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Carl JungEro costantemente alla ricerca di qualcosa di misterioso, mi immergevo nella natura, quasi mi confondevo nella sua stessa essenza fuori dal mondo degli uomini. Oggi, come allora, sono un solitario perché conosco e intuisco cose che gli altri ignorano e di solito preferiscono ignorare.

A 14 anni, durante le vacanze ai piedi del Rigi, mio padre mi mise in mano un biglietto e disse: ”Puoi andare sulla cima da solo”. Ero senza parole per la felicità. La locomotiva cominciò ad arrampicarsi verso altezze vertiginose dove abissi e paesaggi sempre mutevoli si spalancarono ai miei occhi finchè alla fine giunsi alla cima, e lì, in quell’aria insolitamente leggera contemplai inimmaginabili lontananze. “Si, è questo il mio mondo pensai, il vero mondo, quello segreto, dove non vi sono insegnanti e scuole e dove uno può essere senza dover chiedere nulla. Tutto era molto solenne e avvertivo la necessità di essere gentile e silenzioso perché mi trovavo nel mondo di DIO. Qui il suo mondo era tangibile.

Tutte le mie opere, tutta la mia attività creatrice, è sorta da quelle iniziali fantasie. Grande è la responsabilità umana verso le immagini dell’inconscio. Sbagliare a capirle o eludere la responsabilità morale che abbiamo verso di esse significa privare l’esistenza della sua interezza. Essere condannati a una vita penosamente frammentaria. Ho lavorato a questo libro per 16 anni.

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Ben poca attenzione è dedicata all’essenza dell’uomo, cioè alla sua psiche. Ho spesso visto persone diventare nevrotiche per essersi accontentate di risposte inadeguate, o sbagliate ai problemi della vita. Cercano la posizione, il matrimonio, la reputazione, il successo esteriore o il denaro e rimangono infelici e nevrotiche anche quando hanno ottenuto tutto ciò che cercavano. Persone del genere, di solito, sono confinate in un orizzonte spirituale troppo angusto. La loro vita non ha sufficienti contenuti, non ha significato. Se riescono ad acquistare una personalità più ampia generalmente la loro nevrosi scompare.

Tra i cosiddetti “nevrotici del nostro tempo” ve ne sono molti che in altre epoche non lo sarebbero stati. Non sarebbero cioè stati in disaccordo con se stessi. Se fossero vissuti in un’epoca e in un ambiente dove l’uomo, attraverso i miti, era ancora in rapporto con il mondo ancestrale e quindi con la natura sperimentata realmente e non vista solo dall’esterno avrebbero potuto evitare questo disaccordo con se stessi.

Oggi si vuol sentire parlare di grandi programmi politici ed economici ossia proprio di quelle cose che hanno condotto i popoli a impantanarsi nella situazione attuale. Ed ecco che uno viene a parlare di sogni e di mondo interiore. Tutto ciò è ridicolo. Che cosa vuole ottenere di fronte ad un enorme programma economico, di fronte ai cosiddetti “problemi della realtà”?

Ma io non parlo alle Nazioni. Io mi rivolgo solo a pochi uomini. Se le cose grandi vanno male è solo perché i singoli individui vanno male, perché io stesso vado male. Perciò, per essere ragionaevole, l’uomo dovrà cominciare ad esaminare se stesso. E poiché l’autorità non riesce a dirmi più nulla, io ho bisogno di una conoscenza delle intime radici del mio essere soggettivo. E’ fin troppo chiaro che se il singolo non è realmente rinnovato nello spirito neppure la società può rinnovarsi poiché essa consiste nella somma degli individui.

“Quando andavamo in campeggio sull’isola eravamo naturalmente in profondo contatto con la natura. Dormivamo per quattro settimane in tenda, con ogni tempo e cucinavamo e mangiavamo sotto il sole o sotto la pioggia. Di notte ci cullava il canto degli uccelli acquatici e lo sciacquio delle onde. Uscivamo in barca a vela sul lago anche in pieno Inverno. D’estate ci portava talvolta in montagna ma sempre lungo sentieri non battute” (Testimonianza delle figlie di Jung)

Gradualmente attraverso il mio lavoro scientifico potei dare alle mie fantasie una solida base. Carta e parole, comunque non mi davano l’impressione di essere abbastanza concrete. Avevo bisogno di qualcosa di più. Dovevo fare una professione di fede in pietra.

