessa concretezza con cui li mangi tu!
Ma io penso e, togliendo la carta argentata, che poi è di stagnola,
butto tutto per terra, come ho buttato la vita.
Ma almeno rimane dell’amarezza di ciò che mai sarà
la calligrafia rapida di questi versi,
portico crollato sull’Impossibile.
Ma almeno consacro a me stesso un disprezzo privo di lacrime,
nobile almeno nell’ampio gesto con cui scaravento
i panni sporchi che io sono, senza lista, nel corso delle cose,
e resto in casa senza camicia.

(Tu, che consoli, che non esisti e perciò consoli,
Dea greca, concepita come una statua viva,
o patrizia romana, impossibilmente nobile e nefasta,
o principessa di trovatori, gentilissima e colorita,
o marchesa del Settecento, scollata e distante,
o celebre cocotte dell’epoca dei nostri padri,
o non so che di moderno – non capisco bene cosa -,
tutto questo, qualsiasi cosa tu sia, se può ispirare che ispiri!
Il mio cuore è un secchio svuotato.
Come quelli che invocano spiriti invoco
me stesso ma non trovo niente.

Mi avvicino alla finestra e vedo la strada con assoluta nitidezza.
Vedo le botteghe, vedo i marciapiedi, vedo le vetture passare,
vedo gli esseri vivi vestiti che s’incrociano,
vedo i cani che anche loro esistono,
e tutto questo mi pesa come una condanna all’esilio,
e tutto questo è straniero, come ogni cosa.
Ho vissuto, studiato, amato, e persino creduto,
e oggi non c’è mendicante che io non invidi solo perchè non è me.
Di ciascuno guardo i cenci e le piaghe e la menzogna,
e penso: magari non ho mai vissuto, nè studiato, nè amato, nè creduto
(perchè si può creare la realtà di tutto questo senza fare nulla di tutto questo);
magari sei solo esistito, come una lucertola cui tagliano la coda
e che è irrequietamente coda al di qua della lucertola.

Ho fatto di me ciò che non ho saputo,
e ciò che avrei potuto fare di me non l’ho fatto.
Il domino che ho indossato era sbagliato.
Mi hanno riconosciuto subito per quello che non ero e non ho smentito, e mi sono perso.
Quando ho voluto togliermi la maschera,
era incollata alla faccia.
Quando l’ho tolta e mi sono guardato allo specchio,
ero già invecchiato.
Ero ubriaco, non sapevo più indossare il domino che non mi ero tolto.
Ho gettato la maschera e dormito nel guardaroba
come un cane tollerato dall’amministrazione
perché inoffensivo
e scrivo questa storia per dimostrare di essere sublime.
Essenza musicale dei miei versi inutili,
magari potessi incontrarmi come una cosa fatta da me,
e non stessi sempre di fronte alla Tabaccheria qui di fronte,
calpestando la coscienza di esistere,
come un tappeto in cui un ubriaco inciampa
o uno stoino rubato dagli zingari che non valeva niente.

Ma il padrone della Tabaccheria s’è affacciato sulla porta e vi è rimasto.
Lo guardo con il fastidio della testa piegata male
e con il disagio dell’anima che sta intuendo.
Lui morirà ed io morirò.
Lui lascerà l’insegna, io lascerò dei versi.
A un certo momento morirà anche l’insegna, e anche i versi.
Dopo un po’ morirà la strada dove fu stata l’insegna,
E la lingua in cui furono scritti i versi.
Morirà poi il pianeta che gira in cui tutto ciò accadde.
In altri satelliti di altri sistemi qualcosa di simile alla gente
continuerà a fare cose simili a versi vivendo sotto cose simili a insegne,
sempre una cosa di fronte all’altra,
sempre una cosa inutile quanto l’altra,
sempre l’impossibile, stupido come il reale,
sempre il mistero del profondo certo come il sonno del mistero della superficie,
sempre questo o sempre qualche altra cosa o nè una cosa né l’altra.

Ma un uomo è entrato nella Tabaccheria (per comprare tabacco?),
e la realtà plausibile improvvisamente mi crolla addosso.
Mi rialzo energico, convinto, umano,
con l’intenzione di scrivere questi versi per dire il contrario.
Accendo una sigaretta mentre penso di scriverli
e assaporo nella sigaretta la liberazione da ogni pensiero.
Seguo il fumo come se avesse una propria rotta,
e mi godo, in un momento sensitivo e competente
la liberazione da tutte le speculazioni
e la consapevolezza che la metafisica è una conseguenza dell’essere indisposti.

