Un lungo silenzio

E’ dall’otto maggio che non pubblico nulla nel mio blog, non è stata pigrizia ma malessere, chi mi conosce sa che soffro di disturbo bipolare, e che non è facile convivere con una patologia che assume sempre nuove forme. E’ difficile far capire a chi ti sta accanto ciò che provi.

E mi rifugio in un silenzio assordante, perché è così lontano il mondo reale da te. Chi mi circonda continua a chiedermi cosa ci sia che non va, ma non accetta la risposta. Non vogliono risposte, ma rassicurazioni, non vogliono capire perché soffro, ma sentirsi rassicurati. E la non comprensione porta a nuove tensioni, come se io ne avessi bisogno.

Lo so che al di là dello specchio, nella realtà parallela che io non vivo, il mondo è più veloce, ha altri ritmi, e non ha tempo di accettare le mie diversità, le mie crisi, le mie necessità di essere me stesso, ma io non posso combattere contro la mia natura. E’ in essa che vivo. A nessuno dovrebbe essere imposto di essere un “altro sé”, ma troppo spesso chi è in una condizione dominante vuole omologare chi lo circonda, cercando di trovare una scusa suprema per giustificare questa violenza.

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Caro 2012 sai io ho imparato… e tu cosa mi insegnerai?

Caro 2012, che tu sia un numero o che tu sia una data non lo so, certo ho letto molto delle interpretazioni che danno la fisica e la metafisica circa il significato del tempo, ma in realtà, scusami se mi permetto “tutto è soggettivo”, e il tempo non è altro che lo scorrere della vita per ogni singolo soggetto, non possiamo certo definire chi è giovane, né chi è vecchio, un evento che dura troppo da un evento che dura troppo poco. Gli stessi spettatori di un film potrebbero avere opinioni diverse circa il medesimo, seppur seduti affianco durante la proiezione per uno di loro potrebbe risultare troppo lunga, mentre l’altro potrebbe affermare che sperava non finisse mai. Eppure il film era durato un’ora e mezza per entrambi. Continua a leggere “Caro 2012 sai io ho imparato… e tu cosa mi insegnerai?”

Rallenta la vita, e vivi

Nella frenetica vita che viviamo, nell’insensata necessità di accelerare sempre, abbiamo dimenticato il gusto di fermarci e ascoltare i grilli cantare. Mi ricordo da bambino stavo disteso in montagna sull’erba per sentirli frinire e il vento mi accarezzava il volto: e io mi sentivo vivo.

Abbiamo dimenticato di essere genitori, di godere del sorriso del figlio, di vederlo crescere, di respirarlo, di accarezzargli il volto, Continua a leggere “Rallenta la vita, e vivi”

La vita è una partita di tennis. (Monologo sulle occasioni che la vita ci offre)

Non è tanto la mente che è ferma, perché quella, talvolta è anche troppo veloce, ma il corpo, che vive di inerzia e incapacità di reagire. Così, quei due fottuttissimi amici si ritrovano tutte le sere a interrogarsi su cosa fare, ma poi l’ha sempre vinta il corpo, con buona pace della mente. E a quest’ultima, che poi si rompe le palle, non resta che dar di matto: viaggiando attraverso mondi inesistenti e progettando futuri ed azioni che non realizzerà mai. E’ qui che mi chiedo se debbo sopprimere l’uno o l’altra. E quale destino mi attenda al di la della follia.
(Alessandro Bon)

Spesso mi guardo indietro e mi rendo conto di aver perso centinaia di occasioni, di aver rinunciato a troppe situazioni che avrebbero potuto darmi una qualche forma di gioia, un modo nuovo per sentirmi vivo. Continua a leggere “La vita è una partita di tennis. (Monologo sulle occasioni che la vita ci offre)”

Il sacrificio del poeta. E la necessità del suo rispetto

Esiste un’arte, un’arte che viene citata dai più colti, un’arte che piace a tutti, ma che nessuno finanza, neppure comprando libri degli autori preferiti. E’ difficile essere un poeta, è difficile perché per esserlo devi avere un passato fatto di sofferenze, lacrime, amori sofferti, mancanza di affetti… e una vita che di solito nessuno si augura di vivere.

Alda Merini era povera. veniva sempre citata da migliaia di estimatori… decine di volte il numero dei suoi “finanziatori”, dei suoi lettori. Perché un poeta è un corpo oltre che un’anima, e un corpo ha le stesse necessità sia che appartenga ad un uomo della strada che al poeta stesso.

Quante lacrime ha dovuto versare il poeta per vedere il foglio bianco riempirsi di parole eterne, quel foglio che si scrive da solo, spesso in pochi secondi, ma che è il risultato di migliaia, milioni di secondi improduttivi, quelle parole che sono tue figlie, o meglio non le parole che appartengono alla lingua del tuo paese, ma l’ordine, il ritmo, le sensazioni che esse generano sono tue, solo tue, e se queste sanno essere d’ispirazione ad altre persone, tu sei ancora più felice, perché sai che hai saputo dare amore. Ma la poesia è un figlio, e ce ne sono tanti di figli, ma solo abbracciando il tuo ti senti orgoglioso e padre, e anche quando lui, o lei, saprà dare piacere carnale al suo compagno, resterà il fagottino appena uscito dalla madre, quel tenero esserino che ti da una sensazione che mai saprai dimenticare. Continua a leggere “Il sacrificio del poeta. E la necessità del suo rispetto”