“Jung si è sempre impegnato a conoscere ogni cosa a fondo. Era un intellettuale con capacità anche manuali. Sapeva disegnare, dipingere, scolpire, ecc” (Testimonianza delle figlie di Jung)

A Bollingen mi trovo nella mia vera natura, in ciò che esprime profondamente me stesso. Sono per così dire, “l’antichissimo figlio della madre”. La Torre è un luogo, in un certo senso, di maturazione, di grembo materno, nel quale è possibile diventare ciò che fui, sono e sarà. A volte mi sento come se mi espandessi nel paesaggio e all’interno delle cose e vivessi in ogni albero, nello sciacquio delle onde, degli animali, nelle nuvole che vanno e vengono, nelle cose.

Ho rinunciato alla corrente elettrica, io stesso accendo il focolare e la stufa e di sera accendo le vecchie lampade. Non vi è acqua corrente e pompo l’acqua da un pozzo. Spacco la legna e cucino il cibo. Questi atti semplici, rendono l’uomo semplice. E quanto è difficile essere semplici.

“Il mare in cui nuotano i pesci inconsci è ora alla fine. L’acqua si trova ormai nella brocca dell’acquario, cioè nel vaso della coscienza. Siamo scissi dall’istinto, dall’inconscio. Dobbiamo quindi nutrire l’istinto per non inaridire. Per questo l’acquario da da bere al pesce”

“Gli intellettuali lo irritavano per le loro domande astratte, lontane dalla realtà. Quando lavorava alle sculture diceva: “Questo è realizzare”. Gli uomini crescono che per realizzare i sogni basti parlarne, si ubriacano con le immagini dei sogni. Jung non usava mai parole altisonanti, non sfoggiava mai la propria cultura. Era molto concreto e reale. Comunicava con i manovali del cantiere. Loro lo capivano e lui capiva loro” (Testimonianza delle figlie di Jung)

Tutto ciò che ha valore ed è costoso esige molto tempo e richiede molta pazienza.

“Jung viene spesso frainteso. Lo comprende forse soltanto chi ha potuto mettere in discussione tutte le cose apprese e credute durante la sua vita ed è quindi costretto a ripiegarsi su se stesso ed a cercare senza pregiudizi negli angoli più nascosti della propria anima indicazioni che gli mostrino una possibile via.” (Testimonianza delle figlie di Jung)

E’ decisivo che l’uomo sia orientato verso l’infinito. E’ il problema essenziale della sua vita. Quanto più un uomo corre dietro ai falsi beni e quanto meno è sensibile a ciò che è essenziale tanto meno soddisfacente è la sua vita. Si sentirà limitato perché limitati sono i suoi scopi. Se riusciamo a capire e a sentire che già in questa vita abbiamo un legame con l’infinito i nostri desideri e i nostri atteggiamenti mutano. Ma possiamo raggiungere il sentimento dell’infinito solo se siamo differenziati al massimo livello possibile. Se so di essere unico nella mia combinazione individuale e cioè limitato posso prendere coscienza dell’illimitato.

Perciò l’uomo ha bisogno come prima cosa di conoscere se stesso guardando senza reticenze quanto bene può fare ma anche di quali infamie è capace. Ciascuno è seguito da un ombra.. meno viene integrata nella vita cosciente dell’individuo più diventa nera e intensa. Nessuno sta fuori dalla nera ombra collettiva dell’umanità. Sarà quindi bene avere una “immaginazione del male” poiché soltanto gli sciocchi possono trascurare le premesse della propria natura. Sono accadute e accadono tuttora cose terribili ma sono sempre gli altri che le hanno fatte. Noi portiamo nel nostro essere, invariate e inamovibili la capacità e l’inclinazione a ripetere cose simili. Siamo, in forza del nostro essere umani, criminali in potenza.

Sia nella mia esperienza di medico che nella mia vita mi sono ripetutamente ritrovato di fronte al mistero dell’amore e non sono mai stato capace di spiegare che cosa esso sia. Qui si trovano il massimo e il minimo, il più remoto e il più vicino, il più alto e il più basso e non si può mai parlare di uno senza considerare anche l’altro. L’amore soffre ogni cosa e sopporta ogni cosa. Queste parole dicono tutto ciò che c’è da dire. Non c’è nulla da aggiungere. Perché noi siamo, nel senso più profondo, le vittime o i mezzi o gli strumenti dell’amore cosmico.

Essendo una parte l’uomo non può intendere il tutto. E’ alla sua mercé. L’amore non viene mai meno, sia che parli con la lingua degli angeli, sia che tracci la vita delle cellule con esattezza scientifica, risalendo fino al suo ultimo fondamento.

Se possiede un granello di saggezza, l’uomo deporrà le armi e chiamerà l’ignoto con il più ignoto, cioè con il nome di Dio. Sarà una confessione di imperfezione, di dipendenza, di sottomissione ma al tempo stesso una testimonianza della sua libertà di scelta tra la verità e l’errore.