Poi mi allungo sulla sedia
e continuo a fumare.
Finché il Destino me lo concederà, continuerò a fumare.
(Se sposassi la figlia della mia lavandaia
magari sarei felice.)
Considerato questo, mi alzo dalla sedia.
Vado alla finestra.
L’uomo è uscito dalla Tabaccheria (infilando il resto nella tasca dei pantaloni?).
Ah, lo conosco: è Esteves senza metafisica.
(Il padrone della Tabaccheria s’è affacciato all’entrata.)
Come per un istinto divino Esteves s’è voltato e mi ha visto.
Mi ha salutato con un cenno, gli ho gridato Arrivederci Esteves!, e l’universo
mi si è ricostruito senza ideale ne speranza, e il padrone della Tabaccheria ha sorriso.

La Goccia e la Roccia

acqua-gocciaUn giorno una piccola Goccia incontrò una grande Roccia sul proprio cammino. Non le era più possibile seguire la strada che l’avrebbe portata a realizzare il proprio sogno doveva passare oltre questa, ma non sapeva come. Chiese così alla Roccia:
“Sorella di pietra, imponente e forte materiale che genera la Terra intera. Tu che sorreggi le case, e dividi l’uomo dall’abisso, ti chiedo di farmi strada, di farmi passare. Perché io non debba farmi strada per conto mio.”
La Roccia guardò la minuscola Goccia, e la vide piccola e miserevole. Era talmente piccola da dover usare una lente per vederla, e disse:
“Cara Goccia, io non ti vedrei neppure se Efesto, dio glorioso, non mi avesse dato questa lente. Io qui starò, dove Gea, mia madre, mi pose milioni di anni fa. E tu, miserabile parte di un fiume, Goccia insignificante, come credi di potermi scansare? O obbligarmi a farti passare?”
La Goccia, vistasi piccola e miserevole, fermò il proprio cammino, in attesa di una nuova idea per superare questo ostacolo.
Decise di percuotere la Roccia. Ma non le fece nulla. E la colpì ancora, e ancora, mentre la Roccia rideva. Ma colpo dopo colpo essa costruiva un passaggio, piccolo ma profondo, che si faceva strada attraverso la grande rivale. Questa non sentiva e non vedeva più la Goccia, e credeva che se ne fosse andata.
Anni dopo ricomparve la Goccia, dall’altra parte dell’ostacolo. Con grande sorpresa la Roccia la guardò ed esclamò:
“Figlia di un Cane, minuscola frazione un lago glorioso, come hai fatto a passare di là?”
Disse la Goccia: “Non v’è nessun ostacolo che il Saggio non sappia superare. Non v’è nessun sacrificio che egli tema. Se l’obiettivo è la felicità, anche se questa gli costerà la vita, o immensa fatica il Saggio saprà raggiungerla.”
Non arrenderti mai di fronte a un ostacolo, non trovare la scusa che esso è troppo arduo per te. Non c’è nulla che tu non possa non fare se lo vuoi. E anche se il tuo obiettivo non si realizzasse potrai dire di averci provato, di essere stato in grado di vivere il tuo sogno, perché non DEVI VINCERE PER GLI ALTRI MA VIVERE PER TE.

Il bambino che scriveva sulla sabbia

sabbiaUn bambino tutti i giorni si recava in spiaggia e scriveva sulla spiaggia: “Mamma ti amo!”; poi guardava il mare cancellare la scritta e correva via sorridendo.
Un vecchio triste passeggiava tutti i giorni su quel litorale, e lo vedeva giorno dopo giorno scrivere la stessa frase, e guardare felice il mare portargliela via. Fra sé e sé pensava: “Questi bambini, sono così stupidi ed effimeri.”
Un giorno si decise ad avvicinare il bambino, non avrà avuto più di dieci anni, e gli chiese: “Ma che senso ha scrivere “Mamma ti amo!” sulla sabbia se poi il mare te la porta via. Diglielo tu che le vuoi bene.”
Il bambino si alzò, e guardando l’ennesima scritta cancellata dall’acqua salata disse al vecchio: “Io non ce l’ho la mamma! Me l’ha portata via Dio, come fa il mare con le mie scritte. Eppure torno qui ogni giorni a ricordare alla mamma e a Dio che non si può cancellare l’amore di un figlio per la propria madre.”
Il vecchio si inginocchiò, e con le lacrime agli occhi scrisse: “Nora. Ti amo!”; era il nome della moglie appena morta. Poi prese il bimbo per mano e assieme guardarono la scritta sparire.

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Petali di ciliegio

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Sul mare petali di ciliegio si adagiarono,
uomini duri e d’onore vennero ad abitarli,
assieme a donne minute e sagge.

Gli spiriti del passato sussurravano
la storia di un paese glorioso,
e geishe si truccavano il viso,
con colori dolci e sensuali.

Vivere su un petalo è romantico,
si respira aria dolce e profumata,
il tempo sembra non trascorrere
lì dove c’è il ciliegio.

Un petalo è troppo fragile
per poter sopportare la forza del mare,
e si spezza all’ardore dell’acqua,
che spazza via gli uomini.

Ma un Samurai,
seppur senza spada,
non teme la morte…

… e attende il momento migliore,
per poter riprendere a combattere.

(Al Giappone colpito da immane disgrazia)